Il turismo sostenibile non esiste.
Dopo un’estate in cui l’«overtourism» è stato al centro del dibattito pubblico, ci si chiede legittimamente: esiste davvero un turismo sostenibile? E se sì, che forma può assumere? Nell’articolo che vi proponiamo – pubblicato su il Fatto Quotidiano il 21 gennaio 2025 – si illustra con chiarezza perché, secondo il giornalista Alex Giuzio, il concetto stesso di “turismo sostenibile” è un’illusione. E perché strategie come i “numeri chiusi” non sono solo inefficaci, ma forse antidemocratiche.
Prendere una posizione non è facile: in fondo quasi tutti siamo turisti, e quasi tutti riteniamo che il nostro modo di viaggiare sia più autentico, più rispettoso. Ma basta un rapido sguardo ai dati per capire che la realtà è più complessa: il turismo cresce ogni anno, consuma risorse in quantità insostenibili, produce ondate di cementificazione costiera, saccheggia i paesaggi montani, affolla le città e rincara gli affitti. Non importa se parliamo di mare, città o montagne: il modello attuale travolge tutto quello che incontra sul suo passaggio.
Negli ultimi cinquant’anni il marketing turistico ci ha persuaso che viaggiare fosse un’esperienza di arricchimento culturale, un passaporto per la conoscenza e l’apertura mentale. La realtà di un mondo globalizzato, però, ha spesso ridotto tutto questo a un consumo omologato, rapido, commerciale: l’ennesimo pacchetto “mordi e fuggi” privo di reale spessore formativo. Nemmeno l’alpinismo è rimasto immune: le immagini delle code in alta quota, su montagne iconiche percorse da turisti-alpinisti assicurati a corde fisse, canaponi e ferraglia variamente assortita, raccontano una deriva che non ha più nulla a che fare con l’avventura o con il rispetto dell’ambiente.

Come se ne esce? “Mettere il numero chiuso o biglietti di accesso non è una soluzione: il secondo è una barriera economica che, se portata all’estremo, impedirà alle persone che non se lo possono permettere di visitare spazi pubblici. Il numero chiuso non ha l’aspetto economico, ma rende comunque limitata la fruizione dello spazio pubblico”. Una via d’uscita passa invece per il recupero di una barriera antica e naturale: la fatica. Restituire dignità alla fatica significa rendere scomodi gli accessi, gli avvicinamenti, gli itinerari. Significa avere meno rifugi, meno parcheggi, meno funivie, meno strade. Solo così la montagna, e più in generale l’esperienza del viaggio, può tornare a essere luogo di formazione, lentezza e incontro autentico. Di Nicola Pech.
Il turismo sostenibile? Il giornalista Alex Giuzio: “Non esiste (e i numeri chiusi sono antidemocratici)” Copyright: Il fatto Quotidiano, di Elisabetta Ambrosi
“I numeri dicono che il turismo globale aumenta sempre di più. Non solo in Italia, ma nel mondo, ogni anno si battono nuovi record. Ma il modello turistico attuale è molto inquinante, richiede moltissime risorse e con la crisi climatica non possiamo più permettercelo. E non è certo il numero chiuso la soluzione: non è democratico e crea un turismo serie a e di serie b”. Alex Giuzio, giornalista, è autore di Turismo insostenibile. Per una nuova ecologia degli spazi e del tempo libero (Altreconomia). Un saggio sul turismo di massa, analizzato nei diversi ecosistemi in cui incide, dal mare alle grandi città. E sulle possibili soluzioni, diverse da quelle messe spesso in atto da sindaci e amministratori.

Lei scrive che il turismo di oggi presto sparirà.
Ci siamo abituati in fretta a prendere un aereo per fare mille o duemila chilometri per un weekend. Ma questo stile di vita non è più possibile. Inoltre, dobbiamo considerare che ci sono intere destinazioni turistiche destinate a scomparire, a causa dell’erosione delle coste o del mancato innevamento.
Perché non esiste, a suo avviso, un turismo sostenibile?
Quello che chiamiamo tale è un segmento di mercato rivolto tendenzialmente a un pubblico più benestante, visto che le strutture ricettive a basso impatto ambientale costano di più e anche spostarsi in treno costa di più. Il turismo attuale presuppone una crescita continua e il problema è il superamento di certe soglie, al di là del tipo di turismo.
Lei analizza il fenomeno rispetto sia al mare che alla montagna.
Sulle coste il turismo ha determinato una forte antropizzazione e cementificazione, come sulle coste adriatiche, toscane e liguri. Ma appunto, se penso all’erosione, mi chiedo quanto potremo andare avanti, anche perché occorrono sempre maggiori risorse pubbliche per i ripascimenti delle spiagge, ad esempio.
E in montagna?
Il turismo contribuisce alle emissioni climalteranti da un lato e le subisce dall’altro. In montagna l’assenza di neve dovuta al riscaldamento globale sta facendo collassare l’intera industria dello sci, e si spendono enormi risorse, tra impianti di risalita, laghi artificiali e cannoni, per tenere in vita un malato terminale, anziché ragionare su forme meno impattanti.

Nelle città, invece, le conseguenze del turismo di massa sono anche sociali.
Non solo i lavoratori del turismo sono sfruttati e sottopagati, ma i prezzi delle case aumentano con le piattaforme on line e i residenti sono espulsi dai centri. Il turismo è una monocoltura, spariscono le piccole attività di quartiere, beni di prima necessità, i centri sono ormai parchi gioco per abitanti temporanei, il territorio è desertificato e omologato. Così, paradossalmente, vengono meno la diversità e la tipicità che hanno attirato il fenomeno turistico. A Firenze ho conosciuto una signora che abita in un palazzo dove è rimasta sola, ci sono solo affitti brevi. E mi ha raccontato non solo la sensazione di solitudine, ma anche il raddoppio dei costi condominiali, a causa dei turisti.
Quali soluzioni ci sono? Il numero chiuso lo è?
Già oggi lo spazio pubblico è diventato esclusivo di chi consuma, penso a Piazza San Marco: se non stai seduto nei dehors, non puoi godere del luogo. Mettere il numero chiuso o biglietti di accesso non è una soluzione: il secondo è una barriera economica che, se portata all’estremo, impedirà alle persone che non se lo possono permettere di visitare spazi pubblici. Il numero chiuso non ha l’aspetto economico, ma rende comunque limitata la fruizione dello spazio pubblico. D’altronde neanche la destagionalizzazione funziona, o la distribuzione in altri luoghi. La gente vuole vedere Venezia, non Mestre.
Nel libro lei cita i concerti di Jovanotti sulla spiaggia come un cattivo esempio di privatizzazione degli spazi pubblici.
Quei concerti non solo hanno avuto un impatto ambientale, ma hanno utilizzato un gergo di “zone rosse” e “pass”, un lessico utilizzato soprattutto con il Covid. Hanno sdoganato il concetto che si possano chiudere spazi pubblici per esigenze straordinarie. Lo stesso sta accadendo per musei e archivi. C’è, in tutto ciò, anche un certo disprezzo per il turismo povero, per il turista che si mangia il panino portato da casa sui gradini della chiesa.
Cosa possiamo fare?
Serve fermare la mobilità legata agli aerei, almeno fino a che davvero non si azzerino le emissioni. Molti spostamenti possono essere sostituiti con il treno, lo si è fatto in Francia, anche se solo per piccole tratte. Ma io credo che una possibile soluzione sia quella di riabituarci a tornare negli stessi posti, come si faceva negli anni Sessanta, la vecchia villeggiatura, e rimanerci a lungo. Mentre invece abbiamo la tendenza a collezionare tanti luoghi diversi e restarci per poco tempo, senza conoscere mai la cultura del posto. C’è poi un’altra soluzione.
Quale?
Nella nostra vita quotidiana abbiamo poco tempo libero e quindi, quando abbiamo i nostri scarsi giorni di ferie, tendiamo a evadere lontano. Studi recenti affermano che se ci fosse una maggiore quantità di tempo libero a disposizione e di maggiore qualità, se cioè si lavorasse meno, il desiderio di evasione sarebbe minore. Intanto, però, le amministrazioni potrebbero fare subito alcune cose.
Un esempio?
Bisognerebbe rendere noto cosa viene fatto con le tasse di soggiorno. Se i cittadini venissero a sapere che grazie all’arrivo dei turisti si fa, per dire, un ospedale, almeno avrebbero la percezione del beneficio economico, che ora invece va solo agli imprenditori del settore, neanche ai lavoratori. Che, come ho detto, sono spesso precari e sottopagati.