La retorica del primato e il malessere invisibile del Trentino
Secondo l’indagine condotta da Il Sole 24 Ore Trento si piazza nuovamente tra i primi posti per qualità della vita. Bene, se non fosse per l’insopportabile retorica autocelebrativa che vede il sindaco del capoluogo e il presidente della Giunta provinciale contendersi i meriti di questo successo. Sono decenni che Trento figura tra i primi posti, non è una novità; d’altronde basta girare la città per rendersi conto che è pulita, ben curata e ricca di iniziative, anche se non così sicura e accogliente come un tempo.
Piuttosto è strano notare come improvvisamente siano passati in sordina quei problemi di cui abbiamo letto in questi mesi, come le lunghe liste d’attesa nella sanità pubblica, la progressiva deindustrializzazione in atto in assenza di un piano industriale, compensata dall’espansione dell’impiego nel settore dei servizi e del turismo. Ma si tratta di lavori precari e malpagati, con scarso valore aggiunto e produttività. Anche nella ricca provincia di Trento è in atto una progressiva erosione del potere d’acquisto dei salari, non solo delle fasce della popolazione a basso reddito ma anche del ceto medio, e Tento è una delle città più care d’Italia. Chi per lavoro risiede in valli turistiche come la val di Fassa non trova alloggi in affitto a canone moderato per l’esplosione degli affitti brevi e non può certo pensare di acquistare un’abitazione per i costi alle stelle, per cui è costretto a fare il pendolare. Di una seria politica dei redditi e della casa dovrebbe occuparsi la Giunta provinciale, non solo di organizzare costosi eventi e campagne pubblicitarie.

Ma di questi problemi si vede che neanche gli esperti del Sole 24 ore si sono accorti quando hanno stilato la classifica o quando hanno girato per le vie di centro storico di Trento durante il Festival dell’economia – uno dei due –, esempio eclatante di distanza tra il dire e il fare, di nostrano velleitarismo e di verbosa inutilità.
Certo è bello vivere a Trento – magari in collina – si si è benestanti, potendo magari trascorrere il fine settimana sulle più celebrate piste da sci della provincia, così come celebrare Trento città del Natale per attirare migliaia di turisti in occasione dei mercatini o dando vita annualmente a numerosi festival, eventi e manifestazioni, con soddisfazione dell’azienda di promozione di turistica e degli operatori del settore. Ma basterebbe abbandonare le luci sfavillanti del centro storico, o recarsi in una qualche vallata meno chic, per accorgersi che la realtà è un’altra.
Malgrado le prerogative offerte dall’autonomia anche in Trentino come in altri territori alpini dell’arco alpino non si è stati in grado di affrontare seriamente i tradizionali problemi della montagna, come l’abbandono e lo spopolamento, la marginalità e il malessere sociale, l’assenza di servizi e opportunità, nonché di prospettive, in grado di far rimanere in quota i giovani. Per non parlare della svendita del territorio ai grandi speculatori o la pervicace ostinazione con cui si vuole tenere in vita settori dell’economia turistica che invece avrebbero bisogno di un ripensamento generale; dove miopia politica e incapacità di visione impediscono di trovare soluzioni lungimiranti e alternative al turismo dello sci nei comprensori più a rischio situati a quote medio-basse, nell’epoca del cambiamento climatico; dove l’agricoltura intensiva sta generando seri problemi ambientali e di salute pubblica, mentre i vertici della provincia tacciono o negano, difendendo gli interessi delle categorie coinvolte, siano esse gli impiantisti o la lobby degli agricoltori, mentre coloro che si sforzano tenacemente di presidiare le terre alte e la vera agricoltura di montagna garantendo fondamentali servizi ecosistemici attraverso le attività agro-silvo-pastorali, languono nel disinteresse generale. Sarebbe ora che si iniziasse ad affrontare i veri problemi, quelli che potrebbero intaccare il consenso quando si toccano interessi reali e rendite di posizione.
D questo punto di vista il Trentino assomiglia sempre di più ai territori di pianura del vicino Veneto: paesaggi artificiali anonimi, senz’anima, senza rispetto per l’architettura tradizionale, senza memoria storica, oppure località amene ultra sviluppate, ma ugualmente senz’anima e alle prese col problema dell’overtourism.

Di questo dovrebbero occuparsi i vertici della giunta provinciale, del problema casa, di lavoro, di politica industriale, di sanità pubblica, smettendo una buona volta di incensarsi nell’illusione di essere i primi e i migliori, di essere ancora ”laboratorio” di idee e progettualità. Lo siamo stati in passato, ora non più. Il caso della sanità e della scuola lo dimostrano implacabilmente. Purtroppo la realtà è diversa; il Trentino non è più isola felice. Ma, si sa, la politica vive di propaganda e di slogan.
Forse un po’ più di umiltà e un po’ meno di boria non guasterebbero. Meno ansia di primato, più capacità d’ascolto dei bisogni e rispetto per quelle posizioni marginali che costituiscono la coscienza critica di questa terra. Sarebbe ora che i vertici del governo cittadino e provinciale – di qualsiasi colore politico -, smettessero di fare le fusa ogniqualvolta qualche rappresentante del governo centrale varca Borghetto provenendo da Roma e liscia loro il pelo per calcolo politico. Piuttosto bisognerebbe copiare qualche buona pratica dalla vicina provincia autonoma di Bolzano. Usciremmo prima dall’ubriacatura. L’illusione è una specie fatale di cecità: si è, infatti, ottenebrati pur avendo facoltà di vedere.
Giovanni Widmann