L’entusiasmo di allora, la responsabilità di oggi: trent’anni di Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.
Trent’anni fa, ai Prati di Tivo, un entusiasmo collettivo accompagnava la nascita del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga: una conquista attesa, frutto di battaglie civili e di un’idea di montagna libera e viva. In prima linea, tra coloro che più credettero nella necessità di un grande parco appenninico, c’erano gli uomini e le donne di Mountain Wilderness, insieme alle sezioni centro-meridionali del Club Alpino Italiano. Fu anche grazie alla loro determinazione che i monti della Laga trovarono spazio entro i confini del Parco, in nome di una tutela che andasse oltre i campanili e gli interessi locali. Oggi, a distanza di tre decenni, la ricorrenza è occasione non solo di celebrazione, ma anche di riflessione.
E’ necessario guardare con onestà e coraggio al cammino compiuto: alle luci e alle ombre di un progetto che, pur tra mille difficoltà, continua a rappresentare un pilastro della conservazione e un banco di prova della nostra maturità culturale come Paese. Celebrare il Parco significa, dunque, non fermarsi alla memoria, ma rilanciare con forza il senso di una responsabilità collettiva: quella di restituire ai nostri parchi il ruolo di laboratori di futuro, dove la natura non sia un ostacolo allo sviluppo, ma la sua misura più alta.
In occasione del trentesimo anniversario del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, Abruzzo Parks e Mountain Wilderness hanno organizzato un’escursione “dialogata” con l’obiettivo di celebrare l’area protetta attraverso la voce dei suoi protagonisti. La camminata da Campo Imperatore a Campo Pericoli e’ stata accompagnata dai racconti dei personaggi che hanno lottato per l’istituzione del Parco e che continuano a impegnarsi per la sua tutela.

E’ stata una opportunità per riflettere sui risultati raggiunti, sulle vecchie e nuove battaglie ambientali e sulle sfide future, unendo l’esperienza del cammino alla conoscenza diretta delle vicende storiche e naturalistiche che hanno segnato la vita del Parco. Una bella giornata all’insegna del “camminare per conoscere, conoscere per amare, amare per tutelare la montagna”.

L’intervento di Carlo Alberto Pinelli
Trenta anni fa abbiamo salutato con grande entusiasmo, ai Prati di Tivo, l’istituzione del Parco, fieri di quello che era stato il nostro ruolo propulsore, efficace soprattutto per l’inserimento dei monti della Laga entro i confini del Parco. Il merito va tanto a noi di Mountain Wilderness quanto alla mobilitazione delle sezioni centro meridionali del Club Alpino. Come non citare le mille persone che assistettero all’incontro per la tutela della Laga, nel più grande teatro di Teramo con la partecipazione del sen Giorgio Ruffolo, allora ministro dell’Ambiente e di Piero Angela? Come non ricordare i settemila partecipanti alla successiva manifestazione a Amatrice?

Sono trascorsi trenta anni e cosa resta di quell’entusiasmo, forse troppo ingenuo?
Dobbiamo riconoscere che lo scontro con i micro e i macro problemi della quotidianità e con la scarsa maturità culturale e politica dell’Italia quell’entusiasmo lo ha fatto in parte appassire. Non tanto nei primi anni della gestione, ma di certo negli ultimi. Non basta una sigla per dare respiro, capacità progettuali innovative e vita vera a un progetto ambizioso. Noi ci eravamo cullati nell’idea che i parchi nazionali potessero da un giorno all’altro porsi come laboratori attivi e d’avanguardia, che avevano il compito di sperimentare sul terreno, forme sempre più avanzate del rapporto del cittadino con l’ambiente naturale. Purtroppo questo è accaduto solo in parte anche per colpa del nostro calo di tensione e di attenzione. Calo di attenzione come associazioni ambientaliste e come singoli cittadini. I Parchi italiani, questo incluso, hanno finito con l’impantanarsi in un labirinto di vischiosità burocratiche prive di visione, di meschine convenienze localistiche e politiche, di mancanza di fondi ( che solo nei primi tempi erano adeguati), di carenze di organico. L’abolizione della Consulta Tecnica per le aree naturali protette ( di cui ero il vice presidente) fu un segno premonitore. Ben poco è stato fatto in seguito per coinvolgere le comunità locali, da un lato, e dal lato opposto per respingere striscianti progetti di antropizzazione turistica radicalmente contrari al significato del parco. Resta indubitabilmente l’accresciuta ricchezza della fauna. Ma questo basta?

E allora? Dobbiamo batterci il petto e ammettere che il nostro entusiasmo era mal riposto? Che i Parchi in Italia sono condannati a trasformarsi in scatole vuote, in balia dei più mediocri calcoli di convenienza politica? No. Assolutamente no. Se il giardinetto dietro alla nostra casa è soffocato dalle erbacce per colpa dell’inerzia e dell’imperizia del giardiniere, forse che il provvedimento da prendere sarebbe quello di asfaltarlo, e tanti saluti? Non sarebbe meglio cercare un giardiniere migliore?
Ecco proprio questo è ora il nostro compito. Riprendere lena e coraggio, rimboccarci di nuovo le maniche, per accrescere la pressione di base: come singoli cittadini, come comitati spontanei, come associazioni ambientalistiche e tentare di imporre ai decisori di oggi ( anche se li considerassimo peggiori di quelli che trent’anni fa alla fine ci hanno dato ascolto) di smetterla una buona volta di respingere i problemi della natura protetta ai margini estremi dei loro interessi, ma di ricollocare la conservazione della biodiversità, della bellezza naturale, dei paesaggi identitari, del mantello forestale, al centro – o quasi al centro – dei loro programmi di governo. I Parchi non sono un fastidioso problema marginale, di cui occuparsi a malincuore nei ritagli di tempo, spesso solo per affidarne la guida a qualche incompetente compagno di partito trombato alle ultime elezioni. Rappresentano il termometro della maturità culturale della nazione.
Carlo Alberto Pinelli