Quel che resta delle Olimpiadi Milano Cortina 2026

Le Olimpiadi Milano Cortina 2026 sono state celebrate come un grande successo sportivo e organizzativo. Ma cosa resta davvero dell’evento sui territori e, soprattutto, sulle montagne?
Questo testo è un estratto dell’intervento di Luigi Casanova, presidente di Mountain Wilderness Italia, in programma giovedì 27 agosto a Colli Verdi (PV), nell’ambito del trekking di Casa Comune – Crinali che uniscono.

Non sono mancati gli aspetti positivi: il record di medaglie della squadra italiana, il successo delle Paralimpiadi, il coinvolgimento di 18 mila volontari e alcune opere che potranno avere una funzione utile anche dopo i Giochi.
Ma il bilancio economico è molto più problematico. La Fondazione Milano Cortina, ente formalmente privato ma sostenuto da soggetti pubblici, lascia agli enti pubblici un deficit di circa un miliardo di euro, oltre a 176 milioni di debiti. A questo si aggiungono 328 milioni stanziati dallo Stato per le Paralimpiadi, inizialmente previste con un costo di 60 milioni.
Anche sul fronte delle opere, le promesse del dossier di candidatura sono state ampiamente disattese. Strutture che avrebbero dovuto richiedere soltanto interventi minimi sono state ricostruite o profondamente trasformate, con aumenti dei costi spesso enormi: la pista da bob di Cortina è passata da 47 a 133 milioni di euro, il centro del biathlon di Anterselva da 4 a 54 milioni, i trampolini di Predazzo da 9 a 44 milioni.
Il capitolo delle opere, inoltre, non è chiuso. Quaranta delle 98 opere affidate a Simico non sono ancora terminate e alcune potrebbero essere completate soltanto tra il 2029 e il 2033. La spesa complessiva prevista, inizialmente pari a 2,6 miliardi, viene oggi stimata in oltre 5 miliardi.
Ancora più difficile è parlare di Olimpiadi sostenibili. La Valutazione Ambientale Strategica nazionale prevista per l’insieme delle opere non è stata realizzata, mentre diverse VIA hanno seguito procedure semplificate e deroghe legate al commissariamento. Il consumo di suolo, stimato in almeno 40 ettari da una prima analisi ISTAT, potrebbe arrivare al doppio una volta completate tutte le opere. Senza una valutazione complessiva, è impossibile misurare realmente la sostenibilità dell’evento.


A questo si aggiunge il problema della trasparenza. Commissariamenti e procedure accelerate hanno limitato partecipazione e confronto, tanto che nel settembre 2023 le principali associazioni ambientaliste avevano abbandonato il tavolo con la Fondazione Milano Cortina. Il percorso di Open Olympics ha successivamente ottenuto da Simico la pubblicazione di informazioni specifiche sulle singole opere, ma il lavoro resta ancora incompleto.
Il nodo centrale resta però il rapporto tra Olimpiadi e montagna. La pista da bob di Cortina ha comportato la distruzione di un lariceto secolare; la cabinovia di Socrepes è stata realizzata su una frana in movimento; a Livigno è stato costruito un bacino per l’innevamento artificiale da 203 mila metri cubi a 2.600 metri di quota.
Le Olimpiadi, insomma, non hanno invertito la tendenza allo spopolamento delle montagne. Al contrario, hanno rafforzato un modello che considera le località alpine soprattutto come grandi destinazioni turistiche al servizio delle città, senza affrontare questioni decisive come i
servizi sanitari, la mobilità pubblica, l’agricoltura, la gestione delle foreste e la costruzione di economie alternative al turismo.
Il bilancio lascia quindi una domanda aperta: era davvero necessario disperdere le Olimpiadi su sette località, alcune distanti oltre 400 chilometri, moltiplicando costi, infrastrutture, consumo di suolo, energia e acqua?
La proposta è radicale ma concreta: perché non tornare a un’Olimpiade concentrata in un’unica località, capace di offrire strutture e servizi già consolidati, evitando di disseminare nuove infrastrutture in territori fragili?
È una proposta rivolta al CIO e alle federazioni sportive internazionali per ripensare il modello dei grandi eventi: meno consumo di territorio, meno opere effimere e costose, più attenzione alla sostenibilità e al futuro delle montagne.