Salva Milano da chi?

Parlare di Milano oggi significa parlare anche di montagna. La connessione tra la metropoli lombarda e i territori alpini non è solo geografica: è una linea di potere, di investimenti e di scelte politiche che, sempre più spesso, modellano in profondità gli ecosistemi montani. L’avvicinarsi delle Olimpiadi Milano-Cortina ha reso evidente quanto questa relazione sia squilibrata e distruttiva: un’enorme bolla speculativa che rivela, una volta di più, l’incapacità della classe dirigente di affrontare le sfide della giustizia sociale ed ecologica, sia in città che nelle terre alte.

Nel capoluogo lombardo, la politica del sindaco Sala si rivela perfettamente allineata a quella dei presidenti Fontana e Zaia: al di là delle etichette ideologiche, ciò che li accomuna è l’adesione a un modello di sviluppo che premia pochi e danneggia molti, che regala spazi e risorse agli speculatori a discapito dei cittadini e dell’ambiente. È lo stesso modello che si vuole esportare in montagna, a suon di impianti, cemento e grandi eventi, in un territorio sempre più fragile.

L’articolo che segue, pubblicato su L’HuffPost a firma di Nicola Pech, ci offre uno spunto per riflettere su come il fallimento del “modello Milano” parli anche a noi che difendiamo la montagna: perché oggi più che mai, salvare la montagna significa anche salvare la città.

In questi giorni Milano è di nuovo protagonista delle cronache giudiziarie. Coinvolti il sindaco Beppe Sala, l’ assessore Tancredi, il colosso immobiliare Coima. Tutti nomi legati, direttamente o indirettamente, a un modello di sviluppo che ha un nome e una narrazione: “Salva Milano”. Sia chiaro: la vicenda giudiziaria è ancora tutta da dimostrare. Le indagini sono appena iniziate, le responsabilità penali verranno accertate — o escluse — nelle sedi opportune, la presunzione di innocenza è principio inviolabile. Ogni valutazione prematura, sul piano giudiziario, è dunque da evitare.
Ma se i tempi della giustizia sono lenti, quelli del giudizio politico e culturale sono maturi. Anzi, sono forse scaduti da tempo.
Milano è da anni la vetrina italiana di un certo tipo di sviluppo urbano: verticale, speculativo, votato all’attrattività finanziaria. Un modello che si racconta come innovazione, ma che nei fatti produce disuguaglianza e disagio. Perché a fronte dei grattacieli e delle skyline firmate dagli archistar, c’è un tessuto urbano che si svuota, una classe media che si impoverisce e migliaia di cittadini che vengono progressivamente espulsi dalla città.

olimpiadi
Olimpiadi


Due, tra molti, possono essere considerati casi emblematici. Uno è il Villaggio Olimpico, realizzato nello Scalo di Porta Romana: finanziato con risorse pubbliche, sarà gestito da soggetti privati, che incasseranno affitti a prezzo di mercato. Un altro è Porta Nuova, uno dei più grandi interventi di rigenerazione urbana in Europa, reso possibile anche grazie a consistenti investimenti pubblici in infrastrutture, mobilità e bonifiche. L’intera operazione ha generato un’enorme valorizzazione immobiliare a beneficio quasi esclusivo di fondi e operatori privati, con spazi residenziali e commerciali di fascia alta e accessibilità sociale pressoché nulla. In entrambi i casi, protagonista – incidentalmente o meno – è sempre Coima.
Chi ha guadagnato da questo modello? Palazzinari, fondi, consulenti/progettisti. Chi ci ha perso? I più: studenti, lavoratori, giovani famiglie, anziani, professionisti, una classe media che non riesce più a vivere, né tanto meno a comprare, in città.

Milano. Foto di Marta Viola


Non è solo una questione di edilizia. È una questione di visione. Milano è sì una città in continuo “sviluppo”, ma senza progresso. Cresce in altezza, non in verde pubblico. Aumentano le rendite, non i diritti. Si moltiplicano gli eventi, non i servizi. È una modernità senza umanità.
Le associazioni, i comitati, tanti cittadini lo denunciano da anni: un modello di città costruita per pochi, con i soldi di molti. Dove i prezzi delle case salgono oltre ogni limite, gli affitti diventano inavvicinabili, le aree verdi, o potenzialmente tali, scompaiono sotto il cemento, alla faccia della rigenerazione urbana. Basti pensare a City Life e Porta Nuova-Gae Aulenti, simboli di una vetrina di prestigio dietro cui si consuma una città sempre più escludente e prepotente.
La sinistra milanese, quella istituzionale, ne esce con le ossa rotte. Ma chi vive in città lo sapeva già. Da tempo la direzione era chiara, ed era quella sbagliata. Non serve un processo per capirlo. Serve un altro immaginario urbano. E serve subito perché il rischio è che cambino i padroni ma non le dinamiche.

Nicola Pech