Siccità sulle montagne: si prepara un futuro ricco di incertezze.

La crisi climatica entra nelle montagne e mette in discussione un modello di sviluppo che continua a consumare risorse, territori e futuro. In questo nuovo intervento, Luigi Casanova, presidente di Mountain Wilderness Italia, analizza il drammatico intreccio tra siccità, perdita delle riserve idriche, trasformazione dei paesaggi alpini e pressione di un turismo sempre più invasivo.
Dai laghi alpini che si prosciugano ai rifugi riforniti con elicotteri e autobotti, dai bacini per l’innevamento artificiale alla crescente richiesta di acqua da parte delle pianure, le montagne stanno mostrando segnali inequivocabili di una crisi ormai evidente. Ma, denuncia Casanova, la risposta della politica e di una parte del mondo economico sembra ancora ancorata alla logica della crescita senza limiti, incapace di riconoscere che le terre alte non sono un serbatoio infinito di risorse da sfruttare.
Un’analisi dura e necessaria che richiama la responsabilità collettiva e pone una domanda centrale: quanto ancora potranno resistere le montagne prima che gli effetti delle nostre scelte diventino irreversibili?

Siccità in montagna, siamo prossimi al collasso? Così sembrerebbe, ce lo dicono accadimenti non trascurabili. Da tempo le montagne ci parlano e avvisano: crolli di rocce, distacchi di pareti ghiacciate, la riduzione dei ghiacciai, frane che partono da quote alte e arrivano nei fondovalle distruggendo paesi storici. Per non parlare delle foreste, anche europee, sconvolte da oltre tre decenni da tempeste, dal bostrico e altri parassiti, da incendi. E che dire delle emergenze in agricoltura? Le pianure europee elemosinano acqua dalle Alpi, dai Carpazi, dai Pirenei.

Alle popolazioni di montagna i grandi interessi agricoli intimano “Liberate le acque dai vostri bacini, costruitene di nuovi, subito e svuotateli, a noi serve la vostra acqua per alimentare le assetate monocolture di soia, di mais, sovraccariche di pesticidi, gli allevamenti intensivi di bestiame. E poi ci serve energia, quindi trasformate le aziende pubbliche ancora presenti sulle Alpi (vedasi Dolomiti Energia in Trentino), o in Appennino in società per azioni, ci penseranno i grandi capitali delle pianure, o ancora meglio, esteri, a rendere efficiente tanto ben di Dio. Regalateci i beni pubblici, abbiamo distrutto le pianure, ora è il turno delle risorse delle montagne ci dicono imprenditori e sindaci compiacenti.  Cittadini delle montagne inchinatevi, o meglio, mettetevi a 90° al nostro servizio. Frase brutale, ma realistica. Domina il capitale, i cittadini di montagna, consapevoli e compromessi anche in minimali conflitti di interesse, o presunti tali, lasciano avanzare questo tremendo e definitivo esproprio dei beni collettivi.

Solo per rimanere in Dolomiti fotografiamo alcune realtà:

In Alto Adige sono stati costruiti con fondi pubblici oltre 30 bacini di innevamento artificiale in alta quota. In Trentino sono 32, altri 5 in avanzato stato avanzato di progettazione e finanziamento, pubblico. Mentre la rete idrica regionale disperde oltre il 30 % delle acque raccolte, in Italia siamo oltre il 42%.

L’iconico lago di Carezza (Catinaccio e Latemar, nodo in Dolomiti UNESCO, n° 7), il lago di Misurina (altro nodo UNESCO, Tre Cime di Lavaredo, n° 5), il lago di Sorapis (nodo 5), ma anche situazioni lacustri minori si stanno esaurendo, come documentazione rimarranno le storiche fotografie del secolo scorso.

Foto e Fonte: Il Dolomiti

Rifugi mitici come il Vandelli (Sorapis), Giussani (Tofane), Auronzo (Tre Cime) vengono riforniti o da elicotteri o da autobotti dei vigli del fuoco. Per non parlare del gruppo del Brenta, o del Latemar. e Catinaccio.

Una emergenza diffusa, a estate appena iniziata, territori sconvolti da presenze turistiche irrefrenabili. Nemmeno i pedaggi e gli indecenti costi degli impianti di risalta fermano la marea umana che sta stravolgendo le Dolomiti, e non solo (in altri capitoli affronteremo le situazioni delle Alpi occidentali).
Come reagiscono imprenditori e mondo politico? I loro obiettivi ricalcano la cultura sviluppista degli anni ‘60 del secolo scorso. Crescita, aumento dei posti letto, aumento di volumi dei rifugi (450% in Buffaure, Pozza di Fassa), alberghi a 5 stelle, Val Martello, Auronzo, Monte Rite, Plan de Corones), sempre di più, senza fine, è fame imprenditoriale. La cultura del limite viene asfaltata, non solo culturalmente, ma in senso reale con la costruzione di nuove strade, con l’ampliamento di sentieri grazie a macchinari definiti innovativi. Perché, ci viene spiegato, è questione di democrazia: tutti hanno diritto all’accesso alla montagna, e in modo strumentale, inverecondo, viene utilizzata la compiacente categoria dei portatori di handicapp (chi scrive è figlio di genitori ciechi).

Ora attendiamo i grandi temporali estivi, per l’autunno o forse prima attendiamo lo scatenarsi dell’evaporazione del mar Mediterraneo (ricordate il 1966, 2018 la tempesta Vaia) per poi piangere vittime e devastazioni. Natura maligna diranno i politici che hanno acconsentito alla distruzione delle montagne e degli ambiti fluviali. Ovunque, perché questo culturalmente devastante obiettivo della crescita ci travolgerà tutti. Le situazioni eccessivamente urbanizzate saranno coinvolte in modo distruttivo dalla violenza delle acque, ma saranno coinvolte in questo tragico divenire anche le realtà sobrie, quelle piccole isole che fin da oggi hanno investito nella cultura della lentezza, nei paesaggi, nelle identità, nella coltivazione umile della montagna. Causa una devastante minoranza di imprenditori mai sazi, causa i silenzi e la sudditanza di quanti la montagna la abitano, le alte quote italiane e europee subiranno danni ambientali e umani difficilmente recuperabili. Vajont, Stava, Vaia, solo per parlare dell’Italia, a quanti sono chiamati a decidere dei nostri destini, nulla hanno insegnato.

Luigi Casanova