Chi vuole la testa del lupo
Mostro, totem o vicino ingombrante con cui imparare a stare: i branchi di lupi pongono domande alla nostra società. Di Stefano Paolo Giussani. Copyright: Huffpost.it
Michele Serra ha raccontato la morte del suo cane Osso, segugio di sette anni, sbranato da un branco di lupi a duecento metri dalla casa di Val Tidone, sull’Appennino piacentino. Il dolore privato si è subito fatto questione pubblica. La ferita di Serra merita rispetto, anche nell’ammirabile lucidità che ha mantenuto. «Qualcosa va fatto, e velocemente, se si vuole che la convivenza tra uomo e lupo resti possibile», ha scritto, chiedendo alle autorità di stabilire fino a quanti esemplari un territorio possa reggere. Negli stessi giorni, in provincia di Pisa, a poche centinaia di chilometri di distanza, due teste di lupo mozzate sono comparse appese a cartelli sulle strade. Il WWF ha parlato di «gesto di inaudita gravità e crudeltà», di un «atto intimidatorio» che, oltre al bracconaggio, segnala un clima crescente di ostilità verso la specie.
I due episodi raccontano lo stesso paese da angolature opposte: l’abitante delle aree meno antropizzate che chiede numeri, il bracconiere che li riduce in proprio. Tra l’uno e l’altro corre un filo di equivoci.

Quanti sono, davvero
I lupi italiani, protetti dagli anni Settanta, sono passati da poche centinaia a circa 3.300 esemplari censiti dall’Ispra. Il dato impressiona se letto come crescita lineare, ma perde drammaticità se si ricorda che, prima delle stragi otto-novecentesche, in Italia se ne contavano ventimila, senza che si registrassero aggressioni deliberate a esseri umani. Le popolazioni animali, peraltro, non crescono indefinitamente: seguono una curva logistica, accelerano e poi si appiattiscono quando l’ambiente smette di concedere spazio. Il lupo oggi avanza perché trova boschi tornati dopo l’abbandono dei terreni marginali, prede in abbondanza (cinghiali, caprioli, cervi) e tutela giuridica. Occupa, in altre parole, la nicchia che gli viene lasciata.
La contabilità delle predazioni
Sul versante zootecnico il dibattito si nutre di numeri ricorrenti e raramente verificati. Le stime su scala europea collocano la predazione da fauna selvatica sul bestiame allevato attorno a quote minime, residuali rispetto a malattie, parti difficili e abbandoni. A questo si aggiunge la possibilità di indennizzo per il capo perduto e l’efficacia provata delle misure di prevenzione come recinti elettrificati, cani da guardiania con collare antilupo, presenza del pastore al pascolo. Dove applicate insieme, abbattono le predazioni dell’ottanta per cento. Una quota residua di attacchi attribuiti al lupo, infine, è opera di cani inselvatichiti, spesso ex cani da caccia abbandonati: distinguere richiede analisi genetiche che non sempre vengono fatte.

Una funzione ecologica
Il lupo non è solo un problema da contenere: è una funzione. Tiene sotto controllo gli ungulati per pressione di presenza, prima che per predazione effettiva, alleggerendo il carico su colture, boschi giovani e incidenti stradali. L’esperienza di Yellowstone, da decenni studiata, ha mostrato come il ritorno dei lupi abbia innescato una cascata trofica che ha ridotto gli erbivori, restituito vegetazione alle rive dei corsi d’acqua, stabilizzato gli argini, favorito il ritorno di pesci, anfibi, uccelli. Le proporzioni italiane sono diverse, ma la direzione è la stessa: in un Appennino sovraffollato di cinghiali, ridurre i lupi significa scaricare il problema sull’agricoltura e sul dissesto idrogeologico.
Su questo punto il divulgatore Mario Tozzi è netto: «Ridurre i lupi non è una buona idea, ma per comprenderlo bisognerebbe affidarsi alla cultura naturalistica, abdicando al trono di specie eletta sul quale nessun vivente può issarsi».
Lo specchio della società
Resta il nodo culturale, ed è il più resistente. Il lupo che entra nel discorso pubblico raramente è un animale, è la proiezione di una paura. Il biologo statunitense Carl Safina, che li ha studiati a lungo a Yellowstone, ha mostrato come quei branchi siano in realtà famiglie nucleari, con personalità individuali, legami forti e un repertorio emotivo che comprende l’attaccamento, il lutto, la rabbia. Animali che vivono una vita dura, percorrono lunghe distanze, affrontano il freddo estremo e incarnano una libertà che è l’essenza stessa della natura non addomesticata. Quando entrano nel nostro immaginario, però, diventano altro: una metafora del selvaggio, una banda fuorilegge che non rispetta confini né proprietà. Da qui la reazione viscerale, simile a quella che si riserva a un’incursione nemica.
A questa cornice culturale prova a rispondere, sul piano educativo, l’Università di Pisa, che da anni propone alle scuole il laboratorio Cane o lupo? Il racconto delle origini, dedicato alla domesticazione e al rapporto evolutivo tra le due specie, e ha pubblicato di recente con ETS Cappuccetto Rosso e il Lupo: la vera storia, a cura di Valentina Diara e Alessandra Coli, prefazione di Elisabetta Palagi: una riscrittura della fiaba in chiave scientifica, pensata per restituire ai bambini un lupo che non sia il mostro del bosco ma un animale sociale, intelligente, parte dell’ecosistema. Un lavoro paziente di decostruzione dell’archetipo, che procede in direzione contraria al gesto di chi appende una testa mozzata a un cavalcavia a poche decine di chilometri dalle stesse aule.