L’altra Marmolada
L’altra Marmolada tra presente, passato e futuro. Di Ines Millesimi.
Tra il 4 e il 6 settembre il Comitato Glaciologico Italiano, affiancato dai ricercatori delle 36 università italiane per lo sviluppo sostenibile coordinate dall’Università di Padova, ha documentato un nuovo e drammatico arretramento della Marmolada: la fronte del ghiacciaio ha perso altri 7 metri, in alcuni tratti fino a 14. Le proiezioni parlano chiaro: entro il 2040 la Regina delle Dolomiti sarà priva del suo ghiacciaio, oggi ridotto a quattro frammenti isolati.
Questa rilevazione aggiunge un dato cruciale e rafforza l’urgenza della riflessione. In questo scenario, appare oltremodo offensivo assistere alla diffusione dei cosiddetti “teli di protezione” e al potenziamento dell’innevamento artificiale spinto fino ai 3.000 metri. I cannoni, sempre più in alto, non solo incidono sulla fragilità del ghiacciaio, ma diventano veri e propri “altari dell’arroganza” di un’industria dello sci che continua a consumare ciò che resta, anziché prenderne atto.
L’estate sta finendo e mentre si analizza il bilancio delle vacanze degli italiani e degli stranieri, tra overtourism in Dolomiti e caroprezzi al mare, si raccomanda la lettura di un libretto di sole centodiciotto pagine che invita il lettore a ripensare al nostro rapporto con i ghiacciai e il cambiamento climatico (Mauro Varotto, La lezione della Marmolada, People Ed., Busto Arsizio 2025, 14 €).

Tutti gli appassionati di montagne hanno scolpita in mente la celebre frase romantica “la montagna è una maestra muta che crea discepoli silenziosi”. Oggi Goethe si rivolterebbe nella tomba poiché le montagne, “le grandi cattedrali della terra con i loro portali di roccia, i mosaici di nubi, i cori di torrenti, gli altari di neve” (per dirla con le parole di un altro celebre scrittore, John Ruskin) sembrano essere sotto assedio: con gli “altari di neve” ormai dissolti, i “cori di torrenti” sostituiti dal rombo sgassante dei motori, “i portali di roccia” minacciati da continui crolli. Restano le nuvole, di cui si sa ancora troppo poco dal punto di vista scientifico; più che i mosaici, sono i loro cumulonembi ad essere “il” pensiero per villeggianti e alpinisti.
In realtà, non ci sono più “discepoli silenziosi”, ma folle vocianti e decisori di ogni colore di partito che perpetuano il modello cittadino del liberismo capitalista su ogni villaggio e area montana, anche la più congestionata dal cemento e dal turismo. A questo punto la montagna può dirsi ancora “maestra muta”?
Nel libretto di Varotto sembrerebbe di sì, perché bisogna ripartire proprio dalla Regina delle Dolomiti, la Marmolada, che non ha dolomia bensì calcare, e tuttavia rientra nel Patrimonio Dolomiti Unesco per il suo grande ghiacciaio, monitorato fin dal 1888. Questo marchio è stato di recente rimesso in discussione nel documento degli albergatori del Comitato per la salvaguardia dei passi dolomitici. A detta loro, il marker culturale dato a questa catena montuosa nella lista del Patrimonio mondiale da tutelare si rivela oggi il principale responsabile dell’overtourism e della governance da cartolina dei Monti pallidi (https://gognablog.sherpa-gate.com/lovertourism-colpa-dellunesco/).
Ma andiamo con ordine, visto che il libro di Varotto è suddiviso in quattro lezioni-capitoli.
Il primo, “Linee nere su fondo bianco”, racconta storie di confine e di montagne che da spartiacque naturale tra due bacini idrografici di Piave e Adige, ma anche tra due comunità e due valli, diventano confine politico. Ne viene fuori uno scenario complicato che risale al XVIII secolo, passando per la Grande guerra fino ai contenziosi tra Veneto e Trentino nell’età moderna, costellati da inerzie e da interessi competitivi culminanti con l’energivora costruzione di impianti sciistici durante il boom economico degli anni Sessanta.

Delineato questo scenario, si approfondisce nella seconda lezione il rapporto tra ghiacciaio e turismo, a partire dall’efficace giudizio di Dino Buzzati, che chiamava la Marmolada “La montagna perfetta”. È la montagna vista dalle quote più alte, esteticamente bellissima, dispensatrice di panorami garantiti. Viene in mente il dipinto di Caspar David Friedrich, con l’uomo di spalle sulla scogliera davanti a un mare di nebbia, un dispositivo spesso usato dall’artista perché il fruitore si identificasse in quella visione contemplativa. Ma qui non si tratta più di esaltare alte concezioni spirituali o romantiche. In realtà si orienta la Marmolada moderna alle necessità di uno sport sempre più costoso, lo sci di pista. Si punta allo sfruttamento adrenalinico della montagna, la sua vocazione è sempre più specializzata, si sviluppa la narrazione più efficace in tal senso e si costruisce nel 1947 uno dei primi impianti di risalita italiani. Il resto è prevedibile, nuovi impianti e rilancio del business, sapientemente declinato con la promessa di nuovi posti di lavoro e indotto certo. Attualmente di neve non ce n’è più abbastanza a garantire lo sci finanche d’inverno, quindi si ricorre alla costosa neve tecnica, che di stagione in stagione fatica a resistere a causa delle temperature più miti dell’atmosfera, anche in quota. Allora d’estate si ricorre ai teli per coprire la pista da sci del ghiacciaio al fine di rallentarne la fusione; ma i costosi teli geotessili contribuiscono all’inquinamento ambientale perché nel loro utilizzo e deterioramento rilasciano microplastiche.
Varotto sintetizza molto bene la storia di un ghiacciaio mitizzato e oggi in sofferenza, al punto che i glaciologi hanno ipotizzato il suo collasso prima del 2050, se si continua con questi ritmi accelerati di fusione: la sommità della Marmolada sarà presto costituita dalla sola nuda roccia.

Si può fermare una volta per tutte il processo? No, perché il processo di fusione è dato dalle relazioni tra elementi naturali e antropici fortemente interconnessi. Non è la pista da sci il principale motivo della perdita del ghiacciaio, ma altre concause che hanno origini lontane, tutte ascrivibili all’impronta antropica e ai suoi effetti. E mentre il riscaldamento globale ha subito un’impennata in questo ultimo trentennio, mentre la crisi climatica dovuta all’immissione massiccia di CO2 nell’atmosfera è spiegata con dovizia di dati dalla letteratura scientifica internazionale, i decisori del destino di ogni specie, compresa quella umana, si dividono in due categorie: quelli ridotti a una minoranza che premono per la sostenibilità e invocano la transizione ecologica con richiesta di programmi di decarbonizzazione (la combustione di combustibili fossili è la principale causa delle emissioni di gas serra) e quelli che, in maggioranza, con le loro enormi emissioni (anche militari) impattano sulla Terra rendendosi responsabili nell’immediato futuro di ulteriori conflitti e perdita di vite umane. Con un buon margine di semplificazione, si può affermare che i gas serra del comparto militare nella sola guerra tra Russia e Ucraina equivale alla metà di quelli prodotti in un anno in Italia. Così lo ha spiegato il climatologo del CNR Antonello Pasini in un’intervista: la guerra e il clima si influenzano reciprocamente, tutto è in relazione e produce una enfatizzazione reale di collisioni e interessi (https://www.ecodibergamo.it/stories/EcoBergamo/energia-e-clima/emissioni-militari-enormi-impatti-pesanti-sul-clima-o_3224900_11/).
Nel libro di Varotto cruciale è il concetto di “linea di equilibrio” che si trova espresso nella terza lezione, “Il collasso del tempo”. La descrizione è concentrata nel capoverso introduttivo:
“In cui si racconta dei tre “tempi” della Marmolada, quello immobile e immutabile delle nevi eterne, quello parossistico e accelerato della fusione del ghiacciaio più recente, e quello che ci può portare fuori dalla crisi se riusciamo a mettere in connessione temporalità diverse”.
Nella prima parte si descrive la stabilità del ghiacciaio nella prima metà del Novecento. Tuttavia è proprio il suo dinamismo invisibile tra parte sommitale, cioè l’area di accumulo di neve e ghiaccio, e parte bassa, dove prevale l’ablazione, a rendere il ghiacciaio vivo. Questa linea di equilibrio si è spezzata, e si registra uno stato di emergenza probabilmente irreversibile. Il culmine, balzato sotto gli occhi della stampa e dell’opinione pubblica, è stato raggiunto il 3 luglio 2022 con il crollo di una porzione di ghiacciaio provocato dalle alte temperature di quella estate siccitosa. La valanga di 65mila metri cubi di ghiaccio e detriti travolse undici alpinisti che morirono percorrendo la via normale alla vetta. Oggi chi fa trekking sul versante opposto da lontano legge bene quella ferita, uno strapiombo di 25 metri nel ghiacciaio che “mina per sempre l’antica fiducia nella sua stabilità”. Cosa pensare dopo aver percepito con i propri occhi lo squarcio visivo sotto Punta Rocca?
L’autore, avendo descritto i due tempi del ghiacciaio nel passato e nel presente, ne introduce sorprendentemente un altro: un “terzo tempo” che invita a riflettere e a condividere tempi lunghi, a riabilitare il senso della previsione e della responsabilità, che non significa divieti ma “cambio di paradigma”, da attuare subito per salvaguardare le generazioni future.
In questo senso interviene in aiuto un altro libro che spiega quanto sia nocivo perseverare nel pensiero del breveterminismo, e al contrario comprendere quanto sia più necessario e socialmente giusto per la sopravvivenza e la coabitazione sul pianeta il “cambio di paradigma”. Il pensiero a lungo termine dovrebbe guidare le scelte individuali e quelle della politica. Con dovizia di argomenti, esempi e riferimenti bibliografici, Come essere un buon antenato di Roman Krznaric (Connessioni Ed., San Giuliano Milanese 2023, 25 €) è un antidoto al pensiero a breve termine; illustrando la storia della mente umana, dimostra in modo convincente perché è bene oggi preferire la mentalità del lascito e il pensiero del tempo profondo.
Tornando alla linea di equilibrio contenuta in ogni ghiacciaio, si potrebbe pensare che la scienza abbia soluzioni e proposte risolutive a problemi così complessi. Le uniche credibili e praticabili attualmente sono quelle della mitigazione e dell’adattamento con una visione a lungo termine che impegni radicali scelte civili e politiche, e più giustizia sociale.
In attesa di questo cambio collettivo di paradigma, Varotto spiazza il lettore proponendo una strada possibile a partire dal nostro quotidiano. La quarta lezione viene dalla dimensione antropologica, dal titolo “Facciamo Festa”. Sembrerebbe un’ironica contraddizione dopo scenari di catastrofe in merito non solo al ghiacciaio della Marmolada, ma così non è. La festa per Varotto è tornare alla dimensione del “riposo”, è recuperare una pausa cadenzata nella nostra vita energivora prendendo spunto dal pensiero simbolico, dalle leggende e dal mito del ghiacciaio della Marmolada. Questa è la lezione della montagna, sospendere la corsa forsennata nel pieno della crisi e recuperare l’intervallo riconciliante del nostro vivere in questo tempo. Per esempio, anteporre il momento periodico del riposo e della relazione, a quello della mera monetizzazione.

Dunque, unire i punti di un tempo circolare e ciclico, piuttosto che far salire sempre più in alto la curva di un tempo di perpetuo progresso, può essere un altro modo di vivere su questo pianeta. Ecco allora la lezione nuova che scaturisce dalla Marmolada: un invito a cambiare la visione del nostro orizzonte quotidiano e insieme la frequentazione della montagna in relazione – nostro malgrado – al cambiamento in atto. Un laboratorio di sostenibilità autentica e coerente, quindi, che riparta dalla crisi climatica, dall’overtourism e dalle esigenze di vita più serena dei suoi abitanti.
I punti per questo cambiamento che chiedono il superamento di visioni speculative e dal respiro corto sono espressi nel Manifesto per un’altra Marmolada lanciato nel 2024 dalla Rete delle Università italiane per lo Sviluppo Sostenibile (https://reterus.it/public/files/Eventi/2024/CFC6/Manifesto_per_unAltra_Marmolada_DEF.pdf), preceduti nel 2020 dalle proposte di Guido Trevisan per la valorizzazione paesaggistica, antropologica, storica e delle bellezze naturali della Marmolada che escludono nuovi impianti di risalita (https://gognablog.sherpa-gate.com/marmolada-2020-per-uno-sviluppo-sostenibile/), e ancor prima nella serie di azioni specifiche e richieste di investimenti diversi per la Marmolada promosse sin dal 1998 da Mountain Wilderness nel solco delle “Tesi di Biella” (https://www.mountainwilderness.it/editoriale/marmolada-un-rilancio-basato-sulla-qualita-e-leccellenza-della-montagna/).
Dal 2023 in Europa affiorano preoccupanti fenomeni e nuovi rituali “instagrammabili” legati all’overtourism e al last chance tourism, il “turismo delle ultime possibilità” che consiste nel vedere i ghiacciai morenti. Accade in Svizzera, come in Italia. E i sentimenti cambiano, come annota sul campo il noto glaciologo svizzero Matthias Huss:
“In Svizzera (…) il ghiaccio è scomparso, quindi le misurazioni sul ghiacciaio sono state interrotte. E’ una sensazione difficile da descrivere per un glaciologo assistere a questo punto finale, documentarlo e chiudere definitivamente la cartella dopo decenni di osservazioni. Da un lato c’è una sensazione di fascino nell’essere un testimone diretto di questi cambiamenti fondamentali che si verificano in tempo reale. Dall’altro, è come perdere un vecchio amico. Nel corso di molti anni, sono salito sui “miei” ghiacciai innumerevoli volte per misurarli. Era sempre lo stesso percorso, eppure sempre diverso, perché il bordo del ghiaccio che si ritira rapidamente rivela ogni volta qualcosa di nuovo, cambiando il paesaggio. Ma questo processo è ormai terminato; il capitolo è chiuso (per approfondire cfr. Matthias Huss, On the feasibility of glacier preservation, Nature wate, vol. 2, July 2024, pp. 606–607. https://www.nature.com/articles/s44221-024-00269-8)”.
L’augurio di fine estate è ritracciare nei tavoli di lavoro, nella narrazione e nella percezione pubblica la scala delle priorità davvero necessarie per la Marmolada e per tante altre montagne. Scrive Maurizio Gentilini del CNR – Istituto di storia dell’Europa mediterranea che è necessario rivedere la metrica di analisi dell’overtourism, basata finora su dati quantitativi e non su quelli qualitativi (aspettative, percezioni, modelli culturali ed educativi, ma anche i nuovi scenari climatici quali le ondate di calore nei centri urbani) che legano il turista alla montagna. L’industria della montagna è sempre più lanciata a portare in modo massivo le persone in quota, e sempre più in alto e velocemente. Balzi di questo genere, comportano cacotopie. Così precisa:
“oltre alle persone, in quota vengono trasferiti anche i costumi, le esigenze, le mode, le strutture necessarie. Adattare la montagna al turismo e non spingere il turismo ad adattarsi alla montagna. Ma adattarsi sarebbe necessario per comprendere i luoghi, per entrare in sintonia con l’ambiente (https://gognablog.sherpa-gate.com/overtourism-in-dolomiti/)”.
In definitiva, entrare in una relazione naturale e rispettosa con un ambiente da visitare senza stravolgerlo e piegarlo ai propri desideri.
E allora, cosa significa oggi il termine abusato di sostenibilità, avvolto sempre più da un manto di vaghezza se non per ammansire le proposte più audaci, che nulla hanno a che vedere con la tutela dell’ambiente e il risparmio energetico ma con la spettacolarizzazione e la patrimonializzazione?
Dobbiamo fermarci, rivalutare la parola limite prima di tornare a pianificare e intraprendere azioni che risuoneranno per i decenni a venire, tenendo bene in conto quello che abbiamo fatto (impatti compresi), quello che resta, e quello che possiamo fare in modo migliorativo, non spregiudicato e dissipante risorse, per un domani consegnato alle generazioni future.
Ines Millesimi * (PhD Università della Tuscia, Ecologia e gestione sostenibile delle risorse ambientali, inesmillesimi@unitus.it).