Migrazioni verticali: la fauna selvatica
Noi alpinisti e escursionisti delle alte quote non sempre portiamo attenzione a come le tante vite che animano le montagne stanno modificando i comportamenti. Chi è giovane poi parte svantaggiato: nel suo zaino c’è poca esperienza, i ricordi devono ancora formarsi. Certo è che per tutti noi è più facile incontrare e osservare la fauna selvatica, in questo mondo riusciamo a leggere come gli animali stiano cambiando le loro abitudini: nelle fasi della riproduzione, nella ricerca di cibo, nel ripararsi nelle calde estati in zone impervie purché non esposte al sole. Come ci si accorge che stanno spostando il loro areale di vita verso l’alto: perché arriva nuova vegetazione, perché fa più fresco. Tutto questo ha delle conseguenze, alcune anche positive, ma per lo più ci devono preoccupare. Alcune specie sembrano destinate all’estinzione.
Lo stambecco continua a salire di quota: il suo areale su tutte le Alpi diminuisce. Un po’ ovunque, nonostante i diffusi tentativi di reintroduzione (dai Carpazi fino ai Pirenei) la specie è in regressione. Anche perché si stanno diffondendo parassiti che portano malattie non tradizionali. Anche i camosci scalano verso l’alto e vanno a occupare gli spazi di alimentazione storici degli stambecchi, così è per i cervi. Interazioni che alimentano criticità anche perché diminuisce lo spazio a loro disposizione, anche causa l’antropizzazione umana che si sta insediando stabilmente sui crinali alpini, aumenta il disturbo, questi animali tanto forti danno segnali di sofferenza sempre più intensa.

Per non parlare del fragile mondo dei tetraonidi che ci viene illustrato da un nostro storico socio, il naturalista Stefano Mayr. Si tratta di fauna ancora presente sulle Alpi, lasciataci in eredità dall’ultima glaciazione. Il francolino di monte lo troviamo su quote inattese. Il gallo cedrone si insedia nei giovani boschi che stanno occupando i pascoli in quota abbandonati all’incuria. Il gallo forcello è costretto a spingersi fin sotto le rocce, come del resto accade alla coturnice. E la pernice bianca è costretta a rintanarsi in prossimità delle cime. Su alcune di queste specie si abbatte ancora, nonostante le protezioni delle normative europee, il flagello della caccia. Per coturnice, gallo cedrone, gallo forcello le regioni e Province autonome italiane fanno da battistrada nel lasciare campo libero ai cacciatori. Sono specie prossime all’estinzione. Ma anche avifauna storica abitante delle rocce è a rischio: il fringuello alpino fra tutti.
I ricercatori ci pongono anche altri allarmi, scientificamente dimostrati. Pensiamo all’ermellino, un abitante delle nostre montagne con vita lunga 4 miliardi di anni. Causa la diminuzione di habitat entro il 2100 questo timido animale potrebbe scomparire da diverse regioni alpine documenta Tommaso D’Errico. Eppure questi simpatici animaletti sono stati scelti dal comitato olimpico italiano come mascotte delle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026. Perché animali veloci, attivi, adattati a vivere in un ambiente sobrio e difficile. Come succede agli atleti. Un animale che si rende invisibile mutando colore del pelo in inverno. Adattandosi. Su spazi meno innevati, come succede alla pernice, il suo biancore lo renderà appetitosa e facile vittima dei rapaci. Tina e Milo, le due mascotte olimpiche che siano destinate a un futuro in negativo?

Ma sta succedendo ad altri mustelidi: la donnola, la puzzola, specie che nemmeno figurano in quelle a rischio di estinzione nell’elenco dell’IUCN.
Se è vero che spazi più aperti, la capacità di adattamento mimetico di alcune specie (pernice, ermellino) possono procurare ai rapaci più possibilità alimentari, è anche vero che anche per questi fantastici animali sta diminuendo l’areale del loro. Fino a quando questo mondo riuscirà a sopravvivere se troppe specie si ridurranno drasticamente o scompariranno? E scendendo in foresta, fino a quando civette, allocchi, falchi, picchi troveranno rifugio e prede in un ambiente, quello forestale, sempre più invaso dalle esigenze estrattive dell’uomo, solcato da un proliferare abnorme di strade forestali, un ambiente disturbato anche nei periodi riproduttivi da invasivi fungaioli, ciclisti acrobati capaci di inserirsi in ogni ambito fino a ieri precluso? Se un terzo delle foreste europee viene considerato in declino fino a quando nel nostro vagare sentiremo ancora la diversità dei cinquettii?

Abbiamo trascurato l’ambito fluviale? Certamente no, anche perché i corridoi blu ancora vitali in Italia si stanno riducendo causa il diffondersi di pesanti interventi umani: nella regimazione delle acque, in usi impropri come l’innevamento, o per scopi agricoli intensivi. Ma specialmente perché la risorsa idrica diminuirà in modo drastico nel vicino futuro. Causa lo scioglimento progressivo dei ghiacciai, delle risorse di falda, dell’arrivo di specie aliene come il gambero rosso, dell’inquinamento che oggi interessa anche i rivi di alta quota. Causa le pretese di parte del mondo dei pescatori (va detto, in diverse occasioni un pianeta nostro alleato in lotte importanti) che intendono mantenere nei corsi d’acqua specie più prolifiche come la trota iridea che si diffonde a scapito della trota marmorata, ai corsi d’acqua poveri di sostanza organica e lignea. Si riduce il capitale alimentare dei pesci. Nel decadimento qualitativo delle acque di montagna vi fanno le spese anche anfibi: le rane, i tritoni, le salamandre.
Come abbiamo anticipato è più semplice per noi tutti osservare i cambiamenti di abitudini negli animali. Il clima porta anche a interazioni che potrebbero risultare negative causa le migrazioni orizzontali. In positivo si segnala la diffusione costante dello sciacallo dorato, del lupo, del castoro. Nei fiumi è auspicabile si diffonda, non solo in Appennino o nell’alta Carinzia, la lontra. Queste interazioni, quando non studiate, possono provocare squilibri non trascurabili: si veda cosa ha comportato l’importazione di cinghiali dell’est europeo nella popolazione dei cinghiali italiani e le conseguenze negative nell’agricoltura in montagna e in pianura. O l’importazione della nutria. Si stanno diffondendo parassiti che non erano presenti nel nostro vivere le alte quote, citiamo solo le zecche che oramai troviamo diffuse fino a 1000 – 1300 metri di quota.
Un passo possiamo farlo fin da subito noi frequentatori delle alte quote. Diffondere conoscenza, ampliare l’attenzione e la consapevolezza della necessità di diminuire la nostra impronta negli ambienti naturali.
Luigi Casanova