Ambientalismo: dietro ogni NO, molti SI

Luigi Casanova affronta uno dei cliché più diffusi nel dibattito pubblico, mostrando come l’ambientalismo sia portatore di proposte, non di semplici opposizioni.

Ma davvero l’ambientalismo è il partito del NO? Vediamo di rispondere a questa affermazione ormai divenuta luogo comune. I media e la politica di questi tristi tempi cercano di banalizzare ogni idealità diversa da chi domina, pur di evitare confronto serio, basato su dati scientifici. L’esperienza mi porta a dire che il confronto viene evitato dalle istituzioni: nelle aree protette, nelle istituzioni, perfino nei media, si scappa dal dialogo, vedasi le conferenze stampa a senso unico tenute da troppi governi. Si umilia il diritto di cittadinanza, si evita di offrire spazi a chi è  portatore di diversità culturali e comunque di interesse generale. Quando si evita il confronto si è consapevoli di essere in malafede e di evitare dialogo con altre visioni, specie se realizzate risultano essere meno costose e impattanti. La scelta è stata fatta, in altri ambienti, chiusi. Oppure si scappa, caso frequente nei politici, perché si è impreparati, culturalmente. Forti dell’arroganza si demonizza la diversità. Nelle questioni ambientaliste si lascia cadere tutto nella ritrita frase vecchia di 70 anni. – “I soliti, l’ambientalismo è il partito del NO”-.  In alternativa si invocano le sole ragioni del mercato e di un’economia comunque ridotta a servizio dei soliti poteri forti, si chiude il confronto.

Gli stessi media (senza per questo generalizzare) quando accolgono il pensiero ambientalista sintetizzano titolo e sottotitolo invocando il conflitto invece del confronto: – “L’associazione tale è contraria – da parte ambientalista un secco no al progetto – gli ambientalisti contrari -”.-

Poche volte viene offerta dignità alla proposta propositiva, alternativa. La notizia deve fare clamore, un botto, alimentare lo scontro invece di offrire informazione di dettaglio è semplice semplificare.

La mia esperienza sul campo è disarmante, non c’è tempo nelle redazioni di scavare nei comunicati stampa, specie quando presentano alternative, quando le osservazioni sono complesse. La politica non chiede di meglio, i rappresentanti dei partiti e delle istituzioni possono poi sviluppare le loro sbrigative tesi in ripetuti confronti televisivi e sui giornali, anche grazie a spazi loro offerti in assenza di una controparte.

Al variegato mondo ambientalista nemmeno viene permesso di spiegare che laddove, in ogni situazione si annuncia un No è perché vi è visione del vivere in società, nel rapporto con la natura, strutturata su una molteplicità di Si alternativi. Non viene permesso di spiegare una filosofia un po diversa, complessa, olistica, ricca di interazioni fra specie umana e la natura, di interazioni basate su tempi lunghi, o di attenzione a paesaggi, a cultura, storia.  Il No chiude e lascia la cultura ambientalista ai margini.

Non soddisfatti di tale diffuso comportamento i politici da tempo, non solo in Italia, demoliscono per legge i percorsi partecipati, scardinando legislazioni che propongono regole, o, nel caso delle grandi opere, le si commissaria permettendo a un solo personaggio amico del potere, di superare le leggi con deroghe sempre più pesanti: negli appalti, nella tutela dell’ambiente, nella restrizione degli spazi partecipativi. Il commissario, ovunque, rappresenta la demolizione della democrazia partecipata e del diritto. All’ambientalismo rimane aperta un’unica strada: la denuncia. Consolidando nell’immaginario collettivo l’idea del partito del NO.

Alla faccia della Convenzione di Aarhus (ratificata dall’Italia con legge 108 del 16 marzo 2001) che impone a tutte le istituzioni di favorire la partecipazione dei cittadini, l’accesso alla giustizia in materia ambientale. In violazione di altre leggi dello Stato da tempo i nostri municipi sono diventati delle fortezze impenetrabili al cittadino, come pure le Regioni e i servizi che le reggono. Ai consiglieri o parlamentari di opposizione troppe volte nemmeno più si risponde a interpellanze, interrogazioni. Si ritiene che i percorsi partecipati siano perdite di tempo, “burocrazia”. Sulle decisioni si riduce tutto al valore dell’economia: presunti nuovi posti di lavoro, potenziamento di attività commerciali. Se nel nostro paese si devono sommare i no a progetti di strade, inceneritori, pale eoliche, potenziamenti di aree sciabili, monoculture economiche, è perché l’idea di sviluppo viene privata dalla componente culturale e sociale del progresso, dell’essere comunità, dei valori dei paesaggi, dei beni comuni. L’interesse generale viene invocato per sostenere progetti invasivi senza mai motivarli nella ricaduta di periodo lungo, senza mai analizzare interazioni con altri aspetti, sociali e ambientali. Così trionfano i dettati delle lobby e dei portatori di interessi privati.

Il valore alternativo redistributivo dei SI.

Chi bene conosce l’attività dell’associazionismo ambientalista, comitati locali o nazionali, è consapevole che ogni No è accompagnato da più Si. Proposte alternative per lo più meno costose, capaci di interpretare un vero interesse generale grazie a diffuse ricadute sociali. Si tratta di Si strutturati sul lungo periodo, più coinvolgenti, redistributivi delle ricchezze e delle opportunità che vengono suggerite, progetti condivisi che permettono di interagire fra loro a più settori economici, a più filiere, a più territori, a vedute anche di profilo internazionale. Si tratta di progetti che portano rispetto non solo ai residenti, ma anche agli ospiti. Progetti che demoliscono lo slogan delle recenti olimpiadi invernali Milano Cortina 2026 -“Oltre il limite”-. Chiunque frequenti la natura sa che oltre il limite si apre un baratro. L’ambientalismo è forte di altri percorsi che riprendono il pensiero di Alex Langher, il politico altotesino che ci ha lasciati nel 1995: più lenti, più dolci, più profondi sostituendo l’ormai inadeguato obiettivo ideato da Henri Didon “Citius, Altius, Fortius”, solo nel 2021 accompagnato da Communiter (“Insieme” in senso solidaristico).

La fragilità dell’ambientalismo, forte di umiltà, è rappresentata dalla complessità valoriale che lo caratterizza. In un mondo che corre sempre più veloce, artificializzato, non c’è più spazio per il pensiero, per riflettere, per guardare lontano: si deve fare in fretta, dare valore  al feticcio del Pil che deve sempre aumentare, al mito della crescita: la borsa finanziaria è la sintesi perfetta della frenesia di questi decenni. Oggi sembra non ci si possa fermare a valutare il come si progredisce, si progetta, come risolvere e rafforzare interazioni positive, a leggere la complessità. In tutti i settori, da quello primario dell’agricoltura a quello produttivo, cultura e storia diventano un orpello. Proporre un ponte sullo stretto di Messina o una nuova autostrada, una tangenziale, un bacino di raccolta acque o una diga a presunto sostegno dell’agricoltura, dello sci, incentivare la mobilità privata viene definito innovazione (pensiamo alla perversione della discussione di pochi anni fa sull’autostrada della tecnologia, la Vittorio Veneto – Monaco, portata come esempio innovativo nel Parlamento europeo, nei progetti della macroregione alpina, nelle università venete). Il partito del fare riscuote un impatto immediato, ampio consenso, specialmente elettorale. Perché le sue proposte sono facili da ridurre a slogan, specie se le si accompagna all’aggettivo “sostenibile”.

Milioni di euro da subito investiti, possibili decine se non migliaia di posti di lavoro ritenuti immediati. Così si risolvono tutti i problemi di un territorio, il cittadino in presenza di tanta magnificenza si piega. Il politico ingrassa: si vota oggi, al massimo domani, non fra dieci, vent’anni. I cambiamenti climatici in atto sono un fattore solo scientifico, lontano, non immediatamente percepibile. Il mare si rialza di qualche millimetro l’anno, non lo si nota, a parte i pescatori. I ghiacciai si sciolgono, non si ricordano immagini del passato, recente, a parte le guide alpine. Le alluvioni si ripetono, ma sono avvenute lontano, non mi hanno toccato. I cambiamenti climatici sono un fenomeno che inciderà in modo diretto sul vivere delle generazioni future, ma non si cambia nulla. Il politico è interessato solo a un ritorno in tempi veloci. Questo insieme di fattori lascia spazio al trionfo del partito del fare, un partito certo interpretato dalle destre italiane, ma diffuso anche in ambienti che si definiscono alternativi.

La proposta ambientale è molto più articolata. Presuppone partecipazione, incontro e dialogo capace di risolvere o almeno attutire conflitti e interessi fra loro divergenti. Mette insieme visione temporale breve e lunga. Mentre si sostiene la difesa dell’ambiente e si combatte il consumo di suoli liberi, la banalizzazione del paesaggio, ci si oppone alla cancellazione della storia e delle identità. La proposta degli ambientalisti non risponde a interessi parziali, è priva di conflitto di interessi particolari, è lontana dalla concentrazione di poteri e della finanza. Diluisce gli investimenti in più categorie economiche. Per essere realizzata ha bisogno di tempi più lunghi. Quanto è complicato spiegare tutto questo, perché interdisciplinare, risulta impervia anche la raccolta del consenso.

La complessità della progettazione ambientalista permette di vivere a un rancore diffuso verso comitati e associazioni, lo si legge un po’ ovunque specie: nei social si riversa un disprezzo e una banalità di confronto che deve preoccupare. Sono situazioni alimentate da diversi settori politici.

Ne sono convinto: il confronto fra diversità culturali, la lettura di una visione alternativa dello sviluppo legato al progresso incute timore. Chi oggi riesce a sostenere in pubblici confronti il valore della rinuncia, del risparmio, della sobrietà (enciclica Laudato Sì di papa Giovanni I°)? Questi valori scuotono nelle fondamenta le basi del capitalismo, del commercio, del marketing. Il sistema economico che ci guida è imposto, è pervasivo, si riassume in un unico modello, strutturato sulla banalità, sulla semplificazione, forte dell’arroganza del possesso, gestito anche con violenza, perfino dentro le istituzioni (vedasi il linguaggio di certe componenti politiche). Oggi questo metodo viene portato nei contenuti di leggi definite innovative, forti di semplificazione normativa, feroci contro la presunta burocrazia, contro le regole: in questa situazione il dissenso diventa crimine. La rinuncia a beni superflui scuote le fondamenta del sistema, lo terremota. Non si deve allenare il cittadino a una lettura altruista, che guardi anche all’interesse e allo sviluppo delle generazioni future. Pensiamo a cosa comporti oggi insistere nelle politiche di consumo dei suoli, nell’artificializzare, non solo le città, ma ora anche le coste, i corsi d’acqua, industrializzare l’agricoltura, perfino occupare con insediamenti sempre più impattanti le alte quote. A detta degli sviluppatori non deve rimanere un solo spazio libero, nemmeno sotto le pareti, dove possibile si deve imporre l’impronta dello sviluppo, anche nelle aree protette. Uno spazio libero non è più paesaggio, o incanto, viene descritto come disordine, è banalmente un vuoto che va riempito, da investimenti. Non si parli più di conservazione o di biodiversità: a dire dei settori imprenditoriali sono obiettivi che non  portano economia. Rimuoviamo allora del lessico comune anche queste parole. L’ambientalismo del SI non va alimentato, va rimosso, o meglio, criminalizzato. L’ambientalista rappresenta il NO, alla civiltà, allo sviluppo. Così si legge, sempre con maggiore frequenza.

Luigi Casanova