Bacini artificiali e falsa sostenibilità: così l’industria dello sci trasforma la montagna in un parco divertimenti
di Luigi Casanova
La chiamano sostenibilità, ma spesso è soltanto il nuovo volto dell’espansione dell’industria dello sci. I bacini artificiali in quota, presentati come opere multifunzionali e necessarie alla montagna, sono in realtà parte di un modello che continua a consumare suolo, acqua e paesaggio per sostenere un’economia privata con ingenti risorse pubbliche. Luigi Casanova denuncia la mistificazione di una narrazione che spaccia per interesse collettivo ciò che serve soprattutto a mantenere in vita un modello turistico sempre più fragile e invasivo. E mentre la parola «sostenibilità» viene usata come una foglia di fico, scompare dal dibattito la cultura della conservazione, il rispetto dei limiti e la necessità di tutelare davvero gli equilibri della montagna.

Ritornano, ritornano gli impiantisti per rispondere alle critiche a loro rivolte dall’ambientalismo alpino. Forti di classica retorica, imponendo informazione ricca di volute omissioni. A loro dire, non conoscendoci, non avendoci mai frequentati e mai richiesto un confronto, l’ambientalismo è pura ideologia, romanticismo inconcludente. Così parlano gli impiantisti rivolgendosi, senza mai citare le associazioni, a Italia Nostra, a Mountain Wilderness, a quanti si permettono di attaccare la miope politica di incentivazione alla costruzione di bacini di raccolta acque in quota, strutture pagate dagli enti pubblici al servizio di un’economia solo privata.
Lo avevamo detto in anticipo su tutti. I bacini di accumulo di acqua in quota, tanto devastanti dal punto di vista paesaggistico e sfruttamenti di beni comuni (acqua, suoli) non servono solo al turismo invernale per produrre neve in tempi sempre più brevi. No, servono anche a rafforzare l’offerta rivolta al turismo estivo. Completano un circo dove si sommano vie ferrate, percorsi in bike, ponti tibetani, mille altre fantasie o iniziative che scopiazzano quanto troviamo consolidato in città. La montagna sarà letta sempre più e solo come un diffuso parco divertimenti. Una giostra priva di limiti. Una montagna usata e abusata nelle estati e nei fine stagioni. I laghi in quota, artificiali, frutto di costosi investimenti pubblici mai resi noti, saranno al servizio di quanti scappano dalle spiagge marine per ricercare in quota identiche emozioni, al fresco. La montagna verrà sfruttata per 12 mesi all’anno, la montagna dimenticherà ogni traccia della sua cultura, regole, il limite, il rispetto. La montagna addomesticata sarà portata a esclusivo servizio degli impianti a fune. Gli impiantisti lo avevano annunciato alla loro assemblea nazionale a Milano, ma da anni questi imprenditori lavoravano in questa direzione con il consenso e sostegno operativo e economico delle istituzioni. Ora ci raggirano divulgando la storiella dei bacini multifunzionali. Utili, dicono loro, al servizio antincendio, anche quando disposti a 300 – 500 metri uno dall’altro (Carezza, Pampeago, Cermis. Campiglio, Paganella, Cortina,). Ci dicono, utili anche all’agricoltura in periodi di siccità, con l’acqua prelevata in quota e offerta, gratuitamente, a colture agricole divoratrici di acqua, un’agricoltura che avvelena, noi ee i terreni. Mentre gli impiantisti sparano questa disinformazione non solo i rifugi, ma interi paesi alpini vengono riforniti di acqua potabile portata dalle autobotti dei vigli del fuoco. Una vera emergenza che le istituzioni non affrontano.

Ripetono gli impiantisti la solita litania: le aree sciabili coprono solo lo 0,5% del territorio montano. Un territorio impervio, delicato, fragile, ricco di situazioni a rischio idrogeologico, esposto a frane. Spazi enormi che mai saranno utilizzati dall’industria dello sci in quanto risulta impossibile un loro utilizzo a simile scopo. La realtà è ben diversa, l’estensione reale di un’area sciabile va moltiplicata almeno per tre volte, sufficiente osservare come queste superfici vengono usate. Come abbiamo detto gran parte della montagna è territorio inutilizzabile, perché roccioso, o forestale, situazioni territoriali inutilizzabili che non andrebbero inserite in una simile banale statistica. Come del resto l’acqua, prelevata da rivi sempre più poveri, o pompata dai grandi invasi idroelettrici. Acqua che viene a mancare in periodi delicati, con scarse precipitazioni, che viene tolta a altri usi più sociali come lo della produzione di energia idroelettrica, acqua che per essere portata in quota, oltre a sconvolgere territori deboli con le tubazioni e vasche di riempimento, comporta costi energetici mai resi pubblici che vengono pagati dai cittadini residenti.
Deve fare riflettere come nelle risposte degli operatori dello sci rimanga sempre assente la valutazione degli effetti di questa industria sui paesaggi, sui delicati equilibri della natura alpina, su dovere della conservazione naturalistica. Questi operatori abusano di una sola parola, privata di ogni significato: sostenibilità. Mai una volta che si legga quali effetti negativi questa industria imponga ai paesaggi, alla fauna selvatica, alle interazioni con l’economia dell’allevamento e dell’agricoltura di montagna, sulla gestione qualitativa delle aree protette, delle torbiere, dei pascoli aridi. Come del resto non si trova traccia nei documenti ANEF delle reali ricadute sociali di questa invasiva monocultura: aumenti del costo della vita per i residenti, affitti impossibili, fuga dei giovani, carenza di filiere produttive alternative, la cultura trasformata in folclore, l’arte portata al servizio dell’economia, del consumo di suolo, anche dovuto a parcheggi sempre più ampi imposti alla base degli impianti, dei costi scaricati sulle istituzioni pubbliche riguardo i temi della sicurezza e della diffusione territoriale di servizi con acquedotti, scarichi di reflui, gestione dei rifiuti, viabilità.
Nei documenti resi pubblici da questa imprenditoria non si trova traccia di simili tematiche. Istituzioni e impiantisti chiedono a gran voce identici obiettivi: sempre più elargizione di contributi pubblici, semplificazione burocratica che eviti valutazioni sulla conservazione di ambiente, natura, paesaggio, omologazione della montagna con quanto offerto nelle grandi urbane delle pianure europee. I media italiani, anche quelli pubblici, sono ormai asserviti a questa semplificata, economicista lettura della montagna italiana. Un’informazione, a parte rare eccezioni, ormai strutturalmente basata sull’omissione, sulla disinformazione, sul sostegno a un marketing indirizzato alla pubblicizzazione dell’industria del turismo. E’ possibile oggi, in tempi più che brevi, costruire una risposta efficace, di massa, a un simile divenire? Lascio a voi la risposta.
Luigi Casanova