Ferrata Jacopo Compagnoni: un’altra ferita nel cuore del Parco dello Stelvio
Una nuova via ferrata è stata inaugurata all’interno del Parco Nazionale dello Stelvio. Si chiama Ferrata Jacopo Compagnoni, si sviluppa nei pressi del ghiacciaio dei Forni ed è dedicata a Jacopo Compagnoni, guida alpina scomparsa tragicamente nel 2021.
Ancora una volta assistiamo a un copione ormai consolidato: un’opera permanente che altera un ambiente naturale viene giustificata con due argomenti difficili da contestare sul piano emotivo. Da una parte il ricordo di una persona prematuramente scomparsa, dall’altra la promessa di “avvicinare” nuovi frequentatori alla montagna.
Sono entrambe motivazioni deboli.

La memoria di una persona non si onora perforando una parete di un Parco nazionale per installare decine di metri di cavo d’acciaio, staffe e ancoraggi. La memoria vive nelle opere, nell’esempio, nella cultura, nella trasmissione dei valori. Se ogni alpinista, guida o amministratore che ha lasciato un segno dovesse essere ricordato con una nuova infrastruttura, le Alpi diventerebbero un immenso museo di ferraglia. Esistono molti modi per ricordare una persona: sostenere la formazione delle giovani guide, finanziare progetti di ricerca, restaurare sentieri storici, promuovere iniziative educative, pubblicare studi e testimonianze. Tutti strumenti che lasciano crescere la cultura della montagna senza impoverire la montagna stessa.
Ancora più fragile è l’altro argomento: rendere la montagna accessibile. La montagna è già accessibile. Lo è attraverso migliaia di chilometri di sentieri, mulattiere, rifugi, percorsi escursionistici. Lo è grazie al lavoro quotidiano di chi mantiene questa rete straordinaria. Pensare che la montagna diventi accessibile solo dopo aver installato cavi metallici significa confondere l’accessibilità con la trasformazione dell’ambiente. Una via ferrata non elimina soltanto una difficoltà tecnica: modifica permanentemente la natura della parete. La roccia viene perforata, attrezzata, addomesticata. Ciò che era un ambiente naturale diventa un’infrastruttura ricreativa. Ed è proprio questo il punto.
Un Parco nazionale non nasce per moltiplicare le occasioni di consumo turistico della montagna. Nasce per conservare gli ecosistemi, proteggere il paesaggio e limitare le trasformazioni antropiche. La sua funzione è rappresentare un limite alla continua artificializzazione del territorio, non esserne il laboratorio. Negli ultimi anni le Alpi stanno vivendo una preoccupante escalation di infrastrutture dedicate all’intrattenimento: ponti tibetani, passerelle sospese, panchine giganti, piattaforme panoramiche, zip-line, nuove ferrate. Ogni valle rincorre l’attrazione della valle vicina, in una competizione senza fine nella quale la natura viene considerata insufficiente se non accompagnata da qualche manufatto. È una deriva culturale prima ancora che paesaggistica.

Si insinua l’idea che il valore della montagna dipenda dalla quantità di dispositivi che ne facilitano il consumo. Che l’esperienza diretta debba essere sostituita dall’esperienza confezionata. Che il paesaggio, da solo, non basti più. È l’esatto contrario della cultura dell’alpinismo. L’alpinismo è nato adattando l’uomo alla montagna, non adattando sistematicamente la montagna all’uomo. Significa osservare, imparare, scegliere, rinunciare quando necessario, assumersi responsabilità. Ogni nuova attrezzatura permanente sposta invece il baricentro nella direzione opposta: trasformare l’ambiente affinché richieda sempre meno capacità e sempre meno consapevolezza. Ancora più grave è che tutto questo avvenga dentro un Parco nazionale. Se persino un’area protetta rinuncia al principio della conservazione e accetta la logica della continua infrastrutturazione, quale luogo rimarrà davvero sottratto a questa corsa? La domanda non riguarda soltanto la Ferrata Compagnoni. Riguarda il futuro delle Alpi. Un Parco nazionale dovrebbe essere il luogo dove si afferma che esistono spazi nei quali la natura vale più dell’ennesima attrazione turistica. Dove si riconosce che il limite non è un ostacolo allo sviluppo, ma la condizione stessa della tutela.

Per questo Mountain Wilderness ribadisce ciò che sostiene da anni. Le Alpi non hanno bisogno di nuove ferrate. Hanno bisogno di meno acciaio, meno perforazioni, meno opere inutili. Hanno bisogno di amministratori capaci di dire qualche “no”, di investire nella manutenzione dell’esistente, nella cultura della montagna, nell’educazione ambientale e nella protezione dei paesaggi. Perché la montagna non è un parco avventura. E un Parco nazionale dovrebbe essere il primo luogo a ricordarcelo.