L’assalto alla montagna. Impiantisti, turistificazione e futuro delle terre alte (2 di 3)
Come l’industria turistica sta trasformando la natura in infrastruttura. Di Luigi Casanova
L’aumento della capacità di trasporto verso le alte quote produce inevitabilmente una domanda crescente di servizi, attrazioni e infrastrutture. La montagna viene così progressivamente adattata alle aspettative di un turismo che ricerca consumo, intrattenimento e comfort, spesso indipendentemente dalle caratteristiche dei luoghi. Sentieri, rifugi, laghi, pascoli e foreste vengono reinterpretati come elementi di un’offerta turistica che tende a cancellare il senso del limite e la specificità culturale delle terre alte. Il risultato è una crescente urbanizzazione del paesaggio montano, nella quale la natura diventa semplice scenografia.

Capitolo 2: la montagna trasformata in parco divertimenti
Se un’area di alta quota fino a ieri veniva raggiunta da 1000 persone al giorno, con l’aumento della capacità del trasporto degli impianti, o la costruzione di nuovi, con il potenziamento degli accessi stradali fin dai fondovalle, quel numero si moltiplica, anche di 4 – 5 volte. Tale presenza invasiva necessità di più servizi. Più persone arrivano, specie senza faticare, più problemi si avranno: più si sale di quota più si riducono gli spazi disponibili, agibili, più questi diventano impegnativi da frequentare; la clientela sprovvista di cultura di montagna, quindi della cultura del limite, di conoscenza della fragilità di questi ambienti naturali, dovrà trovare presenti offerte complesse, non dissimili da quelle che trovano nei fondovalle e nelle aree urbane.
Si dovrà investire per offrire emozioni, sfogo adrenalinico, si dovranno presentare una ampia sequenza di opportunità, sempre nuove. Altrimenti dopo poco tempo l’ospite si stanca e cambierà destinazione.
Si sono così diffuse vie ferrate nuove, prive di senso: all’ospite si sarà offerta l’impressione di essere diventato alpinista. Si dovranno offrire parchi tematici, anche se ridicolmente naturalizzati: portare in quota giardini con palme (spesso in plastica), parchi paleontologici con dinosauri e altra improbabile fauna, sagome di fauna selvatica tipica della montagna sparse lungo sentieri, diffondere giardini botanici (sufficiente qualche sasso e qualche fiore da poter cambiare ogni due – tre anni, a scapito del valore degli orti botanici seri presenti a quote inferiori). Grazie a qualche tabella riassuntiva l’ospite si sentirà in poco tempo esperto botanico, o faunistico.
Il cliente soffre di vertigini? La risposta è semplice, con le ruspe si livellano i sentieri, li si allarga a dismisura, si costruiscono parapetti, quando va bene in legno ma non si disdegna il cemento e l’acciaio. Per rendere sicura la visione dei paesaggi verso le vette si costruiscono le terrazze panoramiche. Un percorso purtroppo anticipato con clamore e diffuso dalla Fondazione Dolomiti UNESCO che oggi viene ripreso ovunque. Arrivano i ciclisti? Bene, si costruiscono le piste di downhill, nel cuore di pascoli e boschi violando i bisogni elementari della fauna selvatica. Non sarà sufficiente, oggi è diffusa la presenza del ciclista medio, non preparato, arrivato in quota grazie alle biciclette elettriche o al trasporto con cabinovia. A questo cliente si deve offrire più sicurezza, quindi si potenzia la rete sentieristica. Allargando e specialmente proponendo percorsi ciclabili in quota lunghi anche oltre 100 chilometri. Le transbike. Anche i ciclisti devono sentirsi parte della natura, anche quando violano aree protette o la presenza di fauna selvatica a rischio.

Si sono inventate le stravaganze: i ponti tibetani che si inseriscono in zone ad alto valore paesaggistico, o storico. Le super-panchine che sfoggiano colori sgargianti. I monumenti abnormi, in legno (possibilmente residui della tempesta Vaia, perché così si ripulisce il bosco viene spiegato) Così si diffondono enormi orsi, lupi, aquile, cervi, stambecchi, si costruisce il necessario parcheggio, un terrazzo e un qualche chalet dove rinfrescarsi. Ovviamente queste costruzioni vengono definite arte.
In un paesaggio montano non può mancare l’offerta rivolta all’acqua. Dapprima si sono resi accessibili laghi naturali, urbanizzandone le rive. Ora, con la diffusione degli invasi che raccolgono l’acqua per l’innevamento artificiale, capaci anche di oltre 200 mila metri cubi, li si attrezza per la stagione estiva: una normale passeggiata, una spiaggia con ombrelloni in alta quota, il solito baretto che spara musica a volume insostenibile. Così l’ospite ammira un paesaggio incantevole, ritenuto naturale. L’acqua viene raccolta da storici ruscelli, canalizzandoli: i murazzi di contenimento (nascosti dall’interramento) sono alti dai 12 ai 18 metri, tutto il fondale è stato impermeabilizzato con cementi, gomme e plastiche. Questi aspetti non vengono illustrati.

Ancora non è sufficiente, si deve offrire risposta all’ospite giovane, o a quanti in montagna salgono per divertirsi e dispongono di risorse economiche importanti. Il rifugio storico destinato all’escursionista o all’alpinista viene ritenuto superato, lo si trasforma in albergo e luogo di ristorazione, serve un’ampia terrazza per balli e tavoli rivolti a paesaggi unici. In questi casi è fondamentale la musica sparata a volumi insostenibili, in estate come in inverno.
I rifugi così trasformati con il tempo li si porta alla rincorsa delle stelle, meglio se 4 o 5. Questa clientela il più delle volte disdegna la fatica. Allora è sufficiente organizzare un trasporto su gomma con navette e jepp. Quando non sufficiente c’è sempre a disposizione il trasporto con elicottero, con volo turistico e panoramico. Manca ancora lo svago per questa tipologia di turista. Se in inverno ho offerto le piste dove scorrazzare con le motoslitte, in estate dovrò offrire le gite avventura spericolate, con i quad. Questa clientela deve anche ristorarsi, ecco che le baite una volta usate per il lavoro di fienagione in quota o come alloggio per pastori le si trasforma in chalet di lusso o in bar -. service che offrono bevande (per lo più alcoliche ) in quantità e offrono pranzi rustici.

Dalle aree urbane c’è anche la presenza di persone forti di cultura e saperi. Bene. A loro si offrono i concerti in quota con artisti che richiamano migliaia di persone. Sui ghiacciai si scava il ghiaccio per costruire dei teatri dove si tengono concerti con strumenti di ghiaccio. Accanto agli impianti si costruiscono musei privati che illudono il visitatore di leggervi la storia dell’alpinismo o di popoli di montagna, strutture oggi in buona parte interrate per non violare il paesaggio si afferma. Spazi mostra che è sufficiente arredare con qualche sbiadita tenda, con degli scarponi “sbregati”, qualche corda in canapa, tante fotografie di imprese storiche. In determinate zone si rappresentano gli orrori della grande guerra, 15 – 18. Non si spiega mai come sia stato possibile costruire queste avveniristiche costruzioni, quante migliaia di metri cubi di suolo naturale, complesso siano stati rimossi, quanto tempo, migliaia di anni, sarà necessario perché questi terreni ritrovino una loro funzione naturalistica.
Arriviamo ai percorsi artistici. Se Arte Sella (TN) negli anni ‘80 ha avuto un notevole significato artistico, la scoperta di come l’arte possa inserirsi con delicatezza nella natura, oggi questi percorsi sono sempre più diffusi. Gli artisti si rincorrono per avere un loro spazio, il tutto viene pagato dalle società impiantistiche. Così, paesaggi che aveano bisogno solo di sobrietà, vengono violati dall’imposizione di strutture sempre fuori contesto.

Arte è anche musica. Se “I Suoni delle Dolomiti” potevano aver avuto un qualche significato culturale (a parte delle sconsiderate esibizioni in luoghi fragili) oggi musicisti e cantanti vengono portati ovunque. Accompagnati da raduni di massa. Artisti incuranti delle conseguenze lasciate sul territorio, non si tratta ovviamente dei rifiuti prontamente recuperati dagli organizzatori, ma del messaggio culturale portato, imposto sotto le pareti, nelle foreste. O sui ghiacciai (Senales, Monte Bianco, per ora).
Leggendo questa lunga disanima si sarebbe anche portati a dire che non tutto quanto viene aggiunto alla montagna è responsabilità del settore degli impiantisti. Infatti determinanti sono le responsabilità politiche e di quanti le montagne le vivono. Una cosa è certa. Senza tutto questi “arredo” imposto alla montagna, che riguardi accoglienza, ricreazione, ricettività, accessibilità, sport, arte, le strutture impiantistiche non riuscirebbero a coprire minimamente gli elevati costi di gestione che devono sostenere. Per questo motivo, per offrire sostenibilità economica alla loro impresa, il mondo degli impiantisti lavora per rendere la montagna sempre più accessibile, sempre più simile agli ambiti urbani. L’ospite deve sentirsi a casa sua, cioè trovare le offerte che vive, ritrova in città. Non possono che tremare i polsi e non solo quando nei loro interventi pubblici gli impiantisti affermano che ogni montagna deve essere solcata da un impianto di risalita.

Questa impostazione indirizzata a una strutturazione urbana della montagna, tanto diffusa, demolisce la cultura propria della montagna. Quella del limite, del rispetto, della conoscenza. Grazie alle ruspe e all’obiettivo del guadagno immediato si cancella ogni confine. La tecnologia permette la realizzazione di qualunque opera. Le conseguenze degli investimenti di oggi verranno pagate dalle generazioni future, con costi pubblici importanti.
Va anche detto che a oggi non abbiamo letto una presa di posizione, una proposta da parte degli impiantisti o degli operatori turistici a sostegno della conservazione e della biodiversità sulle alte quote. Non abbiamo letto di un loro intervento a recupero di un biotopo, di una torbiera, dei prati aridi, di un paesaggio, o della rimozione dei resti di impianti e strutture abbandonate in quota. Ci sono località, ne citiamo una sola, passo dello Stelvio, che presentano ruderi abbandonati, privi di ogni funzione. A chi spetta il ripristino di tanta distruzione? Oggi è tempo di togliere dalla montagna, demolire e ridonare spazio alla natura, alla naturalità, alla sobrietà.