La disfida della funivia di Tires: una sentenza che lascia l’amaro in bocca.
La vicenda della funivia di Tires nasce dalla realizzazione dell’impianto tra la Val di Tires e Malga Frommer, modificato in corso d’opera con un aumento delle volumetrie poi sanato dalla Provincia. Le associazioni ambientaliste hanno contestato questa sanatoria, denunciando un danno al paesaggio e il rischio di un precedente, dando origine a un contenzioso arrivato fino al Consiglio di Stato.
Il recente ricorso al Consiglio di Stato contro l’approvazione della funivia è stato respinto, confermando quanto stabilito in precedenza dal TAR di Bolzano. Non si tratta di una novità giuridica: il massimo organo della giustizia amministrativa ha semplicemente ribadito le motivazioni già espresse dai giudici locali. Rileggendo attentamente la sentenza del TAR, emerge un concetto che può sembrare macchinoso ma è centrale per comprendere l’esito del ricorso: sì, la funivia deturpa l’ambiente, ma le associazioni ambientaliste (tra cui Mountain Wilderness) non hanno contestato l’atto principale, ovvero le concessioni edilizie rilasciate dai Comuni per la realizzazione dell’impianto e l’approvazione della conferenza dei servizi. Ciò che era effettivamente contestato riguarda l’aumento di cubatura e la conseguente sanatoria provinciale.
Il TAR, e ora il Consiglio di Stato, hanno ritenuto che l’incremento di volumetria contestato sia irrilevante rispetto all’impatto complessivo dell’opera: il danno ambientale derivante dall’aumento dei volumi è trascurabile se confrontato con quello già prodotto dall’intera struttura.

In altre parole, le associazioni ambientaliste avrebbero dovuto contestare l’opera nella sua interezza, non solo la sua variazione di cubatura, perché questa rientra nell’ambito urbanistico-edilizio, su cui le associazioni non hanno titolo a intervenire. La conseguenza pratica è amara: il danno al paesaggio è evidente, ma rimuovere gli ampliamenti contestati non migliorerebbe affatto la situazione. Di qui la formula lapidaria dei giudici: il ricorso è “inammissibile per difetto d’interesse in capo alle associazioni che lo hanno proposto”. È una decisione che lascia l’amaro in bocca. Chi avrebbe potuto prevedere, al momento dell’approvazione del progetto iniziale, che il committente avrebbe poi aumentato i volumi in modo abusivo? Non avevamo contestato il progetto originario perché l’opera, nelle dimensioni legali iniziali, era già difficile da contrastare.
Abbiamo impugnato la sanatoria della Provincia, ma ci troviamo di fronte a un paradosso: lo Stato stabilisce che non possiamo farlo, pur essendo gli unici soggetti che difendono l’ambiente. In definitiva, la vicenda della funivia di Tires evidenzia un problema strutturale: contestare ogni singolo progetto prima della sua realizzazione sarebbe impossibile, sia per limiti umani che finanziari. E mentre lo Stato difende le procedure, il paesaggio paga il prezzo più alto. La sentenza è dura, e la legge va rispettata, ma il senso di ingiustizia resta: troppo spesso sembra che, in Italia, chi deturpa l’ambiente possa cavarsela con una sanatoria minima, lasciando associazioni e cittadini senza strumenti efficaci di tutela.
Pensavamo di trovare la giustizia, abbiamo trovato soltanto la legge.