L’arte del paesaggio
Questo articolo di Vittorino Mason non racconta un caso isolato, ma un fenomeno ormai strutturale: la progressiva normalizzazione della distruzione del paesaggio alpino. Laddove la montagna dovrebbe rappresentare un limite, una misura, un principio di responsabilità, avanza invece una logica estrattiva che opera in silenzio, spesso fuori dallo sguardo pubblico, ma con effetti evidenti e irreversibili.
La Valbrenta, con le sue ferite aperte e il contrasto crudele tra antichi terrazzamenti e nuove cavità industriali, diventa qui un esempio emblematico. Mason osserva, registra, e ci consegna una testimonianza che non indulge alla retorica: espone un fatto. E il fatto è che ciò che perdiamo non è solo materia — è cultura, continuità, identità territoriale.
Invitiamo il lettore a proseguire con attenzione. Non per cercare consolazione, ma per comprendere con lucidità ciò che sta accadendo alle nostre montagne: e perché, forse, è arrivato il momento di non considerarlo più inevitabile.

Un po’ di anni fa andai a trovare il grande l’illustre poeta Andrea Zanzotto e tra un pasticcino e l’altro, tra un ricordo e una constatazione sullo stato del paesaggio veneto, lui rievocò sconsolato una delle sue massime: “Un tempo c’erano i campi di sterminio, oggi assistiamo allo sterminio dei campi”.
A distanza di tempo queste parole sono tornate a farmi visita in una mattina autunnale mentre dalla Borgata Mori, in Valbrenta, salivo verso il Sasso Rosso. A due passi il suono delle rapide del Brenta si confondevano con il frastuono provocato dagli escavatori, dalle perforatrici, dai bulldozer, dai frantumatori e dagli autocarri operanti nella cava di Costa Alta, proprio dall’altra parte del fiume. All’insopportabile rumore si aggiungeva la spietata visione di una ferita aperta nella montagna. Non c’era il colore del sangue a impietosire e a indignare, ma un laconico bianco che sembrava scalinare dal basso all’alto quel segmento di terra che un tempo vestiva di natura selvaggia.
Salivo verso l’alto buttando continuamente l’occhio verso destra e ogni volta quella spaccatura, quello smembramento mi ferivano l’animo. Sì, mi dicevo, Costa Alta sarà solo una piccola e sconosciuta montagna alle pendici occidentali del Massiccio del Grappa, di appena 634 metri, sconosciuta ai passanti, agli escursionisti, ma pur sempre parte di un grande insieme che conforma quel massiccio e che ora non c’è più.
Ma a chi può interessare se le si porta via un pezzo di verde, un po’ di vegetazione, se la si lascia nuda alle intemperie, alla berlina, alla mercè del profitto? Vuoi mettere quanto rende! Lì, nella cava di Carpanè, si estrae la dolomite (doppio carbonato di calcio e magnesio) che, a quanto sappiamo, viene utilizzato in agricoltura, nella zootecnia, nell’industria alimentare e nell’edilizia. Utile, si direbbe. Non c’è dubbio, ma a che prezzo?
Salivo sperando che i passi mi portassero al più presto più in alto, più lontano da quel frastuono, da quella visione, ma poi sentii un’esplosione, mi girai e vidi una grande nube bianca che avvolgeva il Canal di Brenta, la polvere che scendeva e, trasportata dal vento, si adagiava anche sui tetti dall’altra parte del fiume. Lì non c’erano i campi di cui parlava il poeta, almeno non nel senso letterario del termine, eppure anche in quella piccola porzione di montagna una terra con tante vite veniva spazzata via, sterminata.
Guadagnavo quota verso un ovest contraddistinto da un paesaggio conformato da terrazzamenti e muretti a secco mentre a est, dall’altra parte del fiume Brenta, nell’impervio scenario di quel versante, lo scempio di una montagna sventrata, ridotta all’osso dalle pale e dai perforatori, mi catturava l’attenzione. Non ero ammaliato, solo offeso per la perdita.
Io ero lì per cercare natura e bellezza lontano dalla città e passavo tra terrazzamenti e muretti a secco “masiere” costruiti con una tale maestria e con così tanto sudore e immani fatiche da commuovere (per farsi un’idea di come siano stati costruiti si guardi “Fazzoletti di terra” del documentarista Giuseppe Taffarel). Lì passava anche la famosa Alta Via del Tabacco (32 km, 2400 metri di dislivello) che dal Ponte Vecchio di Bassano del Grappa giungeva fino in località Costa di Valstagna, un tempo via di comunicazione tra le borgate e i terrazzamenti per la coltivazione e il contrabbando del tabacco, oggi un percorso escursionistico molto gettonato.

Com’era possibile questa dicotomia? Da una parte l’equilibrio, l’armonia, le testimonianze di chi aveva usato il paesaggio senza sfruttarlo e deturparlo, anzi rendendolo gradevole alla vista, dall’altra lo sfregio, la violenza, l’abuso e un obbrobrio che non ammette replica. Per un istante mi parve di essere nelle Alpi Apuane dove ovunque giri lo sguardo trovi una cava di marmo.
Per tutta la salita fui accompagnato da una sorta di tormento che non mi diede pace. Continuavo a domandarmi perché continuiamo a distruggere e allo stesso tempo a cercare luoghi belli dove andare a camminare e ad immergerci nella natura in cerca di bellezza.
Il mio percorso prevedeva un giro ad anello e al ritorno camminai un buon tratto dell’Alta Via del Tabacco con sempre in vista la cava. Mentre scendevo un sentiero ben scalinato e lastricato vidi salire una, due, tre e poi un’altra dozzina di ragazzi, non proprio vestiti da escursionisti, piuttosto da normali cittadini.
«Ciao, chi gruppo siete» chiesi alla terza faccia che mi passò davanti.
Il ragazzo ansimava ed era sudato, si vedeva che non ne poteva più della salita.
«Siamo un gruppo di studenti universitari» rispose continuando a seguire quello che da capofila doveva essere il giovane docente.
«Cosa studiate?» domandai a un’altra faccia, questa volta di una ragazza.
«Scienze del paesaggio; siamo venuti a studiare i muretti a secco, i terrazzamenti» disse sbuffando e fermandosi.
«Avete visto che meraviglia questi giardini? Che perfezione, che arte! Altro che quella bruttura» dissi attirando la loro attenzione e rivolgendo lo sguardo in direzione della cava.
«Eh, sì, non c’è paragone» replicò la ragazza.
«Ma i tempi sono cambiati e oggi non si potrebbe vivere di solo tabacco e paesaggio» aggiunse un suo compagno passandomi a fianco ansimante.
«Del tabacco possiamo farne anche a meno, ma del paesaggio no: è il nostro respiro, il nostro orizzonte, la nostra terra e le nostre radici. Dovreste essere voi i futuri paladini a difesa e tutela del paesaggio. Non vi pare?»
«A me basta arrivare dove dobbiamo arrivare, che non pensavo ci fosse così tanto da camminare» ribatté anche un po’ seccato il ragazzo con i baffetti.
Capii che mi conveniva proseguire nella mia discesa e lasciare la comitiva andare in alto nella speranza che poi potessero traguardare il paesaggio e vederci qualcosa d’altro. Qualche centinaio di metri più in basso incrociai altre tre ragazze che a vederle sembravano uscite da un bar di città: una indossava un lungo cappotto e un paio di stivali in cuoio.
«Scusi, sono molto lontani gli altri?» mi chiese quella dalla fisionomia cinese.
«No. Ma dove siete dirette?»
«Non lo sappiamo neanche noi. Il prof ci aveva parlato di una breve salita per andare a vedere gli edifici e i terrazzamenti lungo la Via del Tabacco, ma questa è una scarpinata che non finisce mai» rispose quella con gli occhiali.
«E pensate che qui la gente ci viveva e tutti i giorni faceva su e giù, avanti e indietro con grandi pesi sulle spalle; non dovreste lamentarvi» dissi con un sorriso ironico.
«Mica siamo gente di montagna noi. Siamo qui solo per studiare il paesaggio, perché è materia di studio e il prof ha detto che qui c’è tanto da imparare» replicò lei lasciandomi alle spalle.
«Ecco, tu l’hai detto: guardatevi attorno e cercate di imparare…».
Perché siamo al di qua delle alpi
su questa piccola balza
perché siamo cresciuti tra l’erba di novembre
ci scalda il sole sulla porta
mamma e figlio sulla porta
noi con gli occhi che il gelo ha consacrati
a vedere tanta luce ed erba.
Sì, Andrea, il poeta, aveva proprio ragione: dovremmo essere inclini al bello, vocati a vedere tanta erba e luce al fine di non perdere mai lo stupore negli occhi e nell’anima.
Vittorino Mason