ANEF–PWC, numeri a metà: così si costruisce il mito dello sci salvifico.

Lo studio sul turismo invernale promosso da ANEF e realizzato da PwC (e pubblicato su molti media main stream senza nessuno spirito critico) si presenta come un’analisi autorevole dell’impatto economico dello sci sulle Alpi italiane. Ma il fatto stesso che a commissionarlo sia l’associazione che rappresenta gli impiantisti solleva più di un dubbio sull’imparzialità del risultato.

Dalreport emerge un quadro estremamente positivo: un forte effetto moltiplicatore della spesa, miliardi di euro generati sul territorio, occupazione diffusa e un impatto ambientale dichiarato come marginale. Una narrazione lineare e rassicurante, che però si fonda su dati selezionati e su un perimetro di analisi che esclude molte delle variabili decisive per comprendere davvero i costi economici, sociali e ambientali, di questo modello di sviluppo.

Davvero l’industria impiantistica è il toccasana per la montagna?

Con i numeri è facile giocare. Soprattutto quando non si spiega come vengono raccolti e interpretati. Le semplificazioni sono da sempre uno strumento utile a chi specula sui beni comuni: numeri isolati, usati per sostenere tesi preconfezionate. In assenza di contraddittorio, ANEF può facilmente imporre la propria narrazione. Lo studio realizzato con PWC ne è un esempio.

“Per ogni euro speso per l’acquisto di biglietti e servizi turistici negli impianti di risalita si genera un effetto di oltre 8 volte il giro d’affari locali stimolato” – “ Se invece si considera il solo impatto sulla spesa turistica l’effetto moltiplicatore è di oltre 5 volte” dice lo studio Anef – Pwc.

Tradotto in cifre: 1,1 miliardi di euro genererebbero 5,6 miliardi di spesa turistica e quasi 9 miliardi di giro d’affari complessivo. A questi si aggiungono 75 mila occupati e oltre 500 milioni di gettito fiscale.
Nel 2024 il settore ha investito 291 milioni di euro in nuovi impianti e ammodernamenti: quasi tutto il totale nazionale. In media, ogni milione incassato ha generato 250 mila euro di nuovi investimenti.
Il report ci dice ancora che l’impiantistica emette solo il 6% delle tonnellate di CO2 attribuibili al turismo montano. Inoltre è in crescita l’utilizzo di energia elettrica da fonti rinnovabili. Il turismo nel suo insieme offre lavoro a 552 mila unità locali delle imprese, di cui 171 mila artigiane e 1,8 milioni di addetti (su oltre 7 milioni di abitanti nelle Alpi italiane).

Un quadro perfetto, quasi abbagliante. Un’industria che sembra funzionare senza crepe.
Ma è davvero così?

Davvero l’industria impiantistica è il toccasana per la montagna?

Partiamo da un punto fermo: nessuno nega che il turismo abbia portato benessere in montagna. La critica riguarda piuttosto il modo in cui questo sviluppo si è imposto, trasformandosi in una vera e propria monocoltura economica e in una progressiva turistificazione del territorio.
Quando ogni scelta pubblica è orientata a sostenere questa industria, altri ambiti fondamentali, sanità, trasporti, formazione, innovazione, finiscono inevitabilmente ai margini delle politiche di investimento. È qui che la narrazione comincia a incrinarsi.
Altrimenti, come si spiega che in due territori tra i più ricchi d’Italia, come Provincia autonoma di Trento e Provincia autonoma di Bolzano, con poco più di 500 mila abitanti ciascuno, ogni anno centinaia di giovani scelgano di andarsene?
È un segnale che qualcosa non torna nell’immagine idilliaca proposta dal sistema turistico. Se da un lato arrivano nuovi residenti, spesso pensionati o lavoratori ad alta capacità di reddito in fuga dalle città roventi, dall’altro molti abitanti sono costretti a partire.
Le ragioni sono concrete: anche con stipendi medio-alti diventa difficile acquistare casa, gli affitti sono fuori portata, il costo della vita è elevato, i servizi alla persona scarsi. A questo si aggiunge la mancanza di investimenti in altri settori, sia manuali che intellettuali, e l’assenza di vere filiere economiche alternative.
In queste condizioni, il turismo, per come viene sostenuto, finisce per diventare un sistema che limita, anziché ampliare, le possibilità occupazionali. Più che creare diversificazione, tende a ridurre il futuro a un’unica direzione possibile.
Non è un caso che gli stessi dati di ANEF mostrino un tessuto produttivo estremamente frammentato: imprese turistiche e artigiane con una media di circa tre addetti ciascuna. Un equilibrio economico diffuso, ma strutturalmente fragile.

Le emissioni di CO2

“L’impiantistica produce solo il 6% delle emissioni di CO₂ nei territori alpini”, afferma ANEF. Un dato che può anche risultare corretto, ma solo se limitato artificialmente agli impianti in senso stretto.
È proprio questa riduzione del campo di analisi a renderlo poco significativo. L’impiantistica viene isolata dal sistema che la sostiene e la rende possibile: infrastrutture turistiche, nuova viabilità pensata per accelerare i flussi, uso massiccio dell’auto privata, parcheggi, consumo di suolo fragile, prelievo di risorse idriche, sviluppo di servizi e attività ricreative fino in alta quota.
A questo si aggiungono elementi strutturali spesso esclusi dal conteggio: seconde case, ampliamenti alberghieri, nuove strade, mobilità motorizzata in quota, eliturismo. Ma soprattutto le emissioni legate alla costruzione delle infrastrutture e alla loro manutenzione nel tempo, che rappresentano una componente rilevante e sistematicamente sottostimata.
Un’analisi coerente dovrebbe invece considerare l’intero ciclo di vita del sistema sciistico: dalla realizzazione degli impianti al loro esercizio, fino alla rete di servizi che li accompagna. In alternativa, almeno il consumo energetico complessivo delle aree sciabili. Solo così si potrebbe restituire una stima credibile dell’impatto climatico. Anche sul fronte degli investimenti il quadro appare parziale. Il potenziamento degli impianti comporta inevitabilmente l’espansione di infrastrutture accessorie, strade, servizi, reti che ricadono in larga parte sulla collettività. Si tratta di costi indiretti che gravano sul pubblico, insieme al consumo di beni comuni come paesaggio, biodiversità e risorse naturali. A questo si aggiunge un ricorso significativo a finanziamenti pubblici, spesso a fondo perduto e in alcuni casi fino all’80% degli investimenti. Un meccanismo che solleva interrogativi sulla reale distribuzione dei benefici e dei costi.
In questo quadro, non è azzardato sostenere che una parte consistente delle risorse generate fiscalmente dal settore venga reinvestita per sostenerlo, sottraendo spazio ad altri ambiti fondamentali per la vita delle comunità locali.

Il consumo di suolo e la mistificazione dei numeri

Tra i dati più citati da ANEF c’è quello secondo cui la rete impiantistica occuperebbe appena lo 0,7% del territorio montano (in alcuni casi si scende addirittura allo 0,23%). Numeri apparentemente rassicuranti, che però, ancora una volta, derivano da una semplificazione estrema. Se si considera il solo arco alpino, quel valore riguarda l’insieme indistinto del territorio. Ma un’analisi più rigorosa dovrebbe escludere ampie porzioni non utilizzabili o non disponibili: aree rocciose improduttive (circa il 20%), boschi di protezione e aree tutelate, comprese quelle della Rete Natura 2000 (circa il 40%), aree agricole di pregio e fondovalle urbanizzati (un ulteriore 20%), oltre a zone lacuali, fluviali e ambiti a rischio idrogeologico.
Se si restringe così il campo, emerge un dato ben diverso: lo sci insiste non su tutto il territorio alpino, ma su una frazione molto più ampia di quella indicata nel report ANEF/PWC.

Ma anche questo non basta a descrivere l’impatto reale.
Da almeno vent’anni l’attività sciistica non si limita più alle piste. Il fuori pista è diventato pratica diffusa: si sale con gli impianti e si scende attraversando boschi, pascoli e ambienti fragili, spesso ben oltre i tracciati battuti. Questo comporta un disturbo continuo alla fauna selvatica proprio nei periodi più critici e incide sulla rinnovazione naturale della vegetazione in quota. A ciò si aggiunge l’utilizzo estivo degli impianti, sempre più orientato al trasporto di biciclette e a nuove forme di fruizione intensiva. Anche in questo caso, l’impatto si estende a territori che fino a poco tempo fa restavano indisturbati, con effetti significativi sugli equilibri ecologici. Se si considera l’insieme di queste dinamiche, lo spazio realmente interessato dalle attività legate all’impiantistica risulta di fatto molto più ampio di quello ufficialmente dichiarato, plausibilmente almeno triplo.

Abbandono e costi pubblici

Un ulteriore elemento critico riguarda la gestione delle aree dismesse. In molti casi, quando un impianto o un comprensorio non è più economicamente sostenibile, anche a causa dei cambiamenti climatici, le strutture vengono abbandonate senza un reale ripristino ambientale.
Dove gli interventi avvengono, sono spesso minimi e i costi ricadono sul pubblico, come dimostrano casi emblematici come quello della Marmolada.
Si consolida così un modello in cui i benefici restano in larga parte privati, mentre i costi, sia ambientali sia economici, vengono progressivamente socializzati.

Impianti abbandonati. Foto: Matteo Forlì

Oltre i numeri

Questa analisi, che richiederebbe ulteriori approfondimenti, mostra come l’uso dei numeri possa risultare fuorviante se privo di contesto. Ridurre la complessità, ignorare le interazioni ambientali e delimitare arbitrariamente il campo di osservazione consente di costruire una rappresentazione parziale, funzionale al rafforzamento di un modello di sviluppo specifico.

La proposta di Mountain Wilderness

Per questi motivi, Mountain Wilderness propone un cambio di prospettiva netto:

  • moratoria di nuovi impianti sulle Alpi;
  • rendere inderogabili le tutele delle aree protette, incluse quelle della Rete Natura 2000;
  • istituire su tutte le montagne italiane ampie zone di quiete, destinate esclusivamente alla natura;
  • avviare il ripristino sistematico delle aree degradate e degli impianti abbandonati;
  • introdurre l’obbligo di fideiussione per chi realizza nuovi impianti, a copertura dei costi di smantellamento e ripristino a fine vita;

L’obiettivo non è negare il turismo, ma ristabilire un equilibrio: restituire spazio agli ecosistemi e aprire a modelli di sviluppo meno dipendenti da una sola industria.

Luigi Casanova e Nicola Pech