L’ortodossia del mercato secondo Anef: il primato del profitto su tutto.

L’intervento di Valeria Ghezzi, presidente di Anef, pubblicato sul Corriere del Trentino il 7 aprile, ripropone una lettura ormai ricorrente del rapporto tra industria dello sci e ambiente, in cui le preoccupazioni legate al cambiamento climatico vengono ricondotte a un presunto “ambientalismo ideologico”. Secondo Ghezzi, infatti, i dati delle ultime stagioni sciistiche dimostrerebbero la tenuta del sistema e ridimensionerebbero la gravità della crisi climatica, mentre il settore continuerebbe a garantire occupazione e sviluppo economico. Tuttavia, come evidenzia Luigi Casanova nel suo intervento (che di seguito riportiamo), questa interpretazione appare parziale: non si tratta di ideologia, ma della constatazione di dati di fatto, sia ambientali sia sociali, che riguardano l’aumento delle temperature, la crescente difficoltà nella gestione delle risorse naturali e le trasformazioni profonde delle comunità montane. Il confronto, dunque, non è tra visioni astratte, ma tra una lettura economica di breve periodo e una prospettiva più ampia che tiene conto dei limiti ecologici e delle fragilità sociali dei territori alpini.

La risposta di Luigi Casanova

Periodicamente, anzi spesso, la signora Ghezzi, presidente nazionale di Anef, l’associazione degli impiantisti, torna ad attaccare l’ambientalismo, assumendo toni quasi bellici che appaiono paradossali, considerando come l’ambientalismo rifiuti ogni forma di guerra, sia armata sia ideologica; entrando nel merito delle questioni sollevate nell’intervista rilasciata al Corriere del Trentino il 7 aprile, emergono elementi caratterizzati più da disinformazione e omissioni che da un confronto reale. Innanzitutto, l’ambientalismo non nega i meriti storici dell’industria dello sci nello sviluppo delle aree montane, ma sostiene con decisione che sia giunto il momento di fermare l’espansione delle aree sciabili e l’assalto alle alte quote, sia dal punto di vista paesaggistico che naturalistico, anche alla luce dell’accelerazione degli effetti dei cambiamenti climatici, particolarmente evidenti in montagna; un problema che la stessa presidente riconosce, pur senza tradurlo in un reale confronto con tutti i portatori di interesse, preferendo invece alimentare contrapposizioni sterili. La posizione di Anef appare contraddittoria quando accusa l’ambientalismo di ideologia, sostenendo al contempo di aver contrastato efficacemente il cambiamento climatico, mentre nei fatti contribuisce all’aumento delle emissioni climalteranti fino alle vette; si tratta, piuttosto, di una visione unicamente economica della montagna, focalizzata su occupazione e redditività per pochi, spesso sostenuta da finanziamenti pubblici discutibili, e priva di attenzione a temi fondamentali come la gestione delle risorse idriche, la tutela della biodiversità, il rispetto dei paesaggi e delle economie alternative.

Ruspe e piste da sci

L’industria della neve, così come si è sviluppata negli ultimi decenni, si sta progressivamente appropriando della montagna italiana attraverso l’espansione degli impianti di risalita, l’aumento delle aree sciabili, il crescente consumo energetico legato anche all’innevamento artificiale, l’urbanizzazione con strutture ricettive di lusso, la costruzione di bacini idrici, l’intensificazione della viabilità, l’abuso di elicotteri e motoslitte e la trasformazione estiva dei territori in spazi di intrattenimento, con un impatto diffuso che compromette la quiete naturale; in questo contesto, lasciare spazi incontaminati sembra diventato inaccettabile, mentre la montagna viene trattata come proprietà dell’industria turistica di massa, come dimostrano anche recenti deroghe urbanistiche concesse in contrasto con gli strumenti di pianificazione. Un tale livello di sfruttamento produce certamente occupazione, ma impone di interrogarsi sui costi complessivi, non solo ambientali ma anche sociali: la difficoltà del settore turistico nel trovare lavoratori non dipende soltanto dai bassi salari, ma anche dalla mancanza di alloggi accessibili, dall’alto costo della vita e dalla presenza di disuguaglianze spesso invisibili anche nei territori più prosperi; persino figure essenziali come insegnanti e operatori sanitari abbandonano queste aree, mentre i giovani lasciano vallate ricche come quelle del Trentino, dell’Alto Adige, della Valtellina o del Cadore non solo per l’impossibilità di acquistare casa, ma anche per la mancanza di opportunità professionali adeguate e per l’assenza di investimenti in innovazione, a fronte di politiche che continuano a privilegiare l’industria dello sci trascurando le prospettive future. L’ambientalismo, pur nella sua critica, non si pone come nemico del settore, ma chiede con forza una visione diversa, capace di sostenere le energie innovative dei giovani, di affrontare le fragilità sociali e di tutelare l’ambiente montano, superando una gestione piegata agli interessi esclusivi del turismo di massa e alle continue deroghe normative; il cambiamento climatico non è un’ideologia, ma un dato scientifico, e la sua lotta deve partire proprio dai territori, attraverso politiche orientate alla sobrietà, alla qualità e alla riduzione dell’inquinamento anche nelle aree più alte. Luigi Casanova è presidente di Mountain Wilderness Italia.

Luigi Casanova