Appennino sotto attacco: Focus Marche

di Aldo Loris Cucchiarini (Referente MW Marche)

  1. 279 pale eoliche alte fino ad oltre 200 mt sul crinale dell’Appennino Umbro Marchigiano, dal Parco dei Sibillini escluso fino al confine con la Romagna e la Toscana. Una pala ogni 1,18 km, su un totale di circa 236 km. Una miriade di piste accessorie, sbancamenti, strade per il passaggio di mezzi speciali da realizzare in ambienti forestali e prativi, in una spirale di devastazione irreversibile di ambienti ancora integri (talvolta dall’aspetto verginale). E se allarghiamo lo sguardo a tutta la dorsale appenninica sono 6000 le pale che società private vorrebbero realizzare. I dati reali disponibili dicono che il vento è insufficiente e che, senza denaro pubblico, nessuno si getterebbe in un simile “affare”.
  2. Dopo una lotta di 21 anni, ecco le battute finali per la realizzazione di un gasdotto gigante sul crinale Appenninico tra le Marche e l’Umbria, la Romagna, la Toscana e l’Abruzzo, per centinaia di km e con uno sbancamento di 40 mt di larghezza, oltre alle inevitabili piste accessorie da realizzare su pendii ripidissimi. Una quarantina i corsi d’acqua attraversati (e sventrati), alcuni più volte. Milioni di alberi abbattuti ed eradicati in tutta la tratta (2 milioni secondo una stima probabilmente prudenziale).
  3. Nuove piste da sci, con collegamenti che raggiungono aree fin qui integre. Devastazione diffusa e abbattimento di alberi, realizzazione di piste e strade di servizio, invasi per l’innevamento artificiale, impianti di illuminazione per lo sci notturno. Sbancamenti e infrastrutture. Il tutto, al solito, con denaro pubblico.
  4. Incremento dei tagli a raso dei boschi, tenuti a ceduo e già supersfruttati per produrre legna da ardere (in pratica, l’unico assortimento legnoso dell’Appennino); abbattimento indiscriminato della vegetazione riparia di fiumi e torrenti e controlli che è eufemistico definire “insufficienti”  (per dirla con Guzzanti “facciamo un po’ come cazzo ci pare”).
  5. Progressiva manomissione dei rimboschimenti realizzati a partire da cento anni a questa parte (biomasse come nuovo affare del momento).
  6. Circolazione di motociclette e quad sui sentieri montani, sempre a causa della carenza di controlli.
  7. Captazione e derivazione, legale ed illegale, delle acque sorgive, freatiche e di scorrimento superficiale.
  8. Proposte e progetti per la realizzazione di nuovi, ulteriori invasi e sbarramenti sui fiumi, anche laddove i dati disponibili lo sconsigliano; questo comporterebbe la sommersione di valli e gole di grande pregio ambientale.
  9. Spopolamento progressivo per abbandono dei piccoli centri montani, svuotati di servizi e quindi sempre meno attraenti per vivervi.

Questa è la rappresentazione, non esaustiva, della situazione ad oggi sull’Appennino Umbro Marchigiano (e non solo). Possiamo aggiungere la esasperante lentezza della ricostruzione post sisma (i sismi hanno riguardato Abruzzo, Marche, Umbria, Emilia Romagna). Possiamo anche aggiungere l’entusiasmante notizia che il governo ha pianificato di “abbandonare” molte aree cosiddette interne, destinate ad un “declino irreversibile”.  

E purtroppo, anche quelli che appaiono successi, a volte, lo sono solo in parte. Per esempio la nuova Giunta della Regione dell’Umbria, che pure abbiamo sperato (e creduto) più affine alla nostra visione e sensibilità in materia ambientale, non è riuscita neppure a fare una cosa semplicissima: ripristinare esattamente la legge com’era prima del malefico emendamento Puletti (quello del via libera alle moto sui sentieri). No, per non scontentare nessuno e captare consensi in campi geneticamente avversi, ha aggiunto la postilla di autorizzare in ambiente naturale, dopo previa e scontata autorizzazione, manifestazioni ludiche e sportive con relativa messa in sicurezza dei luoghi. Come dire, se uno non ha il coraggio di fare una porcata la fa fare ad altri e poi la aggiusta un po’.

In un quadro di questo tipo, finiscono col generarsi situazioni di paradosso. L’overtourism (non manca neanche quello) degrada alcune specifiche aree: una volta che una cascata, uno specchio d’acqua, una vetta, un bosco particolare finiscono sui social vengono presi d’assalto e manomessi nella loro integrità. E tuttavia, non si può negare che, spesso, la conoscenza diffusa e la fruizione massiva di una zona finisce per salvaguardare la stessa zona da un destino ancora peggiore: diviene più difficile abbattere un bosco molto noto e fruito; lo stesso vale per pareti rocciose saturate di vie di arrampicata e desertificate nei loro valori biologici, dove però, proprio in virtù di tale fruizione, è assai più difficile ottenere i permessi per aprire una cava. Un fiume afflitto dalla presenza di migliaia di caotici ed irrispettosi bagnanti, più difficilmente vedrà avanzare progetti di derivazioni o captazioni idriche. Insomma, il disturbo temporaneo, anche molto intenso e dannoso, può preservare però dalla distruzione fisica. Considerazioni amare. Sono paradossi che si generano in un paese come il nostro, che ci appare in un sostanziale stato di autodissolvimento in molte delle sue funzioni; un paese in cui le regole sono opinioni, dove ogni procedura di controllo sull’applicazione delle regole stesse è basata non tanto sulla responsabilità, ma sullo scarico di responsabilità da una funzione all’altra, fino a che il risultato sia zero. In un paese in tale stato è difficile individuare non già un responsabile, ma persino un interlocutore istituzionale.

Una descrizione catastrofica? Si, ma purtroppo è semplicemente la descrizione della realtà. Segnali positivi? Ce ne sono, per fortuna:

– una decisa e diffusa levata di scudi da parte delle popolazioni coinvolte nei progetti “eolici” assevera una nuova, maggiore coscienza di sé da parte dei “montanari”, consci del fatto che tali proposte sono puramente speculative e nulla di buono ne potrà venire, né per la produzione di energia “verde”, né tantomeno per le genti di montagna, lese nei loro interessi vitali;

– un turismo crescente e ormai affermato, con ospitalità diffusa in crescita attraverso il recupero di strutture rurali esistenti;

– la formazione, seppur molto graduale, di una nuova mentalità dell’accoglienza e quindi l’acquisizione del senso del valore del proprio territorio. 

È ancora troppo poco e le minacce incombenti non concedono ulteriori tempi di maturazione sociale e di presa di coscienza: i beni ambientali, una volta distrutti o manomessi, sono perduti per sempre e con loro le popolazioni e le culture montane. A questo punto, ci sembra che il nostro ruolo di “resistenti” di lungo (lunghissimo) corso abbia la funzione di dare tempo alle cose di maturare, rallentando e, se possibile, fermando i processi di degradazione degli ambienti montani. Sul “lunghissimo corso” ci sarebbe da dire: ad un certo punto di ogni percorso ci dovrebbe essere un ricambio generazionale, che non c’è e lo sappiamo tutti, e dunque non apriamo in questa sede un argomento che da solo richiederebbe qualche pagina di trattazione. La battaglia continua, noi ci siamo ancora!

Aldo Loris Cucchiarini