Milano, 7 febbraio: contro le Olimpiadi, per la montagna e per il diritto di manifestare.

C’era una Milano diversa, sabato 7 febbraio. Non quella dei rendering patinati e dei maxi schermi promozionali, ma una città attraversata da un corteo che ha scelto di mettere in discussione il racconto ufficiale delle Olimpiadi Invernali 2026. Una manifestazione partecipata, determinata, plurale, che ha portato in strada una critica netta a un grande evento presentato come inevitabile e benefico, ma che sempre più persone riconoscono come un’operazione ad altissimo impatto ambientale, sociale ed economico.

Alla mobilitazione hanno aderito numerose sigle: dai comitati territoriali ai movimenti ecologisti, dai collettivi studenteschi alle realtà ambientaliste, passando per associazioni culturali e gruppi informali. Un fronte eterogeneo ma unito da alcune motivazioni chiare: la devastazione dei territori alpini, l’uso massiccio di risorse pubbliche per opere spesso inutili, l’aumento della speculazione immobiliare, la trasformazione delle montagne in parchi a tema per il turismo di lusso, mentre i servizi essenziali per chi quei territori li abita vengono progressivamente smantellati.

Tra i presenti anche alcuni soci di Mountain Wilderness a testimoniare una continuità ideale e politica: la difesa della montagna come luogo vivo, complesso, fragile, non come merce da consumare.

Uno degli elementi più riusciti della giornata è stata senza dubbio la creatività messa in campo da APE e dal C.I.O. 2026 (non quello ufficiale, ma quello ironico e militante): i cinquecento larici in cartone, portati in corteo come una foresta mobile, fragile e simbolica. Alberi finti per raccontare alberi veri: i larici abbattuti per costruire la vergogna della pista da bob di Cortina. Un’immagine potente, capace di dire più di mille slogan: la montagna ridotta a scenografia, la natura trasformata in oggetto decorativo, mentre quella reale viene sacrificata.

Nonostante il quasi totale silenzio dei media mainstream, il corteo è stato partecipato, attraversato da voci diverse ma convergenti. Milano ha risposto ancora una volta, come sa fare nei momenti cruciali, quando non è in gioco solo un evento sportivo, ma un’idea di futuro e di democrazia. Perché oggi, accanto alla critica alle Olimpiadi, c’è anche un’altra posta in gioco: il diritto stesso di manifestare, messo sotto attacco da provvedimenti sempre più repressivi, come il ddl sicurezza. Provvedimenti che hanno un sapore inquietantemente autoritario e che riportano alla memoria pratiche e logiche che pensavamo archiviate.

Difendere la montagna, oggi, significa anche difendere lo spazio pubblico, la possibilità di dissentire, di immaginare alternative, di dire che non tutto ciò che viene chiamato “sviluppo” è davvero progresso. E che non esistono medaglie capaci di compensare la perdita di un territorio, di una foresta, di una comunità.

Nicola Pech