Olimpiadi concluse, questioni aperte
Quella che vi presentiamo è una sintesi del reportage scritto da Luigi Casanova e pubblicato su Questo Trentino. L’autore analizza ciò che resta delle Olimpiadi invernali oltre il successo sportivo, ponendo l’attenzione sui costi ambientali, economici e sociali che ora le comunità alpine sono chiamate ad affrontare.
Le Olimpiadi invernali italiane si sono chiuse con un indiscutibile successo sportivo: 30 medaglie, 10 ori, e uno straordinario protagonismo femminile. Atlete come Federica Brignone e Francesca Lollobrigida hanno rappresentato non solo l’eccellenza agonistica, ma anche un messaggio di determinazione e resilienza. L’euforia mediatica e nazionalista, però, ha messo in ombra questioni strutturali che ora tornano con forza.
Paesaggi da cartolina, cantieri nascosti
Le nevicate provvidenziali hanno restituito al mondo immagini spettacolari delle Dolomiti e delle Alpi italiane, mentre molti cantieri restavano incompleti o coperti dalla neve. La stampa internazionale ha riconosciuto l’efficienza organizzativa, ma non ha risparmiato critiche su costi, sprechi e impatti ambientali.
Con la fine dei Giochi non si chiude la stagione dei lavori: numerosi impianti, da Cortina a Livigno, da Bormio alla Val di Fiemme, fino a Milano, richiederanno ulteriori interventi e soprattutto una gestione futura ancora incerta. Molte strutture sono state realizzate con fondi pubblici, ma i piani economici appaiono fragili e sottostimati.

Il nodo della gestione e dei deficit
Il caso più emblematico è la pista da bob di Cortina: i costi di gestione si annunciano elevati e non è chiaro chi coprirà i disavanzi. Analoghe incertezze riguardano trampolini, stadi del ghiaccio, cabinovie e nuovi impianti in diverse località alpine.
In Trentino, Lombardia e Veneto si sommano extracosti, opere lievitate nei budget, infrastrutture viarie incomplete e criticità idrogeologiche. Alcuni progetti di mobilità pubblica annunciati come strategici risultano ridimensionati o bloccati.
Rimane una domanda centrale: quale sarà la reale “legacy” per le comunità locali? In un Paese dove oltre il 40% delle scuole è privo di palestra, l’investimento olimpico sembra aver privilegiato l’evento e l’agonismo più che la diffusione dello sport di base.

Trasparenza e responsabilità
Restano aperti interrogativi giuridici e amministrativi sulla natura e sulla gestione della Fondazione organizzatrice, sui debiti accumulati e sugli extracosti delle opere pubbliche. Anche le ispezioni sul lavoro, avviate negli ultimi giorni dei Giochi, stanno facendo emergere possibili irregolarità nei contratti e nelle condizioni di impiego.
Sul piano internazionale, le scelte del CIO in merito alle esclusioni e alle ammissioni di alcuni Paesi hanno sollevato dubbi di coerenza rispetto ai principi proclamati di pace, neutralità e rispetto dei diritti.
Un modello da ripensare
Si rilancia già il dibattito su future candidature olimpiche e su un modello “diffuso” che moltiplica territori coinvolti, cantieri e apparati organizzativi. Ma è legittimo chiedersi se questa sia davvero la strada della sostenibilità o piuttosto un moltiplicatore di speculazioni, consumo di suolo e debito pubblico.
Le montagne che hanno ospitato i Giochi – spesso già segnate da overtourism – non sembrano aver beneficiato di un progetto di rilancio delle aree fragili o dello spopolamento. Piuttosto, emerge il rischio di una montagna sempre più concepita come protesi ricreativa delle città.
Terminata la celebrazione sportiva, resta aperto il tempo delle domande: sui costi ambientali, sulla trasparenza amministrativa, sulla giustizia sociale e sul futuro delle terre alte. Domande che non possono essere coperte da una nevicata o da un medagliere da record.