Le vittorie ambientaliste in Appennino: buoni risultati, ma molto rimane da fare.

Nel cuore dell’Italia, l’Appennino vive dinamiche già tristemente note sulle Alpi: spopolamento, impoverimento culturale, monocultura dello sci e overtourism. Ines Millesimi, attivista e socia di Mountain Wilderness, racconta come, nonostante tutto, l’ambientalismo non abbia smesso di resistere, di denunciare e – talvolta – di vincere. Un viaggio tra contraddizioni, pressioni speculative e battaglie per un futuro più giusto e sostenibile. (Foto e testo sono di Ines Millesimi).

Piana Peligna con il Monte Morrone e la Maiella (Abruzzo, Archivio SLO)

Quello che accade in Appennino con il riscaldamento globale e il cambiamento climatico in atto può essere – ma non sempre – un indicatore di cosa potrà succedere sulle Alpi. Si stanno “spostando” le stagioni, gli inverni sono più miti e le estati più siccitose, con eventi improvvisi ed estremi che cominciano a diventare ricorrenti. In questo scenario cambia anche il turismo e la pressione sulle montagne. L’Appennino, un tempo considerato montagna minore e di prossimità, buona per brevi e fugaci fine settimana, viene sempre più scelto da giovani e famiglie per due ragioni: ambienti ancora abbastanza selvatici, autentici e poco addomesticati; prezzi ancora ragionevoli, in cui la componente ambientale e l’identità culturale sono diventate primarie nella scelta della meta. Complici anche le celebrità, come è stato in Abruzzo: Hervé Barmasse con la sua impresa di sci-alpinismo sul Gran Sasso e l’attore americano Stanley Tucci che ha rilanciato la bellezza di quella montagna mangiando arrosticini di pecora.

Gran Sasso

Spopolamento

Queste premesse non salvano l’Appennino dalla sua complessità, con le sue contraddizioni nelle aree interne spopolate, borghi un tempo belli ed ora abbandonati, strade di montagna che richiedono manutenzione e investimenti per la sicurezza. Defiscalizzazione? Non se ne parla proprio. Il Piano strategico nazionale delle aree interne (PSNAI) redatto da questo governo è la pietra tombale. Si parla, infelicemente, di abbandonare interventi economici e progetti per l’«accompagnamento di spopolamento irreversibile (…) Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza» (sic). Molte di queste sono aree pedemontane. Ma è da dire che i progetti di rilancio sono su tempi brevi, spesso demagogici e speculativi. Sembrerebbe si stia prospettando una selezione di “malati terminali”: su alcune aree, meno malmesse e con potenzialità, si investirà sperando in una ripresa o in un consolidamento, su molte altre si aspetterà la morte.  E la prima nota dolente è il tipo di investimento nelle pianificazioni.

Piani di Pezza, particolare lo scempio bloccato (Abruzzo, Archivio SLO)

Sci senza neve.

Per la montagna dominano i nuovi impianti di sci, collegamenti di bacini sciistici e/o ampliamenti su versanti a nord e più in alta quota. Questi sono gli obiettivi del rilancio con il concorso di soldi pubblici, sperando poi in ulteriori investimenti privati e nell’utilizzo degli impianti per uso estivo. Si tratta di investimenti improbabili in assenza di neve, con famiglie in crisi economica che non spendono per queste costose attività. É il caso del Monte Terminillo (Appennino Centrale, Gruppo dei Monti Reatini), con un progetto dal 2007 ancora in piedi, teso al collegamento di due bacini in crisi, distanti, a basse quote (tra 1600 e 1900 m s.l.m.), per creare un comprensorio sciistico con nuovi impianti, piste, sentieri e innevamento artificiale. L’altro caso è il Monte Catria (Appennino umbro-marchigiano), dove il nuovo progetto ha comportato due denunce per i danni arrecati all’ambiente e al paesaggio a carico dell’impresa che ha violato le prescrizioni contenute nelle autorizzazioni ambientali e paesaggistiche, già molto discutibili. La montagna non è solo sci e grandi opere con finanziamenti pubblici che sconfigurano paesaggio, ambienti ed ecosistemi: opere costose e con danni spesso irreversibili. A molti piace frequentarla con la neve quando c’è, preferendo attività ricreative alternative e più sostenibili: sci di fondo, racchette da neve, semplici passeggiate “mordi e fuggi” con sosta in una ristorazione tipica, e tanti selfie da condividere sui social. Chi della gente comune crede ancora nella monocultura dello sci di pista e alle ski oriented areas? Invece insistono a crederci le imprese strettamente del settore, i politici di turno, gli affabulatori che devono convincere i locali sulla moderna trinità sci-indotto-sviluppo. L’obiettivo è monetizzare nel breve termine e il più possibile. Senza prevedere l’effetto boomerang sull’ambiente e la ricaduta negativa sulle comunità che ci vivono. A fine gennaio ha fatto parlare molto di sé il caso Roccaraso, località di turismo sciistico in Abruzzo, presa d’assalto (20.000 presenze stimate con centinaia di pullman) per un fine settimana sulla neve, sempre così rara. Il tutto amplificato dai video virali su TikTok. Si è trattato di un fenomeno di turismo low-cost su cui riflettere, che ha comportato tantissimi problemi di gestione, disagi per gli abitanti, emergenze rifiuti e sporcizia, ma anche rischio di danno d’immagine per la stessa località. L’ipotesi di un nuovo “assalto” ha fatto scattare inedite misure di sicurezza e restrizioni. Dunque, l’overtourism con il suo impatto sulla montagna ha avuto il suo quarto d’ora di notorietà nazionale anche in Appennino.

Overtourism

Preso atto di tali fenomeni emergenti e montanti, perché allora l’accanimento terapeutico su nuovi caroselli sciistici che deturpano i versanti, impattano e riducono biodiversità già altamente compromesse? Mentre gli interessi di poteri e di gruppi sull’ambiente montano mostrano il lato aggressivo e predatorio cavalcando stereotipi sociali e modelli comportamentali di uguale impronta, l’associazionismo ambientalista tiene duro, protesta, denuncia, fatica a spezzare la curva – illusoria – del progresso perpetuo. Ma l’inversione del paradigma non tarderà a venire. Non siamo preparati al collasso se non si pone assoluto rimedio rafforzando lo stesso associazionismo ed impegno. Si parla di crisi dell’ambientalismo perché ci sono da un lato disinteresse e cattiva informazione, dall’altro difficoltà a trovare incisive soluzioni alternative e consenso popolare. Prevalgono strategie troppo differenziate che fanno sempre meno rete con i comitati cittadini, con problematiche legate alla frammentazione e all’individualismo. L’attivismo radicale o ecoattivismo è sempre più sanzionato penalmente, le giovani generazioni che protestavano nelle piazze al seguito di Greta Thunberg oggi sono impegnate su troppi fronti (la pace, la Palestina, i diritti, il proprio collocamento nella società). Laddove gli interventi di utilizzo e stravolgimento del territorio, non certo migliorativo per la tutela, sono più urgenti e gravi (per esempio anche l’estrattivismo sulle Alpi Apuane), si ricorre alla giustizia per tentare di bloccare i procedimenti. Come ultima ratio, si procede con i ricorsi al TAR e al Consiglio di Stato, nei casi estremi si ricorre all’Unione Europea per evidenziare vizi di procedure poiché non si riesce più ad incidere sin dall’inizio sull’inopportunità del progetto stesso. Tuttavia si sta registrando un numero ricorrente e preoccupante di bocciature dei ricorsi degli ambientalisti da parte del Consiglio di Stato, come di recente il nuovo impianto di sci al Corno alle Scale, in Emilia Romagna. Eppure la legislazione italiana in tema ambientale è avanzata, rafforzata nel 2022 dall’ampliamento dell’art. 9 della Costituzione e dalle raccomandazioni o normative europee. Tuttavia gli uffici tecnici delle Regioni e delle amministrazioni, nonché il Ministero dei Beni culturali che si occupa di salvaguardia del paesaggio, faticano a contenere le pressioni da parte della politica e rilasciano, magari con prescrizioni, i nullaosta.

Piani di Pezza, lo scempio bloccato (Abruzzo, Archivio SLO)

Oppure ignorano le normative e concedono le autorizzazioni sapendo che sindaci, governatori e opinione pubblica sono convinti che ciò porti sviluppo. Come nell’ennesimo scontro sulla nuova realizzazione della seggiovia quadriposto nel cuore del Parco Naturale Regionale Sirente-Velino (Abruzzo) per il potenziamento dell’offerta turistica della stazione sciistica di Ovindoli, un’operazione costosa e scellerata che getta le basi per il collegamento con Campo Felice. Sulle aree protette è arrivata infine la scure: si registra il taglio del 22% che la Regione Abruzzo ha imposto ai fondi destinati ai parchi e alle riserve naturali per il 2025.

Alcuni segnali positivi

Tuttavia grazie all’impegno delle associazioni ambientaliste, tra queste Mountain Wilderness in prima linea, arrivano alcune notizie positive che sebbene non possano essere considerate vittorie risolutive sono senza dubbio traguardi (o soluzioni di compromesso) per contenere ulteriori scempi ambientali: la Regione Umbria ha ritirato il decreto che favoriva la libera circolazione di mezzi motorizzati su sentieri e mulattiere, c’è stato il successo con lo stop al cantiere per la realizzazione dello stadio dello sci di fondo sui bellissimi Piani di Pezza e il ripristino ambientale del sito sottoposto a vincolo, alle porte del Parco Sirente-Velino in Abruzzo. Un altro segnale? Il CAI e l’Università di Padova hanno pubblicato uno studio su iForest dal titolo “Into the wild?” nel quale si documenta una chiara inclinazione e preferenza per un modello più “selvaggio” e meno antropizzato di montagna, in cui «l’impronta antropica (infrastrutture e veicoli) sia ridotta al minimo». La statistica mostra che i maggiori frequentatori delle montagne a piedi sono i giovani-adulti (25-34 anni) e gli over 65.

In conclusione c’è ancora molto da fare per invertire la rotta. Intanto le montagne d’estate sono una meta molto richiesta perché in città e al mare fa sempre più caldo. Si deve fuggire in quota. Prepariamo le alte quote ad accogliere e a formare chi alimenta i nuovi arrivi.

Ines Millesimi