Overtourism: un ministro prova a imporre il divieto nell’uso del termine.

Mentre il dibattito pubblico sul turismo tende sempre più a misurarne il valore esclusivamente in termini economici, diventano marginali le domande sugli impatti ambientali, sociali e culturali che la crescita incontrollata produce nei territori più fragili. Dalle Dolomiti alle aree protette, le comunità locali sperimentano trasformazioni profonde: aumento della pressione antropica, perdita di identità, conflitti nell’uso degli spazi e crescente difficoltà nel mantenere un equilibrio tra qualità della vita e attrattività turistica. In questo contesto, il tentativo di rimuovere persino il termine “overtourism” dal dibattito pubblico solleva interrogativi sul rapporto tra linguaggio, politica e capacità di affrontare criticamente i problemi. Luigi Casanova riflette su queste dinamiche a partire da quanto emerso al Festival dell’Economia di Trento, riaffermando la necessità di nominare i fenomeni per poterli comprendere e governare.

A Trento si è concluso il Festival dell’Economia, occasione di confronto importante e molto partecipata, dedicata ai numerosi temi che attraversano l’economia del nostro Paese e del pianeta. Fino a pochi anni fa il Festival ospitava premi Nobel; oggi sembra preferire una lunga sequenza di ministri e rappresentanti politici, trasformandosi spesso in una vetrina quasi priva di un reale contraddittorio. Tra i molti incontri, merita attenzione l’intervento del ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, che ha invitato operatori dell’informazione e cittadini a non utilizzare il termine “overtourism”. Il ministro è stato esplicito: «Sono sempre stato chiaro sul fatto che, secondo me, il termine overtourism sia assolutamente sbagliato. Questo perché cerca di risolvere un problema creando però un clima di terrore nelle persone che vorrebbero invece venire nel nostro Paese. Non possiamo lamentarci dell’overtourism, ma dobbiamo semmai cercare di gestire i numeri… il turismo vale circa il 13% del PIL, che sale al 25% considerando l’indotto… il turismo nel 2026 aumenterà del 2%…». Colpisce che esponenti delle istituzioni arrivino a suggerire quali parole possano essere utilizzate nel dibattito pubblico, quasi a delimitare il vocabolario con cui descrivere fenomeni complessi.

Perché non dovrebbe essere possibile affrontare le criticità del turismo attraverso termini chiari e riconosciuti? Parlare di overtourism non significa negare il valore economico del turismo, nelle montagne come sulle coste. Significa, al contrario, aprire uno spazio di confronto sulle sofferenze ormai evidenti in molte vallate dolomitiche e aree protette: l’eccesso di urbanizzazione, la motorizzazione incontrollata, la fuga dei giovani, i conflitti tra pedoni e ciclisti, tra ciclisti e automobili, così come i costi sociali che questo modello economico scarica su una parte consistente della popolazione. L’invito del ministro è quello di non creare allarme, in una visione dove il mercato sembra dover prevalere su ogni altra considerazione. Anche il marchio UNESCO viene interpretato principalmente come leva per incrementare i flussi turistici, come mostrano i casi della pizza, del prosecco e, più recentemente, della canzone napoletana. Viene così messo in secondo piano il tema della conservazione delle caratteristiche uniche di patrimoni riconosciuti a livello internazionale, come accade nelle Dolomiti. Nel suo intervento il ministro non ha dedicato una parola all’ambiente naturale, al valore della biodiversità o alle criticità che molte aree montane vivono quotidianamente: non soltanto la distruzione dei paesaggi, ma anche le fragilità sociali che interessano le comunità residenti nei territori a forte vocazione turistica, come le Alpi. Come Mountain Wilderness continueremo a non ignorare questi temi e a denunciare ogni forma di aggressione alla montagna, ogni situazione in cui la vita delle comunità residenti diventa insostenibile sotto la pressione della turistificazione di massa. A partire dal ricordare uno dei molti insegnamenti lasciati da Carlo Petrini, Carlin: «Un turismo che non sa governare i suoi limiti è come il vino mal fatto: ti fa sentire brillo all’inizio, ma poi ti lascia il mal di testa». Nel caso della montagna, il rischio è perdere in modo irreversibile identità, culture, paesaggi e natura.

Luigi Casanova