No Tav, Alta Felicità e la domanda che l’ambientalismo non può più eludere.

A distanza di oltre un mese, con il tempo necessario per riflettere a mente fredda su quanto accaduto, Nicola Pech, vicepresidente di Mountain Wilderness, torna sui fatti della Val di Susa e del Festival Alta Felicità, ma soprattutto prova ad allargare lo sguardo alle prospettive dell’ambientalismo e alla pluralità delle diverse culture lo animano. Quella che segue è una riflessione personale e non rappresenta la posizione ufficiale di Mountain Wilderness. Un’associazione che, del resto, raccoglie una biodiversità di sensibilità: dal movimento nonviolento e dall’eredità di Alex Langer fino a posizioni e percorsi differenti, che convivono nel confronto e nel dibattito interno. È proprio questa pluralità di idee, e la capacità di metterle in relazione, una delle ricchezze di Mountain Wilderness.

Quello che è accaduto a fine luglio in Val di Susa, intorno al Festival Alta Felicità, dovrebbe spingerci a guardare oltre la cronaca degli scontri, delle pietre e dei lacrimogeni. La storia della Val di Susa è molto più complessa di quella raccontata da Tv, giornali e social network. Il movimento No Tav è una delle più importanti esperienze di resistenza civile della storia italiana recente: ha coinvolto amministratori locali, tecnici, avvocati, associazioni e migliaia di cittadini. Ha prodotto controinformazione, studi, ricorsi, mobilitazioni e presidi. Ha conosciuto forme diverse di conflitto, da quelle istituzionali a quelle più radicali, ma il suo tratto fondamentale resta quello di una comunità che da oltre trent’anni resiste a un’opera inutile, costosissima e devastante.
Il movimento non è riuscito a fermare la Torino-Lione e i cantieri, sebbene molto a rilento e tra mille difficoltà tecniche ed economiche, proseguono, ma sarebbe miope considerare questa una sconfitta senza appello.
La lotta No Tav ha rallentato per decenni il progetto, ha imposto un confronto politico obbligando ad affrontare il dialogo con la popolazione e ha portato nel dibattito pubblico la questione dell’utilità delle grandi opere e del loro impatto sui territori. Questa è una vittoria che non può essere cancellata dal fatto che la Tav si stia costruendo.
Ed è proprio qui che si apre la questione che riguarda tutto l’ambientalismo.


Se guardiamo alle grandi opere degli ultimi anni, dobbiamo riconoscere una realtà difficile da contestare: le forme di protesta che restano rigorosamente dentro i confini di una legalità interpretata e gestita dal potere hanno spesso prodotto risultati insufficienti, quando non nulli.
Manifestare, organizzare convegni, raccogliere firme e ricorrere alle vie legali sono azioni necessarie, ma spesso del tutto inefficaci. Il potere concede volentieri questi spazi di dissenso perché sa che sono spesso del tutto inoffensivi, incapaci di scalfire decisioni già prese altrove. Pretendendo di dettare regole e modalità della protesta, l’autorità la neutralizza sul nascere, riducendola a rituale sterile. Si protesta contro un nuovo impianto di risalita o una strada, si denunciano i danni ambientali, ma l’esito è già scritto: una volta spenti i riflettori di questa messinscena regolamentata, si torna a casa. E nel silenzio generale, le istituzioni proseguono imperterrite: i cantieri aprono, i boschi cadono e il cemento avanza, ignorando ogni richiesta.

La pista da bob di Cortina è l’esempio recente più evidente di questo meccanismo: uno scempio ambientale realizzato per le Olimpiadi, con un costo per la collettività che ha superato i cento milioni di euro. Contro quest’opera si è tentato di tutto: ricorsi legali, esposti, mobilitazioni e continue richieste di un tavolo di confronto. Risultato? Zero.
Lo stesso discorso vale per una lunga stagione di infrastrutture progettate in nome di uno sviluppo che troppo spesso coincide con nuovo consumo di suolo, trasformazione irreversibile dei territori, sperpero di denaro pubblico, interessi privati.
Di fronte a tutto questo, dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che esiste una forma di violenza molto più feroce, cinica e subdola di quella che vediamo nelle immagini degli scontri di piazza. È la violenza sistematica esercitata dallo Stato: da un lato, quella istituzionale che violenta la natura e le comunità imponendo opere devastanti contro ogni ragione ambientale e contro la volontà dei territori; dall’altro, quella repressiva che usa il braccio armato e la forza delle leggi speciali per silenziare, criminalizzare e schiacciare chiunque provi a opporsi.
La prima violenza, quella degli scontri di piazza, viene sistematicamente manipolata, ingigantita e riproposta in modo ossessivo per criminalizzare il dissenso. La seconda, una violenza brutale contro gli esseri umani e contro la natura, viene invece spacciata, venduta e imposta come sviluppo o superiore interesse nazionale.

Gli incidenti avvenuti al Festival Alta Felicità impongono oggi una riflessione sul futuro delle lotte ambientaliste, in una fase in cui il vento della repressione soffia sempre più forte. La questione non è se scegliere la violenza, ma capire come continuare a costruire conflitto sociale e opposizione politica mentre gli spazi democratici vengono progressivamente ridotti.
I Ddl Sicurezza, la criminalizzazione di forme storiche di protesta, l’uso della sorveglianza tecnologica e del riconoscimento facciale nelle piazze, insieme alla sostanziale impunità di troppi episodi di violenza delle forze dell’ordine, delineano un quadro preoccupante. È in questo contesto che la vicenda No Tav torna a interrogarci: non per legittimare ogni forma di azione, ma per ricordarci che la disobbedienza e la radicalità, quando inserite in una strategia politica e sociale, hanno spesso aperto spazi che la sola protesta istituzionale non era riuscita a conquistare.
Il movimento ambientalista deve quindi interrogarsi su come reinventare le proprie pratiche senza rinunciare alla capacità di mobilitazione e di conflitto. La sfida è tenere insieme la mobilitazione dal basso, il lavoro nelle istituzioni, la battaglia culturale e giuridica, la disobbedienza civile, l’azione diretta e la costruzione di comunità capaci di resistere nel tempo. È questa una delle lezioni più forti che la Val di Susa consegna ancora oggi a chi difende i territori.

*Va detto, per amore di verità, che quella dell’ambientalismo, nonostante le molte sconfitte, non è stata affatto una storia di soli fallimenti. Gli ecomostri abbattuti, i parchi nazionali istituiti, le aree sottratte alla cementificazione, alcune vallate salvate dalla speculazione turistica e sciistica sono il risultato concreto di battaglie che hanno avuto successo. Vittorie spesso parziali e faticosamente conquistate, ma significative: dimostrano che resistere, battersi e organizzarsi può ancora servire.

Nicola Pech