Trentino, piani regolatori aggirati: cresce il modello turistico-industriale

Il Trentino viene spesso raccontato come un modello: efficienza amministrativa, equilibrio tra sviluppo e tutela, una montagna che avrebbe saputo trovare la propria misura nel tempo della crisi climatica. Ma sotto questa superficie ordinata e rassicurante si muove una realtà ben diversa, fatta di deroghe sistematiche, accelerazioni silenziose e trasformazioni profonde del territorio. È qui, nelle pieghe meno visibili delle scelte politiche e urbanistiche, che emerge un’altra storia: quella di una montagna progressivamente adattata alle logiche della crescita, più che ai suoi limiti. Di Luigi Casanova.

Si prepara la montagna del futuro, ora si programma l’assalto definitivo. Le società impiantistiche non perdono tempo. Del resto lo hanno confermato nelle secche repliche ai dati di Nevediversa 2026: “Da tempo ci prepariamo e ci adattiamo ai cambiamenti climatici”. Non avevamo dubbi, la loro macchina è super efficiente, guarda lontano, investe grazie a contributi pubblici che hanno dell’incredibile, grazie al sostegno che trovano nelle popolazioni della montagna, in gran parte coinvolte in conflitti di interessi diretti, tanto diffusi da risultare irreversibili. Le società impiantistiche sostengono l’urbanizzazione delle alte quote: alberghi di lusso, apres ski, concerti in quota, perfino rassegne musicali di più giorni, perfino sui ghiacciai scavati per ospitare sale musicali, musei, nuova viabilità, ferrate, eliturismo, parchi tematici, piste di downhill e biciclette ovunque, bacini artificiali che diventano laghi estivi, sentieri livellati, invasione di motoslitte e moto nel cuore delle foreste. La montagna viene sovraccaricata di servizi, chi la frequenta e sempre più chi la frequenterà si ritrova in una città in alta quota; quando ridiscende, spesso è fradicio di alcool. Riportiamo due esempi scandalo. In Dolomiti, il territorio patrimonio Unesco è svenduto alle più scellerate imprese: si tratta del territorio che anticipa gli scempi che in tempi brevi si diffonderanno ovunque.

Buffaure, area sciabile del Ciampac (Sèn Jan – Canazei, valle di Fassa)

A quota 2050 dell’Alpe del Buffaure – Ciampac trovate ancora un rifugio che tempo fa era baita degli anni ’70, modesto, in legno, non invasivo. Cosa vi si troverà entro un anno? Il rifugio demolito. Al suo posto, in piena area pascoliva, in area a elevata naturalità come scriveva il Piano Regolatore comunale, sorgerà un edificio che ha ottenuto in deroga, da Comune e Provincia, un aumento di volumetria del 450%, sì, avete letto giusto. La deroga riguarda anche le schede che imponevano il risanamento conservativo: l’edificio attuale sarà invece demolito. Sorgerà un nuovo edificio su quattro livelli con seminterrato che ospiterà garage per battipista e motoslitte, camere per personale e bagni, area wellness; al piano terra bar e ristorante con 120 posti a sedere, accesso ad area notte, reception, terrazza esterna con altri 150 posti a sedere; al primo piano si troveranno 5 suite con saune private e terrazze; al secondo piano l’appartamento del gestore e quattro camere per il personale. Il tutto occuperà una superficie di 2391,73 mq. Il bivacco invernale (necessario per giustificare la tipologia “rifugio”) sarà realizzato abbattendo la vecchia baita (anni ’70) e ricostruito su area diversa. Per i rifugi la legge trentina parlava di mantenere “sobria ospitalità in zone di montagna”. Quante contraddizioni. Il nuovo rifugio, guarda caso, sorgerà accanto alla pista di sci, accompagnerà il potenziamento dell’impianto di risalita appena ristrutturato: si passerà a una capacità di trasporto da 1800 posti/ora a 2600. Nei primi anni Duemila l’allora giunta provinciale, nel difendersi dagli attacchi di MW verso il nuovo collegamento di Val Jumela, affermava con certezza: “Il collegamento proposto sarà l’ultimo concesso da questa Provincia”.

Agritur mas dei Zalune 

Anche le stalle raddoppiano, sempre in deroga ai PRG.

Passiamo ora al settore agricolo, a mille metri di quota. A Predazzo, il comune che ha concesso il rifacimento dei trampolini del salto dal costo di 48 milioni di euro e il rifacimento degli edifici della scuola alpina di finanza definiti “Villaggio olimpico” con la costruzione di un nuovo invasivo padiglione al costo di 53 milioni di euro, ora accoglie un regalo al mondo degli allevatori. Parliamo dell’ampliamento di una stalla, l’azienda Mas dei Zalune: una struttura disposta su un’ampia distesa prativa, ricca di prati di pregio, che ospita già cinque abnormi stalloni che annualmente devono rifornirsi in pianura padana del 50% del foraggio necessario al sostentamento delle centinaia di vacche da latte e da carne. La stalla è datata anni ’70: il nuovo edificio passerà dagli attuali 6340 mc di volume a 11.137, la superficie occupata da 25.717 mq a 45.493, l’altezza dell’edificio sarà di 7 metri, dai 58 capi ospitati si passerà a 100. Anche qui, in dimensioni oscene, tutto avviene in deroga al Piano Regolatore comunale. Si sono riportati due esempi fra loro diversi, ma che portano a conclusioni identiche e preoccupanti. In nessuno dei due casi c’è stata riflessione sul vicino domani, né del turismo né dell’agricoltura di montagna: in entrambi i settori si procede nei processi di industrializzazione delle economie e si vincola il futuro, imponendo agli enti pubblici di potenziare i servizi, in quota come nel fondovalle. I Piani Regolatori, comunali e regionali, è dimostrato, sono carta da macero: possono venire stravolti in ogni momento, offendendo chi li ha progettati e chi li ha condivisi, mondo economico e scientifico. L’istituto della deroga si dimostra la più grave violazione del rispetto del cittadino. In nessuno dei due casi si è accennato al tema della biodiversità, del limite, dei cambiamenti climatici in atto, della disponibilità o meno di risorsa idrica, del paesaggio, del consumo di suolo, della sicurezza. Nel caso del rifugio Buffaure l’attenzione viene rivolta al potenziamento delle capacità di trasporto degli impianti a fune: più aumentano le presenze più servizi si dovranno offrire. In Dolomiti la montagna è ormai proprietà assoluta dell’industria impiantistica, la politica ne è asservita. In entrambi i casi esce trionfante il mito della crescita, ci si pone proni alla turistificazione. Siamo davvero certi che quanto viene proposto e sostenuto in Dolomiti sia la ricetta più utile al futuro del vivere la montagna?

Luigi Casanova