Ratti e il mito della “nuova architettura alpina”: il paesaggio non si reinventa.

C’è una cosa che sfugge, quando parliamo di “nuovi bivacchi”, di bellezza come presidio, di montagne che dovrebbero salvarci: è la tentazione, tutta contemporanea, di credere che sia il fare (il costruire) a poter rimettere ordine là dove è l’immaginario ad essersi smarrito. La proposta arriva dall’archistar Carlo Ratti, con l’aria di chi sta indicando un nuovo orizzonte. In un articolo pubblicato su Repubblica, Ratti, chiamato a progettare un nuovo bivacco che dovrebbe sostituire il centenario Adolfo Hess (Val Veny, AO), lo presenta come laboratorio per una nuova architettura alpina. Il progetto dovrebbe essere presentato in anteprima durante le Olimpiadi, aperto al pubblico durante la Settimana del Design a Milano e infine trasportato sulle Alpi.
Una forma di circolarità delle opere olimpiche, scrive Ratti: strutture temporanee che trovano “nuova vita” sulle montagne. La sfida dichiarata: fare della montagna un esempio globale di sostenibilità e bellezza proprio quando la montagna sarà al centro del dibattito nazionale, grazie alle Olimpiadi di Milano-Cortina.

È un racconto già sentito: l’oggetto modulare, leggero, esposto in città come attrazione al Salone del Mobile e poi trasportato in quota, trasformato da installazione in rifugio. Tutto è immerso nel linguaggio della sostenibilità, della circolarità, della bellezza consapevole. Ma le parole, quando diventano slogan, risuonano vuote.

Prima domanda: cosa c’entrano le Olimpiadi con la montagna, se non come terreno da utilizzare e poi lasciare in sospeso, come scena dopo lo spettacolo? Milano-Cortina è un evento che di sostenibile non ha nulla: grandi opere, cantieri, strade, funivie e impianti da sci. La cosiddetta legacy è sempre una targa da apporre dopo i danni, il gesto consolatorio che dovrebbe farci dimenticare la ferita. Che eredità può lasciare un evento che consuma più di quanto restituisce? L’idea che la montagna possa essere “rilanciata” da una kermesse globale non è una visione: è una farsa.

Poi c’è questa storia della nuova architettura alpina. Sembra che si cerchi ogni volta un modello originale, un gesto contemporaneo, un segno nuovo. Ma la montagna, più di ogni altro luogo, non è terreno di invenzione. Qui il progetto si studia nei pendii, nelle malghe antiche, nei muri a secco, nelle linee tracciate dal vento e dalle stagioni. Non c’è nulla di nuovo da aggiungere, se non un lavoro umile di ascolto: si guarda la storia, si guarda il paesaggio, si accetta la continuità. Chi parla di innovazione formale spesso tradisce il fatto di non aver guardato abbastanza.

E infine, la questione dei bivacchi. Un tempo erano punti di partenza per salite lunghe e complesse, ripari essenziali in caso di maltempo, luoghi di silenzio e necessità. Ora sono diventati mete. Si va al bivacco per arrivare al bivacco. Per la foto, per la notte diversa, per dire “ci sono stato”. Spesso affollato, spesso ridotto a oggetto di consumo.

E allora, davanti a questo uso sempre più superficiale della montagna, cosa si propone? Costruire nuovi bivacchi. Più belli, più leggeri, più integrati. È un paradosso perfetto: si alimenta il problema mentre si dice di volerlo risolvere. Non serve. Non abbiamo bisogno di nuovi bivacchi.

La montagna non chiede oggetti. Chiede distanza. Chiede silenzio. Chiede vuoto. Se vogliamo difenderla davvero, bisogna smettere di cercare dove aggiungere e iniziare a capire dove togliere.

Nicola Pech