L’assalto alla montagna. Impiantisti, turistificazione e futuro delle terre alte (1 di 3)
Come l’industria turistica sta trasformando la natura in infrastruttura. Di Luigi Casanova.
Le montagne stanno attraversando una trasformazione profonda e accelerata. Ciò che per secoli è stato uno spazio caratterizzato da limiti naturali, fragilità ecologica, culture locali e biodiversità, viene oggi sottoposto a una pressione crescente da parte dell’industria turistica e delle infrastrutture ad essa collegate.
L’avanzata non riguarda più soltanto le grandi stazioni sciistiche storiche. La nuova frontiera è rappresentata dalle aree ancora integre, considerate dal mercato turistico “marginali” proprio perché non ancora urbanizzate. In nome dell’accessibilità, della destagionalizzazione e della lotta allo spopolamento, si propone una progressiva trasformazione delle montagne in spazi sempre più artificiali e simili agli ambienti urbani.
Di fronte a questo processo è necessario sviluppare una riflessione critica che metta al centro il valore della naturalità, del paesaggio e delle comunità locali. Comprendere le dinamiche in corso significa interrogarsi sul futuro delle terre alte e sulla responsabilità delle scelte che vengono compiute oggi.

Per semplificarne la lettura, abbiamo suddiviso il lavoro di Lugi Casanova in tre capitoli.
Capitolo 1: gli impiantisti e la conquista delle alte quote
La crisi climatica e la crescente difficoltà economica del settore sciistico non hanno rallentato l’espansione dell’industria degli impianti a fune. Al contrario, il comparto sta cercando nuovi spazi di crescita attraverso una strategia che punta a rendere accessibili e sfruttabili anche le aree montane finora rimaste relativamente integre. In questo quadro gli impiantisti si presentano come protagonisti dello sviluppo territoriale, sostenuti da importanti finanziamenti pubblici e da un sistema normativo sempre più permissivo. Dietro la retorica dell’accessibilità e della mobilità sostenibile emergono tuttavia numerose contraddizioni che meritano di essere analizzate.
Causa la sofferenza dell’industria dello sci dovuta ai cambiamenti climatici, ai costi sempre meno accessibili dell’attività, le società impiantistiche promuovono, sostengono un’azione di urbanizzazione diffusa delle alte quote. Non solo sulle Alpi, in tutta Italia, sulle grandi catene del pianeta. Le prime iniziative di feroce aggressione le abbiamo avute sulle Alpi, anche come conseguenza delle Olimpiadi invernali: Sankt Moritz, Cortina, Innsbruck, Grenoble, Albertville, Torino, Milano – Cortina. Lo sport è stato usato per lasciare l’impronta umana sempre più forte nelle montagne. Ora si è entrati in una nuova fase. Gli impiantisti, sostenuti da un diffuso mondo dei media, ci dicono che loro tutelano le alte quote, fanno manutenzione, lavorano contro lo spopolamento delle vallate, incentivano lavoro. Non solo nelle zone turisticamente affermate come il Monte Bianco, il monte Rosa, le Alpi centrali, le Dolomiti. No, il trasporto con impianti a fune deve essere portato ovunque, in Appennino, nella Carnia, nelle Alpi bergamasche e bresciane, su ogni montagna si è azzardata a dichiarare la presidente della categoria. Ovunque vi siano spazi naturali in quota, ovunque i paesaggi sono ancora intonsi, naturali, a loro dire il cittadino va portato in quota. Perché questi imprenditori hanno a cuore chi è debole fisicamente, i portatori di disabilità. Sono democratici, dei benefattori, la montagna va resa accessibile a tutti. Per loro è trascurabile il fatto che un’andata e ritorno in quota venga a costare 37 euro a persona. La democrazia riguarda solo chi ha notevole potere di spesa, una minoranza di cittadini. Si afferma la democrazia dei ricchi.

Gli impiantisti approfittano della situazione offrendo una via di fuga a quanti sono costretti a vivere nelle aree di pianura urbanizzate, rese sempre più invivibili, ora anche dalle estati bollenti.
Gli impiantisti approfittano del sostegno che ottengono dalla politica. La pianificazione urbanistica è sempre più fragile, soggetta a deroghe pesanti, privata di visione sul lungo periodo. Quando le leggi ostacolano le loro volontà le istituzioni, a partire dallo Stato per arrivare alle Regioni, fino nei Comuni, addirittura nelle Regole e Asuc (proprietà collettive di beni indivisibili) le si cambia: è un atto una pericolosa deregolamentazione, chiamata “sburocratizzazione” che va a danno della natura e dei paesaggi. Va a danno delle generazioni future che non potranno più vivere ambienti naturali.
Gli impiantisti approfittano dei forti incentivi pubblici nella costruzione o potenziamento degli impianti: nelle realtà autonome, Trento, Bolzano, valle d’Aosta si arriva a sostegni pubblici che hanno dell’indecente, fino all’80% dell’investimento proposto.
Gli impiantisti approfittano, anche nelle Regioni a legislazione ordinaria, di due messaggi che giustificano contributi pubblici insostenibili, prossimi, a volte superiori al 50%. La dichiarazione dell’interesse generale e l’alternativa all’uso dell’auto privata. Due aspetti che mai vengono spiegati. L’interesse generale si concentra su una ricaduta in tempi brevi, una dichiarazione generica basata sull’investimento (un vantaggio solo degli imprenditori), la creazione di posti di lavoro, un presunto indotto mai approfondito. Omettendo sempre le ricadute sociali dell’investimento, gli impatti sulla natura e i paesaggi, le interazioni sociali e ambientali dell’opera proposta su tempi ampi.
Per avere successo e tagliare il confronto si spezzettano gli interventi avendo ben presente l’obiettivo a lungo termine, un passo alla volta. Questo modo di agire in tanti casi evita le procedure delle Valutazioni d’impatto ambientale e sociale, quindi non permettere condivisione dei progetti a diversi steakholders.
Il secondo aspetto, quello della mobilità alternativa, è dimostrato, è fallito ovunque. Laddove, forti di questo obiettivo, si sono potenziate le aree sciabili, si sono costruiti nuovi collegamenti sciistici, il traffico automobilistico non è mai diminuito. Anzi, lo dimostra il continuo potenziamento delle aree parcheggio a fondovalle e in quota, il nuovo carosello è ulteriore fonte di attrazione, quindi aumentano accessi, presenze, necessità di servizi.