Dal G8 di Genova alle lotte per il clima: venticinque anni di repressione del dissenso

Venticinque anni sono trascorsi dal G8 di Genova, dalla morte di Carlo Giuliani, dalla sanguinosa irruzione nella scuola Diaz e dalle torture nella caserma di Bolzaneto. Dalle migliaia di persone che esercitavano un diritto costituzionale, manifestare, e che si trovarono di fronte una repressione brutale.
Amnesty International definì quanto accadde a Genova “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale”. Una definizione pesantissima, che ancora oggi aleggia sulla coscienza democratica del nostro Paese.
Eppure, a distanza di un quarto di secolo, la giustizia è rimasta incompiuta.
Molti dei responsabili delle violenze non hanno mai realmente pagato, alcuni sono stati condannati, ma le pene sono state in larga parte vanificate dalla prescrizione o dagli effetti dell’indulto. Altri hanno continuato la propria carriera nelle forze di polizia e nelle istituzioni. Lo Stato italiano è stato più volte condannato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che ha riconosciuto le torture e l’inadeguatezza del nostro ordinamento nel perseguirle. Ma nessuna sentenza ha restituito pienamente giustizia alle vittime. Anche sulla morte di Carlo Giuliani rimangono interrogativi che la sua famiglia continua a porre con dignità e determinazione.

Ricordare Genova, però, non significa soltanto guardare al passato, significa riconoscere che le ragioni di quel movimento sono ancora di un’attualità sconcertante.
Nel luglio del 2001 centinaia di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo scesero in piazza per denunciare gli effetti della globalizzazione neoliberista, la crescita delle disuguaglianze, il potere incontrollato della finanza, la devastazione ambientale, la mercificazione dei beni comuni, la crisi climatica che già allora veniva indicata come la grande emergenza del XXI secolo.
Vennero dipinti come ingenui, estremisti, nemici del progresso. E’ un’accusa che noi ambientalisti conosciamo bene. Venticinque anni dopo, la crisi climatica è sotto gli occhi di tutti. I ghiacciai sono in rapida fusione, i fiumi si prosciugano, gli eventi estremi devastano territori e comunità. Le disuguaglianze sono aumentate, la concentrazione della ricchezza ha raggiunto livelli senza precedenti, i conflitti per le risorse si moltiplicano. Quelle piazze avevano ragione, oggi possiamo affermarlo con certezza.
Per Mountain Wilderness questa memoria è particolarmente significativa, da sempre denunciamo un modello di sviluppo che considera la natura soltanto una risorsa da sfruttare, che privatizza i beni comuni, che trasforma le montagne in parchi giochi e sacrifica gli ecosistemi agli interessi economici di pochi. Le battaglie che conduciamo oggi sono figlie di quella stessa consapevolezza: che giustizia ambientale e giustizia sociale non possano essere separate.


Ma c’è un altro motivo per cui Genova ci riguarda ancora: perché il dissenso continua a essere trattato come un problema di ordine pubblico più che come una componente essenziale della democrazia.
In questi venticinque anni il nostro Paese ha continuato a fare i conti con una lunga sequenza di abusi e violenze commessi da appartenenti alle forze dello Stato. Le morti di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi, le violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, raccontano una verità scomoda: il problema non è mai stato affrontato fino in fondo. Ogni volta l’indignazione è stata grande, ogni volta si è promesso che sarebbe stata l’ultima e ogni volta il sistema ha dimostrato di non essere stato capace di riformarsi davvero.


Ancora oggi l’Italia è tra i pochi Paesi europei a non aver introdotto un codice identificativo individuale sulle divise degli agenti impegnati nei servizi di ordine pubblico. Una misura di trasparenza elementare, richiesta da anni da organizzazioni per i diritti umani, che non limita il lavoro delle forze dell’ordine ma tutela cittadini e gli stessi operatori onesti. Eppure continua a essere osteggiata.
Nel frattempo il diritto di manifestare viene progressivamente ristretto. I decreti sicurezza che si sono succeduti negli anni, fino ai provvedimenti più recenti, hanno costruito un impianto normativo sempre più orientato alla repressione del dissenso. A essere colpiti sono spesso gli attivisti per il clima, i movimenti sociali, chi difende i territori, chi pratica la disobbedienza civile nonviolenta. Si risponde con denunce, fogli di via, misure restrittive e aggravamenti delle pene a chi pone domande che la politica preferisce non ascoltare.
È una deriva pericolosa, perché una democrazia che teme il dissenso è una democrazia più debole. E uno Stato che considera la protesta un problema di ordine pubblico invece che un diritto costituzionale smette di interrogarsi sulle ragioni di chi scende in piazza. Per questo Genova non è soltanto memoria. Finché non ci saranno piena verità, piena assunzione di responsabilità e strumenti efficaci per impedire che gli abusi si ripetano, il G8 del 2001 continuerà a interrogare la coscienza del nostro Paese. E finché il dissenso verrà represso invece che ascoltato, Genova continuerà a parlare al presente.

Nicola Pech