La bellezza non salverà il mondo
A Milano e a Feltre tra il 5 e l’8 febbraio si è svolta la seconda edizione delle Utopiadi, un’iniziativa di controinformazione e sport popolare organizzata dal “CIO – Comitato Insostenibili Olimpiadi” e da diverse soggettività che in questi ultimi anni hanno messo in discussione la sostenibilità economica, sociale e ambientale di Milano Cortina 2026. Il culmine delle iniziative è stato il grande corteo di 10.000 persone, sabato 7 febbraio, caratterizzato dallo “spezzone dei larici”, ideato da APE Milano e di cui si può trovare una restituzione nell’articolo «Un bosco ha attraversato Milano» sul sito ape-alveare.it e nella provocatoria analisi di Alberto Peruffo, attivista e socio MW, nella Quarta delle 9.5 Tesi Luterano-Scientifiche pubblicate da Gogna Blog e da Casacibernetica.cloud. A chiusura di questo originale lavoro di contronarrazione creativa, tra la satira e la documentazione scientifica, pubblichiamo l’ultima Tesi che traccia una sintesi e un’ipotesi finale sull’Olimpiade appena conclusa. Le copiose note al testo di tutte le tesi, dense di documenti e bibliografia, qui non riportate, le trovate in rete nei siti citati. Da sottolineare l’azione finale di Peruffo la mattina del 22 di febbraio a Cortina, quando, scortato dalla polizia, ha volantinato Corso Italia con dei fogli illustrati dal titolo I LARICI NON TORNERANNO (NEPPURE I PRATI DI MORTISA-SOCREPES), nel mentre si correva l’ultima gara di Bob.

La bellezza non salverà il mondo. La mia ipotesi finale. La bellezza, se non è accompagnata dalla giustizia, dal saper dire la parola giusta al momento giusto, non cambierà le sorti del mondo. È accaduto durante tutta questa Olimpiade. Anche nell’atto finale quando il Presidente Malagò e la Presidentessa del CIO si sono nascosti dietro a una sequela di ringraziamenti, certamente legittimi, ma troppo autoreferenziali, troppo centrati sugli orgogli nazionali, le eccellenze atletiche o localistiche, addirittura facendo leva sul concetto di «sicurezza». Così ha detto Kirsty Coventry, di essere orgogliosa della sicurezza di questi Giochi. Che sicurezza domando io? Quella della migliore parte del mondo che si autocelebra blindata dentro alle proprie arene, mentre l’altra sta marcendo là fuori, tra massacri, genocidi, conflitti? Quanto grande è l’ipocrisia di Malagò che dice, dal pulpito della sua Arena dorata costata più di 6 miliardi di euro, «un altro mondo è possibile»? Senza dire una parola sui bambini di Gaza, sullo stillicidio di giovani reclute, dei soldati russi e ucraini, che avrebbero potuto essere atleti e non carne da macello per il volere macabro dei loro dittatori politici? Dei nostri dirigenti politici omertosi, ossequiosi, compiacenti. Migliaia e migliaia di vite umane perse o a rischio, senza neppure una dedica, un pensiero, una citazione di dolore, in tutta l’Olimpiade

Mi sarebbe piaciuto sentire da una medaglia d’oro, ma anche da una faccia di bronzo: darei in cambio questa mia medaglia per vedere cessata la guerra tra Russia e Ucraina, oppure, dedico questo mio oro alle famiglie e ai bambini di Gaza, Tel Aviv, Cisgiordania, Siria, che non vedranno mai la luce e la bellezza del giocare insieme, in pace. Invece no: zero assoluto, zero parole. Ecco perché anche tutta la bellezza italiana – il Roberto Bolle che balla appeso a un filo di nulla, dentro a una superficie di plastica riciclata, il suo tutù muscolare – è una pavida bolla di ipocrisia se non si dicono le parole al momento giusto. Quando tutto il mondo ti ascolta.
Non c’è bellezza senza giustizia, diceva la grande fotografa Letizia Battaglia, quando luteranamente parlammo di mafia e territori. Di soldi e di sprechi. Di riti tossici e grandi opere, come quelle lasciate in eredità da queste Olimpiadi. Perfino il concetto di eredità è stato capovolto e manipolato. In eredità di chi o per chi? Di sua santità, la Finanza? L’eredità dovrebbe essere di opere compiute e funzionanti, “durante” le Olimpiadi. Invece no, saranno le opere ancora da compiere o da gestire con impegni economici esorbitanti. La Legacy anglosassone – perché usare la pregnanza latina della parola “eredità”, che porta con sé il peso sull’erede, farebbe vergognare ogni nazione, soprattutto se ad essa viene incollata la parola “sostenibilità” – è di fatto una montagna di denaro da spartire e da assorbire, per concludere l’incompiuto. Non si sa come e non si sa per quanto tempo. Se ne deduce che questa Legacy è contraria a qualsiasi concetto logico di sostenibilità. L’eredità di questa Olimpiade in termini di economia e sostenibilità è un fallimento. La Legacy olimpica ha capovolto il concetto di eredità, sostenibile. Lo ha violentato, usurpato. Come ha fatto con i territori dove «l’attrarre fondi», senza rispettare le leggi di tutela dei luoghi, è stato l’obiettivo primario, diventando l’Olimpiade un mero pretesto economico speculativo.
Se dovessimo invece soffermarci sull’indubbia bellezza dello sport, il valore delle medaglie, al di là del loro vergognoso o incosciente – all’Achille Lauro – silenzio sul male del mondo, certo, è sempre alto e suggestivo il portato di significati positivi insiti nello sport per sua intrinseca natura. Sempre se riusciamo a liberare lo sport dalle derive e dalle gabbie della competizione e dell’agonismo forzato, che snatura le stesse discipline, lo stesso concetto di sport. Le immagini che più impressionano di queste Olimpiadi, per noi Luterani della Montagna, è il norvegese Klaube che corre con gli sci di fondo, snaturando lo stesso concetto di scivolamento (a cui si dovrebbe applicare la differenza tra marcia e corsa per salvare lo stesso sci di fondo), o lo scialpinismo ridotto a un circuito di pista dove gli atleti fanno il contrario di ciò che fa ogni scialpinista: guardarsi attorno, diventare paesaggio, immergersi nelle montagne, entrarne dentro, sentirne il respiro. Lo Skimo snatura tutto ciò. Conserva sola la tecnica e l’attrezzatura, la corsa e la discesa, forzate, ingabbiate, facendo capire meglio di qualunque altra disciplina come lo sport rischia di perdere il suo valore liberatorio quando entra in un agone, in un circuito, in una pista. Come quella da bob: la morte della geografia. Chiusa in un budello invisibile agli stessi spettatori. Cieco agli stessi atleti.

Concludo con la splendida scenografia dell’antica Arena di Verona, bellissima, vestita a festa e piena di colori e di soluzioni scenografiche e coreografiche degne della sua storia. Tuttavia, le parole dei presidenti citate sopra – che si dimenticano, credo di proposito e per competizione interna, di ringraziare, nominare, l’allegro Signore e Frustrato Olimpico Luca Zaia, vero mentore di queste Olimpiadi Infernali – le parole mancate, i contenuti forzati, grotteschi e retorici dello show, conditi sì di sani riferimenti storici, ma pure di sciovinismo nazionalista (con Fresu che scivola sulla tromba) e di giovanilismo incosciente, cosa lasciano di fatto al «nuovo mondo possibile»? La chiusura di Achille Lauro, quasi fosse quel vascello derelitto che il suo nome richiama, è invece proprio l’inno finale alla pavida ipocrisia di queste Olimpiadi, alla mancanza di coraggio dei dirigenti e degli atleti nello spendere una sola parola per la giustizia del mondo. Giovani, e pure vecchi, incoscienti, timorosi, che hanno sostituito il Roxy Bar di Vasco Rossi (uno che almeno era spericolato, nella musica, per quanto poco sobrio negli obiettivi), con l’autogrill.
Ecco la chiave di tutto: «ti chiamerò da un autogrill». Una pavida canzonetta d’amore, penosa, stile Sanremo, come messaggio di chiusura di queste pavide Olimpiadi. Ti chiamerò da un nonluogo: non dal Roxy Bar di Cortina o di Milano – per quanto osceni – ma dal nulla geografico in cui vivo e mi identifico. Noi teorici luterani asseriamo quindi: la morte delle geografie concrete istituisce le «zone di sacrificio ad alto e basso reddito», in tutto il mondo. Questo, cari Olimpici, anche se non ve ne rendete conto nella vostra insana incoscienza, porterà al crollo del vostro bel sistema dorato. Di tutto il Pianeta. Al tracollo della vostra o nostra, effimera, superficiale, piccola che sia, o “grande, bellezza”.
L’ipocrisia e la grande mollezza o monnezza sociale seppelliranno tutto. Cosi fu, così sia, così sarà. Per omnia saecula saeculorum.
Alberto Peruffo