Cambiamenti climatici. Le migrazioni verticali
Il riscaldamento globale non è più un orizzonte lontano né una minaccia astratta: è un fenomeno che sta ridisegnando in tempo reale i paesaggi, gli equilibri ecologici e le possibilità di vita sul pianeta. Le montagne, sentinelle climatiche per eccellenza, registrano questi cambiamenti con una rapidità che inquieta: qui gli aumenti di temperatura corrono più veloci che altrove, amplificando gli effetti di una crisi che ancora fatichiamo a considerare per ciò che è davvero — un’emergenza strutturale, non negoziabile, che pretende risposte collettive e immediate.
In questo contesto, le parole di Luigi Casanova assumono il tono di un richiamo urgente alla responsabilità. Il suo sguardo si posa sulle migrazioni verticali: quei movimenti lenti ma inesorabili con cui animali, piante e insetti cercano altitudini più fresche per sopravvivere. Un fenomeno spesso invisibile agli occhi di chi frequenta la montagna solo per svago, ma che rappresenta uno degli indicatori più chiari della portata del cambiamento in atto. Più si sale, più lo spazio vitale diminuisce; e con esso, la capacità degli ecosistemi di adattarsi.
Questo articolo inaugura una serie di approfondimenti dedicati alle migrazioni verticali e ai loro effetti. Nei prossimi contributi entreremo nel dettaglio degli spostamenti delle diverse forme di vita che abitano le quote alpine — animali, piante, insetti — per comprendere come sta cambiando il loro mondo e, con esso, il nostro. Perché conoscere è il primo passo per agire, e la montagna, oggi più che mai, ha bisogno di una comunità consapevole.
Il clima che cambia. L’incoscienza dell’umanità
Nel 2024 il segretario generale delle Nazioni Unite era stato esplicito. Aveva chiesto di riconoscere il caldo come una grande sfida climatica e di sviluppo. Riteneva e ritiene gli investimenti internazionali nel settore inadeguati, definiti soluzioni locali che nemmeno aiutano politiche di adattamento. Eppure di caldo si muore sempre più, nelle città come nelle aree agricole, in montagna, in tutto il pianeta il caldo è un killer silenzioso. Nonostante l’evidenza trionfa ancora il negazionismo, nelle decisioni della politica, nell’imprenditoria l’indifferenza. Tanto da arrivare a Stati Uniti e Qatar a chiedere una retromarcia sulle norme sul clima, l’Unione Europea si sta rimangiando ogni azione intrapresa nella scorsa legislatura, rafforzata anche dalla debolezza culturale del governo italiano. La nostra Presidente del Consiglio sul tema è all’offensiva: – “ Bisogna abbandonare un approccio ideologico e pertanto irragionevole che impone obiettivi irraggiungibili e insostenibili e che ha caratterizzato la stagione del Green Deal, Italia non approverà la proposta della Commissione di revisione della Legge Clima”- ha recentemente affermato.

La recente Cop 30 di Belèm, in Brasile è stata deludente. Troppe delegazioni assenti, non ci sono stati impegni vincolanti verso gli Stati. L’unica nota positiva riguarda la partecipazione delle popolazioni indigene che hanno reclamato rispetto e un approccio meno aggressivo verso la natura e le culture.
Eppure nel 2024 il nostro pianeta ha portato a casa un nuovo record sulla diffusione di CO2 in atmosfera, 423.9 ppm, un più 3,5% in un solo anno. Gli scienziati documentano come gli oceani e le foreste assorbano sempre meno anidride carbonica. Il 2024, secondo le rilevazioni di Copernicus, è stato l’anno più caldo a livello globale, ha visto superare la soglia che Parigi 2015 definiva massima tollerabile, + 1,5° C. La montagna soffre ancora di più: ovunque si registrano aumenti delle temperature medie nell’ultimo secolo superiori ai 3 °C.
Josef Giguere del gruppo di ricerca Climate Central sintetizza così la situazione: -“ Nel riscaldamento globale, ogni frazione di grado fa la differenza, ovvero, anche minimi aumenti possono spingere gli ecosistemi e le comunità vulnerabili più vicino ai limiti del possibile adattamento”-.
Cambiare si deve: è emergenza
Perché non si agisce con tempestività e determinazione? Perché l’uomo ha paura del cambiamento. Perché cambiare comporta fatica, studio; è complesso definire, spiegare, convincere il cittadino su un piano d’azione di convivenza fra natura e umanità nel pianeta diverso dal modello capitalistico. La grande industria, armi, trasporti, edilizia, traffico su gomma, vuole profitti immediati e non accetta ritardi in un pianeta dove tutto è accelerato. Le politiche di risparmio, ricerca scientifica, la dovuta modifica di un intero sistema di produrre e specialmente consumare meno sono passaggi che hanno bisogno di confronto ampio, spiegazioni, assunzione di responsabilità collettiva in un periodo nel quale invece a trionfare è l’individualismo, nel frasario politico l’io ha cancellato il noi. Oggi tutto va rivolto alla crescita, immediata. Si riduce la scienza (esclusa quella militare) a un orpello. Sul cambiamento si deve imporre la paura. Su tutti i temi la paura immobilizza, impedisce innovazione.

Oggi non affrontiamo il tema, pur strategico, delle migrazioni orizzontali: né di popolazioni, né quelle della vegetazione e delle specie animali, dovute si ai cambiamenti climatici in atto, ma anche, specialmente all’intensificarsi dei commerci via mare e via aerea. Portiamo il nostro sguardo verso l’alto. Verso pascoli e vette. Attingendo da fonti certe, scientifiche. La migrazione verticale di fauna selvatica, della vegetazione, delle coltivazioni. Teniamolo presente: più si sale più diminuisce lo spazio utile alla sopravvivenza della vita, si entra nel mondo dell’improduttivo, delle rocce, della scarsità di fertilità. A velocità impressionante ci si sta proiettando verso una drastica riduzione della biodiversità animale e vegetale, di vite, a un incremento delle estinzioni. Chi sale in montagna deve portare nel suo zaino di esperienze anche queste conoscenze.
Luigi Casanova