Mountain Wilderness e Milano Cortina: la voce delle montagne nel tempo dell’Olimpiade.
Ci sono eventi che durano poche settimane e lasciano segni destinati a rimanere per decenni. Le Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026 appartengono a questa categoria. Mentre i riflettori si accendono sugli stadi, sulle piste e sulle cerimonie, nelle vallate alpine si consuma una trasformazione più silenziosa, fatta di cantieri, strade allargate, boschi abbattuti e nuovi equilibri territoriali. È una trasformazione che viene spesso raccontata come inevitabile, quasi naturale, come se il progresso avesse una sola direzione possibile. Eppure le montagne insegnano il contrario. In montagna nulla è davvero inevitabile: ogni sentiero segue una scelta, ogni taglio nel bosco produce una conseguenza, ogni intervento modifica un equilibrio costruito nel tempo. Per questo, accanto alla narrazione ufficiale dell’evento, è esistita in questi anni un’altra storia. Una storia fatta di domande, di analisi, di dubbi e di opposizione. Una storia che Mountain Wilderness ha contribuito a raccontare con rigore e determinazione, cercando di riportare al centro del dibattito ciò che troppo spesso resta ai margini: il valore dei territori, i limiti ecologici delle Alpi e la responsabilità che abbiamo verso le generazioni future. Questo articolo di Nicola Pech ripercorre quel lavoro, le sue ragioni e le sue contraddizioni, nella convinzione che il destino delle montagne non riguardi soltanto chi le abita, ma tutti coloro che riconoscono nel paesaggio un bene comune da custodire e non una semplice risorsa da consumare.

Le montagne non hanno voce. O meglio: la loro voce è lenta, geologica, indifferente alle scadenze dei comitati organizzatori e ai cronoprogrammi delle grandi opere. Se qualcuno, questa voce, ha cercato di tradurla in parole comprensibili nel pieno del frastuono mediatico di un’Olimpiade, quel qualcuno, in questi anni, è stata Mountain Wilderness. Le Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026 sono state raccontate, fin dall’inizio, come modernizzazione, rilancio delle terre alte, opportunità irripetibile. La retorica dell’evento ha occupato ogni spazio, dalle istituzioni ai media locali. In questo coro entusiasta, il ruolo di Mountain Wilderness è stato quello, semplice ma radicale, di fare informazione e opposizione. Informazione significa studio e divulgazione dei progetti, accesso agli atti, analisi dei costi ambientali ed economici. Opposizione significa assumersi la responsabilità di dire che no, non tutto ciò che luccica è sviluppo, che un bosco non è un ostacolo da spianare, che l’emergenza climatica mal si concilia con nuovi impianti da sci, strade, parcheggi, bacini artificiali. Possiamo dirlo con chiarezza: grazie al mastodontico lavoro di Luigi Casanova, Mountain Wilderness è stata capofila della voce critica e della controinformazione prima e durante queste Olimpiadi. I suoi libri, “Ombre sulla neve” e “Oro Colato”, hanno rappresentato un punto di riferimento per chiunque volesse comprendere davvero cosa si muove dietro la vetrina olimpica.

Ma non sono stati solo i libri: è stata la sua presenza costante, competente, mai urlata e proprio per questo difficilmente attaccabile, a portare Mountain Wilderness dentro il dibattito nazionale. In un tempo in cui l’opposizione rischia di essere liquidata come ideologica, Casanova ha riportato la discussione sui dati, sui bilanci, sulle conseguenze a lungo termine. E così facendo ha dato alla nostra critica solidità e credibilità. A questo lavoro meticoloso si è affiancato anche l’impegno degli altri membri del direttivo e di alcuni soci. Le analisi, i dati, le ricostruzioni contenute nei due libri sono diventati una base comune, uno strumento condiviso. Non si è trattato di una delega, ma di un rilancio: ognuno ha preso spunto dal lavoro di ricerca di Casanova per intervenire nel dibattito pubblico, rilasciare interviste, scrivere articoli, partecipare a incontri e assemblee. È così che la ricerca individuale si è trasformata in voce collettiva. Il risultato è stato un grande coinvolgimento dell’associazione e una rassegna stampa di tutto rispetto. Siamo stati citati da testate nazionali come Corriere della Sera, la Repubblica e Il Fatto Quotidiano, che hanno ripreso le nostre analisi sui costi e sugli impatti ambientali delle opere olimpiche. Ma la cosa forse più significativa è l’attenzione internazionale.

Dalla Francia alla Repubblica Ceca, dall’Inghilterra alla Spagna, abbiamo rilasciato interviste a giornali e media di tutta Europa. L’ultima citazione, in ordine di tempo, è arrivata dall’inglese “The Guardian”, che in un approfondimento dedicato alle contraddizioni ambientali dei Giochi ha inserito un link diretto al nostro sito. Un dettaglio? Forse, ma quel link ci sta portando centinaia di visite, nuovi contatti, nuove richieste di informazioni. Significa che la voce delle montagne, se tradotta con rigore, attraversa i confini. La storia di Mountain Wilderness non è certo fatta soltanto di dossier e conferenze stampa. È stata, spesso, una storia di azioni provocatorie, di gesti capaci di rompere la narrazione dominante. Azioni in cui i corpi stessi si opponevano, almeno simbolicamente, allo scempio ambientale. Si pensi alle mobilitazioni contro l’eliski, pratica contestata con presidi, striscioni, salite collettive per affermare un’idea diversa di montagna. O alle marce nella Foresta del Cansiglio, dove la presenza fisica diventava testimonianza concreta, modo diretto di abitare e difendere un territorio minacciato. Per le Olimpiadi ci siamo mossi in modo diverso. Un po’ perché la sorveglianza era serrata, i cantieri blindati, gli spazi di dissenso stretti dentro perimetri di sicurezza difficili da attraversare. Ma un po’ anche perché questo modo più istituzionale di agire rispecchia ciò che l’associazione, e il suo corpo sociale, sono diventati nel tempo. Meno gesti eclatanti, più lavoro di analisi. Non è necessariamente un passo indietro: è un cambiamento. Che si può discutere, certo. Ma che racconta una maturazione, e forse anche una trasformazione, del nostro modo di stare nel conflitto. Mountain Wilderness e Milano Cortina: la voce delle montagne nel tempo dell’Olimpiade.

In questo modo di agire non siamo stati soli. Abbiamo cercato di fare rete con le altre associazioni ambientaliste, con i comitati locali nelle valli, con chi vive quotidianamente i territori interessati dai cantieri. E abbiamo dialogato con l’area dell’attivismo sociale e antagonista a Milano, dove l’opposizione alle Olimpiadi ha assunto forme diverse, intrecciando alla critica ambientale anche rivendicazioni sociali legate alla gentrificazione, al diritto all’abitare e alle trasformazioni urbane. Non sempre è stato semplice. Le culture politiche, i linguaggi e le priorità non coincidono automaticamente, ma il tentativo di costruire un fronte ampio è stato un percorso arricchente dal punto di vista umano e politico.

Resta una domanda, che non riguarda solo Mountain Wilderness ma tutto il movimento ambientalista: qual è il limite tra testimonianza ed efficacia? Tra denuncia e capacità di incidere materialmente sui processi? Le Olimpiadi passeranno. Le montagne resteranno, con le ferite che abbiamo saputo evitare e con quelle che non siamo riusciti a impedire. Il nostro compito rimane continuare a difenderle e dare loro voce, costruendo, di fronte alle minacce future di nuove trasformazioni dei territori, un fronte comune capace di lavorare insieme come è stato durante queste Olimpiadi.
Nicola Pech