Caccia, deregulation in arrivo: l’allarme su natura e diritti
Nuove aperture alla caccia e alla sua gestione economica sollevano dubbi su diritti e conservazione.
Secondo il calendario dei lavori stilato alcuni mesi fa, in questi giorni le commissioni Agricoltura e Ambiente del Senato dovrebbero esprimersi sulla riforma della legge sulla caccia promossa dai capigruppo del centrodestra; il DDL 1552 -sul quale Mountain Wilderness aveva già espresso la propria valutazione negativa– andrebbe a modificare l’attuale legge che disciplina l’attività venatoria nel nostro Paese, la n. 157 del 1992. Ricordiamo che la Commissione europea ha aperto nel 2024 una procedura d’infrazione contro l’Italia ritenendo che alcune leggi nazionali sulla caccia violino la normativa comunitaria, e questo nuovo DDL andrebbe a peggiorare la situazione.
Se da un lato permangono le motivazioni che ci hanno portato a prendere posizione contro il DDL presentato nel giugno 2025, dall’altro prendiamo atto di quanto di nuovo è intervenuto da allora ad oggi.
La Legge di bilancio 2026 ha modificato l’articolo 16 della legge 157/1992 introducendo la possibilità per le Regioni di autorizzare l’istituzione di aziende faunistico-venatorie (AFV) “organizzate in forma di impresa individuale o collettiva”, cioè con potenziale scopo di lucro o almeno con inquadramento imprenditoriale privato ma nello sfruttamento di un bene comune, patrimonio indisponibile dello Stato, ovvero la fauna selvatica; nel quadro normativo precedente tali aziende erano limitate per legge a soggetti “senza fini di lucro”. Le AFV operano su territori omogenei costituiti in larga parte da fondi privati contigui, sottoposti ad un regime speciale di gestione faunistico-venatoria imposto tramite provvedimenti amministrativi; molti proprietari dei fondi inclusi -spesso anche residenti- si trovano di fatto espropriati del diritto di decidere sull’uso dei propri terreni e si trovano costretti a subire l’attività venatoria all’interno della propria proprietà. Siamo ovviamente contrari all’utilizzo delle AFV come aree di caccia a pagamento, seguendo il principio diseducativo secondo cui il denaro apre qualsiasi porta.

La sentenza 895/2026 del Consiglio di Stato riconosce il diritto di vietare la caccia anche per motivi etici o morali, non solo per colture in atto o fondo chiuso. A seguito della richiesta di esclusione di un terreno privato dai piani faunistici-venatori presentata da una cittadina di Riolo Terme (Ravenna), che per ragioni etiche non voleva che si cacciasse sui suoi terreni, dopo il diniego della Regione Emilia-Romagna e un primo pronunciamento del TAR competente, il Consiglio di Stato ha ribaltato il giudizio con un’interpretazione giuridica che segna un precedente significativo: se in passato i motivi citati per escludere un terreno dalla caccia erano tipicamente di carattere ambientale, agricolo o legati alla sicurezza, oggi si riconosce che anche ragioni etiche personali, come il rifiuto morale dell’uccisione di animali, possono essere considerate valide alla stregua degli altri motivi.
Il Decreto Legge 24 febbraio 2026, n. 23 (Decreto Sicurezza) ha introdotto una stretta significativa sul porto di strumenti da punta e da taglio, con notevoli ripercussioni per cacciatori, escursionisti, cercatori di funghi e amanti della vita all’aria aperta; per i cacciatori in particolare si crea un evidente conflitto normativo con l’articolo 13, comma 6 della 157/92, che consente di portare durante l’esercizio venatorio “gli utensili da punta e da taglio atti alle esigenze venatorie“. Ci domandiamo se e come verranno effettuati i conseguenti controlli.
In troppi ambiti regionali e provinciali si sta inserendo nei calendari venatori la possibilità di cacciare specie protette: tetraonidi, fauna aviaria, stambecchi, marmotte, corvidi, aironi e cormorani. Si sta procedendo a uno sgretolamento della normativa europea per favorire una categoria come quella dei cacciatori che chiede sempre più spazio a discapito di numerose specie di fauna selvatica in difficoltà: estensione dei periodi di caccia, utilizzo di richiami vivi, possibilità di caccia anche in aree protette e sui valichi montani, il tutto condito da un sensibile ridimensionamento della componente scientifica che si occupa dei problemi legati alla fauna.
Il 3 marzo è stato proclamato dalle Nazioni Unite Giornata mondiale della fauna selvatica, passata sotto silenzio forse perché nel mondo stanno accadendo cose molto gravi. Le stime indicano che oltre la metà del PIL mondiale dipende dalla natura, rendendo la perdita di biodiversità una minaccia significativa per la stabilità finanziaria; per contro le associazioni venatorie italiane si vantano di incidere sul PIL nazionale per lo 0,44%. Fate i vostri conti.