I numeri dello studio ANEF–PWC smontati da Veronica Vismara
Costruire consenso con numeri opachi?
Nel dibattito sul futuro della montagna torna con forza un problema noto: l’uso strumentale dei dati economici per giustificare modelli di sviluppo sempre più insostenibili. L’analisi pubblicata da Veronica Vismara , che potete leggere QUI, esamina in modo critico lo studio ANEF–PwC, rappresenta un esempio chiaro e ben documentato di questa dinamica.

Al centro della questione c’è uno “studio” sull’economia della montagna, commissionato da ANEF, associazione che rappresenta gli impiantisti, e realizzato dalla società di consulenza PWC.
Un lavoro che, nel racconto pubblico, viene fatto passare come analisi oggettiva e indipendente.
Ma che, nei fatti, indipendente non è. Il primo elemento critico è la mancanza di trasparenza: lo studio non è accessibile integralmente. (Cit. Veronica Vismara: Il documento non è reso pubblico da ANEF: per accedervi bisogna farne richiesta motivata, e ANEF stessa vincola l’accesso, comunicando che il documento “non può essere diffuso o citato senza previa autorizzazione.”).
Non è quindi possibile verificarne metodi, fonti e assunzioni. Un limite grave, soprattutto considerando il peso politico che questi numeri stanno assumendo nel giustificare investimenti pubblici e nuove infrastrutture. Il fact checking puntuale condotto da Veronica Vismara, che ha potuto studiare, previa richiesta ad Anef, il paper prodotto da PWC, smonta poi diversi pilastri della narrazione proposta.
I dati sull’impatto economico dello sci risultano parziali e selettivi: non tengono adeguatamente conto dei contributi pubblici che sostengono il settore, né restituiscono un quadro completo dei costi collettivi. Si tratta di omissioni tutt’altro che marginali, che alterano profondamente la percezione del reale equilibrio economico.
Ancora più problematico, scrive la Vismara, è l’uso del cosiddetto “moltiplicatore economico”, impiegato per stimare l’impatto del comparto neve sui territori. Senza una chiara esplicitazione delle ipotesi di calcolo, questo strumento rischia di trasformarsi in un artificio retorico più che in un indicatore affidabile. Ma il punto politico è forse il più evidente: siamo di fronte a un’operazione di comunicazione travestita da analisi scientifica. Uno studio commissionato da un soggetto portatore di interessi specifici viene utilizzato per costruire consenso, influenzare le scelte pubbliche e legittimare un modello economico sempre più fragile, dipendente da risorse pubbliche e climaticamente insostenibile. (Cit. Veronica Vismara: “I giornalisti e i commentatori che ne hanno ripreso i dati lo hanno fatto con ogni probabilità sulla base del solo comunicato stampa dell’associazione di categoria, non del documento integrale (magari non tutti, ma… tanti). Il comunicato, infatti, è stato ripreso in modo sostanzialmente identico da tutte le testate, con le stesse formulazioni e gli stessi numeri headline”).

E qui entra in gioco il cuore della questione: l’industria dello sci, oggi, esiste solo grazie a una massiccia iniezione di denaro pubblico. Senza sussidi, finanziamenti regionali e contributi straordinari, molte stazioni sarebbero già tecnicamente fallite. La domanda politica, allora, non è se lo sci dia lavoro, perché è vero, lo fa, ma se questo sia il modo migliore di usare risorse pubbliche in territori fragili. Abbiamo davvero valutato rischi, benefici e alternative? Chi beneficia realmente di questo modello? Le comunità locali, spesso alle prese con lavoro stagionale, caro-vita e spopolamento? O grandi società impiantistiche, gruppi finanziari, resort di lusso?
La provocazione economica è chiara: se redistribuissimo direttamente ai lavoratori una parte dei soldi pubblici oggi destinati a tenere in vita impianti strutturalmente in perdita, probabilmente i conti tornerebbero comunque. Con una differenza enorme: un impatto ambientale drasticamente ridotto. Il vero tema non è difendere lo sci in astratto. È ridiscutere l’uso del denaro pubblico in montagna e chiedersi se stiamo finanziando futuro o soltanto ritardando un declino. La montagna ha bisogno di verità, non di marketing.
Nicola Pech