La mucca gigante, dopo la panchina gigante, salverà la montagna. O forse no.

Per anni ci siamo inutilmente preoccupati dello spopolamento delle vallate, degli alpeggi che chiudono, dei giovani che non trovano le condizioni per fare gli allevatori, dei pascoli abbandonati e dei cambiamenti climatici.

Per fortuna qualcuno aveva la soluzione: una mucca gigante.

In Val d’Ayas sorgerà infatti un’installazione alta diversi metri, accompagnata da un bidone del latte e da una forma di fontina in formato XXL. Costo: oltre un milione di euro di soldi pubblici. L’obiettivo? Attirare famiglie e bambini all’arrivo della cabinovia.
Perché è noto: il problema degli alpeggi non era la mancanza di allevatori. Era la cronica scarsità di mammiferi in vetroresina.
L’episodio potrebbe sembrare semplicemente folkloristico. In realtà racconta molto bene l’idea di montagna che si sta imponendo: una montagna ridotta a marchio, a fondale, a luna park. Un luogo dove tutto deve trasformarsi in attrazione, installazione, esperienza “instagrammabile”. Non importa se il paesaggio è già straordinario: bisogna aggiungerci qualcosa. Meglio se enorme.
È la stessa logica che produce panchine giganti, ponti tibetani, altalene panoramiche, passerelle sospese, piattaforme per selfie. La natura, da sola, pare non bastare più. Occorre spettacolarizzarla.

Eppure gli alpeggi esistono perché qualcuno ci lavora. Il paesaggio alpino che milioni di turisti fotografano non è un regalo della natura: è il risultato di secoli di pascolo, fienagione, manutenzione dei boschi, gestione dell’acqua. Se scompaiono allevatori e agricoltori, scompare anche quel paesaggio.
Ma questo richiede politiche pubbliche serie, non mascotte giganti.

Con un milione di euro si potrebbero sostenere giovani aziende agricole, recuperare edifici rurali, finanziare la manutenzione del territorio, aiutare chi produce davvero economia e presidio ambientale.
Sono interventi infinitamente meno appariscenti. E proprio per questo infinitamente più utili.

Il problema non è una mucca gigante. Il problema è la politica che considera normale spendere denaro pubblico per costruire l’ennesima attrazione, mentre chi la montagna la abita e la cura continua a essere lasciato ai margini.
È la banalizzazione della montagna: trasformarla in un prodotto da consumare invece che in un territorio da vivere. Una caricatura di se stessa, dove la rappresentazione conta più della realtà.
Alla fine resteranno le fotografie dei bambini sulla mucca gigante. E gli alpeggi, quelli veri, continueranno a svuotarsi.

Forse è proprio questa l’installazione più riuscita: un monumento perfetto alla nostra incapacità di distinguere la promozione del territorio dalla sua progressiva trasformazione in parco divertimenti.