Mountain Wilderness ricorda la tragedia di Stava: 268 morti dovuti alla rincorsa del profitto.
Il 19 luglio 1985, in val di Stava, una catastrofe annunciata travolse il cuore del Trentino, lasciando dietro di sé 268 morti e una valle sfigurata. Quarant’anni dopo, quella tragedia non può essere archiviata come un evento naturale: fu il risultato di negligenze, avidità e un sistema politico-amministrativo che ignorò ogni allarme. In questo contributo, Luigi Casanova – con la voce civile e indignata di Mountain Wilderness – ricostruisce le responsabilità, le omissioni e il silenzio calato su una delle peggiori stragi industriali della storia italiana. Non un semplice esercizio di memoria, ma un richiamo urgente alla responsabilità collettiva, al valore della vigilanza ambientale e alla necessità di una politica che metta la vita prima del profitto.
Quaranta anni fa, il 19 luglio 1985, a Tesero (TN) in val di Stava collassavano i bacini di decantazione che
purificavano la fluorite che veniva estratta dalle miniere di Prestavel. La discarica, strutturata su due
livelli con il secondo che poggiava sul sottostante, priva di fondamenta nonostante il terreno inclinato,
capace di 300 mila metri di materiale inconsistente cubi lasciati incustoditi, franò. Il deposito insisteva su
un’area umida, non casualmente denominata “Le Pozzole”.
Il materiale percorse travolse persone, abitazioni (ben 59 edifici): 268 i morti ai quali, ben 71, non è stato
possibile dare un nome.
Fu una tragedia industriale, non certo naturale. Era prevedibile, maturata in una situazione di diffusa
incoscienza, superficialità, inadeguatezza, supponenza di tecnici e politici e dei dirigenti dell’azienda che
gestiva il manufatto, la Prealpi mineraria.
La componente politica è uscita indenne dai processi: gli amministratori del Comune, quanti allora
governavano la Provincia non entrarono nemmeno nel processo.
Si trattava di una lavorazione industriale, il materiale per essere purificato fin dal 1982 veniva portato
anche da altre lontane località. Vi si svolgeva un trattamento di decantazione chimico – fisico tramite
flottazione dei materiali per ottenere fluorite pura, venivano trattate oltre 200 tonnellate/giorno. Per
comprendere il profilo dell’incoscienza si deve sapere che si stava preparando un terzo livello. Fin
dall’anno precedente il servizio foreste aveva assegnato le piante che dovevano essere tagliate per fare
posto al nuovo terrapieno.
Nonostante l’ingente mole il deposito non era inserito né nella pianificazione comunale né in quella
urbanistica provinciale. Il sindaco interpellato dal sottoscritto (1984) mi rispose: – “non ho alcuna
competenza nella gestione della “miniera. Se ne occupa in tutto l’ufficio minerario”-. Tanto per
dimostrare come l’amministratore nemmeno era conscio delle sue ovvie competenze in tema di
pianificazione e gestione della sicurezza del territorio.
Sopra i bacini vi era la miniera, attiva fin dal 1935: vi si estraevano, oltre alla fluorite, anche blenda e
galena, minerali dai quali si ricavano zinco e piombo. Dal punto di vista amministrativo aveva avuto più
passaggi di proprietà: dalla Montecatini nel 1967 passò alla Montedison, dal 1976 alla Fluormine e nel
1980 alla Prealpi mineraria.
Dai 116 ettari occupati inizialmente si passò a 330 ettari. Veniva portato materiale di escavazione dalle
miniere di Quaria – Kooreck e dalla vicina Val d’Ega (BZ). Si ebbe così bisogno del secondo bacino,
autorizzato in Provincia nel 1969. Il Comune di Tesero nel 1974 chiedeva all’assessorato all’industria un
parere sull’ampliamento, per rasserenare le presenti perplessità si mosse anche il distretto minerario, ma
sempre con un obiettivo: cancellare dubbi. Con incredibile indecenza i controlli vennero affidati alla ditta,
la Montedison allora.

Dei gelatai gestiranno la discarica
I problemi erano subito apparsi evidenti al mondo dei pescatori. Nel sottostante rio Stava arrivava acqua
color cenere, limacciosa, la moria di pesci divenne totale. I pescatori non ebbero alcun chiarimento dalle
autorità. Passata alla Prealpi nella “laveria” venivano portati materiali da oltre 200 chilometri di distanza,
dalla miniera di Torgola in val Trompia (BS) e altre ancora. Chi visitò la gestione dei “bacini” vi trovò
abbandono, approssimazione (esperienza diretta). Sul secondo livello vi stava una ruspa che interveniva a
coprire i frequenti squarci che si aprivano sui versanti quasi verticali. Chiunque poteva inserirsi nel
cantiere: le precauzioni messe in atto dall’azienda erano nulle.
Tra gennaio e aprile 1985 vi erano stati dei crolli sul versante del bacino superiore: nonostante questo nel
giugno 1985 iniziarono i lavori dell’ampliamento dei bacini, piano approvato dal Consiglio comunale il
23 novembre 1984.
Ma chi erano i fratelli Rota proprietari della Prealpi mineraria? Imprenditori gelatai passati a gestire
miniere. Competenza specifica pari a zero. Cosa poteva fregare loro delle dichiarazioni dell’ing. Daniele
Rossi che anticipava ai suoi studenti come “- quella diga ha un argine di merda!”-. Infatti nei suoi
ricordi l’allora giudice istruttore, dott. Carlo Ancona, riguardo l’amministratore delegato ha affermato: –
“nelle sue risposte era condensata tutta l’indifferenza, l’arroganza, la presunzione, l’insieme delle scelte aziendali tese soltanto al profitto immediato, che caratterizzarono le condotte degli imputati poi
condannati”.-
Il fronte dei bacini alto complessivamente 55 metri crollò il 19 luglio. Un’enorme massa di materiale di
scarto, 160 mila metri cubi, si infilò nella valle percorrendola a oltre 90 Km/h, quattro chilometri dritti,
fino alla confluenza del torrente Stava con l’Avisio, trascinando con sé persone e immobili.
I politici escono puliti. Non c’è stata giustizia
La valle di Fiemme intera fu travolta da un dolore immenso. Il Trentino provò vergogna per come gestiva
il suo territorio. Il sindaco Adriano Jellici e il vicesindaco Pietro Deflorian scaricavano le responsabilità
sui servizi della Provincia, i politici trentini annacquavano sorpresi. Le autorizzazioni all’ampliamento
erano state date dalla Provincia, non si era proceduto ad alcun calcolo statico sul secondo bacino, diverse
relazioni dei tecnici provinciali nemmeno erano firmate. Riferisce il giudice Carlo Ancona che a Stava
non c’era nulla, né un progetto, un pezzo di carta che documentasse la gestione del sito.
Sull’insieme della vicenda si provò a fare cadere più silenzio possibile. Nonostante Tesero allora vivesse
di un florido artigianato e di una diffusa media industria, ci si preoccupava della vetrina turistica: non
doveva venire intaccata da alcuna ombra e quindi il ricordo andava cancellato.
Le sentenze condannarono alcuni tecnici. Nessun politico venne coinvolto nonostante l’impegno profuso
da alcuni avvocati di parte civile, il collegio dei sinistrati di Stava sostenuti dagli avvocati Sandro
Canestrini e Vanni Ceola in collaborazione con altri, il collegio delle ACLI di Milano con 43 partenti di
vittime difese. Due collegi che i media avevano già emarginati nell’informazione, ancora oggi non si fa
menzione del loro lavoro. La terza componente, quella ufficiale gestita dalla politica, portò attenzione solo al risarcimento economico dei danni. Per descrivere il clima che si viveva allora riportiamo una frase
dell’avvocato Vanni Ceola che a Tesero, a nome dei sinistrati alternativi, in un’assemblea pubblica il 7
agosto affermò: -” Siamo stati definiti degli avvoltoi. Noi amiamo gli animali e preferiamo stare con gli
avvoltoi piuttosto che con gli uomini del potere, uomini che difendono il potere in quanto è stato un certo potere a permettere lo svolgersi di questa disgrazia”.-
Dieci dei dodici imputati vennero condannati in tempi veloci (Cassazione, 1991) a un totale di 37 anni di
carcere, dichiarati colpevoli di disastro e omicidio colposo plurimo. Come abbiamo accennato nessun
amministratore pubblico, né comunale né provinciale venne coinvolto, nonostante l’avvocato Canestrini
in aula avesse dimostrato come la tragedia fosse stata “un delitto politico”.
Ci sono aspetti della tragedia che sono rimasti trascurati.
Nell’ultimo periodo si utilizzava come rafforzamento alla decantazione del materiale radioattivo, il Radio,
il nome in codice era R -166. Si affermò si trattasse di solo duecento grammi. Se la quantità era tanto
minimale non si comprende perché subito dopo la tragedia i fusti vennero murati. Per mettere in sicurezza
le tante gallerie di accesso alla miniera, si disse. Oggi questi fusti sono inseriti nella montagna.
La valle di Stava oggi è irriconoscibile per quanti la ricordano com’era prima della tragedia. La sobrietà
degli edifici di allora è stata stravolta. Gli alberghi sono stati ricostruiti arrivando anche a superare il
raddoppio dei volumi, altri nelle pertinenze sono nuovi, vi sono abitazioni e aziende diffuse in modo
disordinato un po’ ovunque. Come risarcimento alla valle intera si ottenne lo svolgimento dei primi
mondiali di sci nordico in Italia, 1991.
Si parlò addirittura di portare sul posto dei bacini un’area sciabile, un campo scuola per ragazzi. Le forti
proteste di pochi annacquarono questa ulteriore follia. Gli ambientalisti proponevano la realizzazione di
un bosco della memoria, un giardino forestale variegato, un parco alberato che invitasse al rispetto e al
silenzio all’interno del quale inserire sentieri leggeri che avrebbero permesso di ripercorrere la storia del
luogo e fissare, anche con la vista, il luogo, per non dimenticare. Nulla si è fatto, si è preferito lasciare
spazio al solito monotono bosco di conifere, fitto, un bosco che oggi impedisce ogni rivisitazione visiva
della tragedia. In positivo va sottolineate che in valle si trova la sede della Fondazione Stava 1985,
conserva un ricco archivio, anche fotografico.

Dopo Stava, per un breve periodo, risorge la dignità della politica
Il Presidente della Provincia Flavio Mengoni fu portato a rassegnare le dimissioni. Gli successe Pierluigi
Angeli. Diede vita al primo coinvolgimento nel governo della Provincia dei socialisti rompendo la
sequenza dei monocolori democristiani. Di quel periodo rimangono scolpiti negli atti politici l’immane
lavoro dell’assessore socialista Walter Micheli. Investì da subito in un una rinascita virtuosa
dell’autonomia trentina approvando leggi innovative (Piano urbanistico, parchi, progettone e molto altro).
Grazie al recepimento delle nuove normative europee in materia di tutela dell’ambiente, riorganizzò i
servizi, investì in trasparenza e nei processi partecipativi. Un lungo percorso che da oltre un ventennio ha
trovato chi è riuscito a svilire il virtuoso percorso, fino alla demolizione di ogni traccia con l’avvento delle
destre al governo del Trentino.
Proprio per ricordare la qualità del lavoro svolto da Micheli riportiamo una sua riflessione del luglio 2005,
amara, ma di grande attualità ancora oggi. Scriveva: – “Le leggi, anche le buone leggi, non bastano se non
sono vissute come cultura acquisita di un popolo. Per questo dobbiamo far nascere un’altra fertile
stagione, sperando che questa volta non sia frutto del dramma, ma della ragione e della responsabilità”.-
L’azione politica e sociale di Micheli non divenne patrimonio della collettività e dell’autonomia del
Trentino. Oggi, nonostante l’evidenza dei cambiamenti climatici e delle conseguenti emergenze, la
situazione culturale e politica in Provincia peggiora. Il ricordo della tragedia oggi è ridotto a rituale,
nonostante la presenza all’anniversario del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Luigi Casanova