La Consulta decide, ma il caso Milano-Cortina resta aperto

La Corte Costituzionale sostiene che la Fondazione Milano Cortina 2026 è ente di diritto privato. Tutto il debito sarà pagato dai cittadini italiani, oltre un miliardo di euro più 176 milioni di deficit. Erano Olimpiadi a costo zero, ci era stato detto.

La decisione della Corte costituzionale del 16 luglio chiude il contenzioso sul cosiddetto decreto “Salva Olimpiadi”, ma non chiude il dibattito politico, istituzionale e democratico che accompagna da anni l’organizzazione di Milano-Cortina 2026. In questo intervento Luigi Casanova riflette sulle conseguenze della sentenza, sui limiti di un modello che continua a sottrarre la Fondazione Milano Cortina ai principi del diritto pubblico e sulle pesanti ricadute economiche e ambientali di un evento che, ancora una volta, sarà pagato dalla collettività.

Il 16 luglio la Corte Costituzionale ha giudicato inammissibile la protesta dei pm milanesi Patrizia Nobile e Siciliano Cajani-Gobbis  sulla costituzionalità del decreto legge Meloni del giugno 2024. Il decreto “Salva Olimpiadi” all’art.11 aveva stabilito che la Fondazione non riveste la qualifica di organismo di diritto pubblico.
Secondo la Consulta  il quesito proposto dalla magistratura milanese è inammissibile in quanto basato “ su un’erronea ricostruzione del quadro normativo, che ridonda in un’erronea o incompleta individuazione dell’oggetto delle questioni”. La Consulta sottolinea come il decreto del 2024 ricalchi quanto già stabilito all’art. 2 comma 2 del decreto legge 16 del 2020: la Fondazione è “operante in regime di diritto privato proprio al fine di permettere una più rapida azione nel settore delle gare, sottraendola alle procedure di evidenza pubblica”.
Nel concreto, a detta della Consulta, si è dato valore “all’esigenza di assicurare la piena osservanza degli impegni dell’Italia in sede internazionale, l’attuazione delle direttive del Comitato Olimpico (Cio), il rispetto della Carta olimpica e dei suoi principi, tra i quali l’autonomia dell’ordinamento sportivo”.
La Consulta ha così decretato che in nome dello sport, delle Olimpiadi in questo caso, ogni altra normativa italiana non abbia valore, né nei confronti della correttezza della contabilità, delle assunzioni discrezionali, né della normativa ambientale. L’interesse dello sport non deve rispondere  alla legislazione di una nazione. Questo il sunto della decisione.
Le decisioni dei tribunali, si dice, devono essere accettate. Così fa Mountain Wilderness, ma questo non ci esime dal diritto e dovere di critica. Perlomeno fino a quando ci sarà permesso ci esponiamo.

Poco prima del pronunciamento della Corte, due mesi, era stato cambiato il relatore del dibattimento, sostituito con Francesco Saverio Marini, nel recente passato consulente di Giorgia Meloni e, ci ricorda il Fatto Quotidiano, autore della riforma costituzionale sul premierato bocciata dagli italiani. Fatto casuale?
Le accuse rivolte dai pm e dal gip milanesi alla Fondazion erano chiare: possibili reati di corruzione propria e turbata libertà degli incanti, trasformando così la Fondazione in un ente di diritto privato. Il governo con il decreto 2024 aveva sottratto all’applicazione di norme di diritto pubblico la gestione della Fondazione guidata da Giovanni Malagò, creando nel concreto una “zona franca” dentro la quale i dipendenti, quindi i dirigenti, “godono di una sostanziale immunità”.
A nostro avviso la Corte non ha valutato altri aspetti dell’intera vicenda, forse perché non resi espliciti nell’esposto dei pm e del gip.
I soci della Fondazione, escluso il CIO, sono tutti enti pubblici. Il Governo, le Regioni Lombardia e Veneto, le Province autonome di Trento e Bolzano, i Comuni di Cortina e Milano.
Esclusi i membri del CIO i dirigenti della Fondazione sono tutti di nomina pubblica, compresi, più o meno direttamente, quelli del CONI.
Gran parte degli sponsor dell’evento olimpico, ben dieci, sono società partecipate dallo Stato: Eni, Rete ferrovie Italia, Leonardo, ANAS, Poste italiane alcune di queste.

Ombre sulla neve. Milano-Cortina 2026 Il «libro bianco» delle Olimpiadi invernali.

Questi sono fatti che la Corte non ha esaminato, oppure li ha ritenuti marginali rispetto al dovere di rispettare i protocolli internazionali definiti con il Cio al momento della candidatura. La spavalderia amministrativa della Fondazione ha così portato alla maturazione di oltre un miliardo di euro di debiti. Debiti che saranno tutti pagati dagli enti pubblici, anche da quelli, come il Comune di Cortina, in sofferenza più che decennale. Fra i costi buttati sulle spalle dei contribuenti ci sono quelli del servizio trasporti, della macchina sanitaria, dei lavori collaterali (parcheggi, ripristini, alloggio della protezione civile, delle forze di pubblica sicurezza, arredi degli stabili sportivi e di accoglienza). Al momento le preannunciate Olimpiadi a costo zero a noi cittadini costeranno oltre un miliardo di euro (dati della Corte dei Conti). Stiamo parlando della sola gestione dell’evento. A oggi non non ci è dato ancora conoscere quanto costeranno le altre 40 opere previste, nemmeno iniziate, alcune da definire nei progetti, quelle che riguardano SIMICO, la società, questa si pubblica, che deve progettare, appaltare, collaudare le 98 opere olimpiche. Qualche mese fa avevamo valutato il costo delle Olimpiadi invernali italiane in sette miliardi di euro. Con certe  probabilità la cifra incrementerà. Sarà pagata da noi cittadini, tutti. Ringraziando Malagò oggi nominato presidente di Federcalcio senza mai esservi stato iscritto.

Luigi Casanova