Più caccia, meno tutela: le criticità del DDL 1552

Si torna indietro ! Ci sono momenti in cui valori considerati ormai consolidati e condivisi da tutti vengono rimessi in discussione. Sono momenti in cui sembra che invece di progredire, si regredisce e non si tratta di avere  punti di vista o idee  diverse, ma obiettivamente di reali passi indietro.
Il disegno di legge 1552  ha passato il vaglio della Commissione Agricoltura e procede verso la discussione alla Camera, tra l’altro occupando tempo alle agende delle Commissioni, come se questa fosse una priorità del paese a fronte di ben altri problemi.
Il DDL mira a emendare l’attuale legge 157 del 1992 che, sia pure con alcune carenze, aveva introdotto un delicato equilibrio che ha retto fino ad ora. 
Se le parole sono forma, ma anche sostanza,  già nel titolo della nuova legge che passa da ‘Protezione della fauna selvatica’ a  ‘Gestione e protezione della fauna selvatica’  vediamo lo scopo dei molti cambiamenti che si vogliono introdurre.
“Gestire” la fauna selvatica è l’obiettivo e gestione implica che la fauna è un bene da utilizzare e sfruttare, anche economicamente.

Non si fa mistero, come riportato testualmente nel DDL : ‘Nell’ottica del raggiungimento di un equilibrio tra le esigenze ambientali e gli interessi produttivi, si abbandona una visione meramente conservativa della natura, promuovendo una prospettiva dinamica e multifunzionale’

Analizziamo le  principali criticità

Estensione del calendario venatorio
Maggiore autonomia alle Regioni che potranno estendere i calendari venatori oltre l’attuale limite massimo del 10 febbraio, anche in contrasto con il parere scientifico dell’ISPRA . Ciò aprirebbe la possibilità di caccia anche nei mesi di migrazione e nidificazione, in aperto contrasto con la Direttiva europea (Direttiva Uccelli )  

Estensione delle specie cacciabili

Si apre alla estensione del numero delle specie cacciabili . In particolare vengono da subito inclusi lo stambecco , l’ oca selvatica e il piccione urbano.
Per quanto riguarda lo stambecco, la sua inclusioni lascia esterrefatti . Si tratta di una specie storicamente protetta perché a forte rischio estinzione già nell’ottocento.  Chi è familiare con l’incontro di stambecchi sulle Alpi sa che questi animali non hanno timore degli esseri umani e proprio per questo la specie è sempre stata a rischio . Che soddisfazione potrà provare un cacciatore che, a pochi metri di distanza, gli spara?  Non riusciamo bene neanche ad immaginare poi le problematiche legate al trasporto di una animale di 70-80 kg che vive a 2000 metri.
Simile discorso per l’oca selvatica, specie migratoria abituata alla presenza umana, e quindi facilmente colpibile.
Al tempo stesso viene declassato il livello di protezione per il lupo, da sempre vittima delle ‘paure’ dell’uomo.

Ampliamento delle aree cacciabili
L’attività venatoria viene estesa a zone precedentemente precluse quali  foreste demaniali, valichi montani e praterie alpine. Viene permessa anche la caccia su terreni innevati.  Viene così completato il triangolo tagico : calendario  più ampio + specie + aree.

Utilizzo di richiami vivi selvatici
Il provvedimento riaprirebbe la cattura di uccelli selvatici come esche vive in gabbia, una pratica anacronistica, crudele e già condannata a livello europeo. Una pratica che, tra l’altro facilita il bracconaggio.

Indebolimento del ruolo scientifico di ISPRA
ISPRA è l’istituto che fornisce valutazioni tecnico-scientifiche centrali, che seppure non vincolanti formalmente, costituiscono un riferimento fondamentale, anche in caso di ricorso al TAR.
Il DDL darebbe più discrezionalità politica e anche un’autonomia di carattere scientifico alle Regioni, creando una  frammentazione normativa pericolosissima.

Uso di tecnologie optoelettroniche
Si permette l’utilizzo di visori termici, ottiche digitali e altri strumenti elettronici per la caccia agli ungulati.  Il razionale in questo caso è che questi strumenti di precisione possono evitare incidenti di caccia. Questo razionale è sconcertante, per evitare gli incidenti basta evitare la caccia. 
Se invece  la caccia, come dicono i praticanti di questa attività, è uno sport tradizionale che mette in competizione l’uomo con la natura, qual è il senso di utilizzare strumenti elettronici invasivi che non danno alcuno scampo all’animale ?  Dov’è l’equilibrio tra uomo e fauna ? Se lo scopo è sterminare, non c’è partita, l’uomo ha già vinto .

Istituzione di aziende faunistiche-venatorie private
Si consente l’istituzione di aziende faunistico-venatorie costituite in forma di impresa, anziché, come previsto fino a questo momento, quali soggetti senza finalità di lucro.  In questi agriturismi venatori non ci sarebbero limiti temporali per l’immissione e l’abbattimento di fauna selvatica.
Questa è forse la norma più insidiosa perché introduce per la prima volta un concetto di utilità economica associata alla pratica venatoria. Nascerebbe così una ‘caccia commerciale’ con il  rischio di crearne un’attività sempre più privatizzata e intensiva.
Sappiamo bene cosa succede quando le logiche del profitto incrociano la protezione della natura: quest’ultima perde sempre.

Equiparazione delle licenze di caccia estere
Senza garanzie di formazione o conoscenza delle norme italiane. Ovviamente questo, unitamente al punto precedente, permetterebbe di attrarre un turismo venatorio interessante. Per superare i  problemi di overtourism potremo dire: non venite più in Italia per le sue bellezze storiche e naturalistiche, ma per sparare agli animali.

Divieto molto ampio di “ostacolare o rallentare” l’attività venatoria
Si colpiscono così possibili forme di dissenso o proteste pacifiche con evidenti profili di incostituzionalità
A fronte di tutto ciò la commissione europea si è mossa con un atto irrituale compiuto raramente, a dimostrazione della gravità delle norme in discussione e dell’alto rischio per la biodiversità. La Commissione ha inviato  una lettera formale ancor prima dell’approvazione della legge .
Nella lettera si esprimono forti perplessità denunciando incompatibilità con la Direttiva Uccelli e la Direttiva Habitat. In particolare la Commissione segnala i seguenti punti sensibili:   calendario venatorio oltre la stagione consentita, deroghe troppo ampie, liberalizzazione dei richiami vivi , l’uso di strumenti tecnologici invasivi.

A fronte di questo richiamo istituzionale, noto da mesi ma non pubblicizzato,  il governo sembra liquidare il tutto con un ‘non intendiamo interrompere i lavori legislativi per una lettera di un burocrate’ . Così i lavori parlamentari stanno proseguendo ed il testo del DDL è stato addirittura irrigidito.

Nel frattempo si continua a vendere la figura del cacciatore come amante della natura, tutore della biodiversità e controllore delle specie invasive: i cacciatori non sono guardie forestali e l’uccisione delle prede ben raramente segue criteri selettivi basati su dati scientifici e obiettivi precisi. Non è pensabile delegare la tutela della biodiversità ai cacciatori: il conflitto di interessi è evidente e i ruoli sono agli antipodi.
Accanto al tema della biodiversità esiste poi una questione raramente affrontata nel dibattito pubblico: quella della sicurezza. Ogni anno gli incidenti venatori provocano decine di vittime e numerosi feriti. Si contano mediamente tra i 20 e i 24 morti e oltre 80 feriti all’anno, numeri che ricevono scarsa attenzione mediatica ma che ricordano come la caccia non produca conseguenze solo per la fauna selvatica, bensì anche per le persone.
In questo contesto, ampliare calendari venatori, aree di caccia, specie cacciabili e strumenti tecnologici disponibili significa porre interrogativi non soltanto sulla tutela degli ecosistemi, ma anche sul modello di convivenza tra attività venatoria, territorio e interesse collettivo.
Resta allora una domanda difficile da ignorare: perché spingere una riforma così radicale, nonostante i richiami delle istituzioni europee, i potenziali profili di incompatibilità normativa e una diffusa contrarietà dell’opinione pubblica? Quale interesse generale giustifica l’indebolimento di principi di tutela costruiti in decenni di equilibrio, per favorire un approccio che considera la fauna selvatica sempre meno patrimonio comune da proteggere e sempre più risorsa da gestire, sfruttare e utilizzare?

Perché una legge così impopolare?

Alessandro Colonna