ANEF alla fiera Mountain Planet 2026: il progetto degli impiantisti per una montagna del futuro che somiglia a un incubo.
Alla fiera di Grenoble, ANEF e gli impiantisti delineano il futuro della montagna tra infrastrutture, turismo e grandi eventi. Dietro la retorica di sviluppo e sostenibilità si profila però un modello sempre più invasivo, che solleva interrogativi profondi su tutela ambientale, accesso ai territori e trasformazione delle Alpi. Di Luigi Casanova.

Da tempo Mountain Wilderness lo aveva anticipato: gli operatori del turismo sciistico hanno programmato un vero e proprio assalto alla montagna, e lo stanno portando avanti nel generale clima di disattenzione. Alla fiera della montagna di Grenoble, tra il 21 e il 23 aprile, gli industriali di ANEF (la “confindustria” degli impiantisti) hanno espresso in modo esplicito le proprie intenzioni.
Il loro impegno non riguarda più soltanto lo sci: consapevoli dei cambiamenti climatici in atto, dichiarano di investire in infrastrutture capaci di generare lavoro, collegare territori, alleggerire le città e rendere la montagna più appetibile. A loro dire si tratterebbe di una nuova imprenditorialità, capace di cambiare pelle e diventare centrale per una mobilità sostenibile ed efficiente, dove gli impianti a fune, anche in ambito urbano, sarebbero strumenti di connessione tra luoghi, persone e opportunità innovative. Il riferimento alle recenti Olimpiadi invernali italiane è diretto: l’evento sportivo avrebbe favorito questa direzione. Letti superficialmente, questi programmi brillano di un’apparente positività: chi potrebbe essere contrario a lavoro e innovazione? Ma proprio per questo occorre decifrarli oltre la retorica. Non siamo infatti davanti a un cambio di paradigma realmente orientato alla tutela, ma al consolidamento di un modello di occupazione della montagna che prosegue senza interrogarsi su biodiversità, beni comuni ed equilibri ecologici. Nel convegno di Grenoble non si è parlato di conservazione, né di fragilità degli ecosistemi, e il progetto delineato rafforza l’assalto già in corso su Dolomiti, Monte Bianco, Alpi centrali e persino sull’Etna, non più solo in forma sperimentale ma strutturale. Si tratta di un attacco complesso e frammentato, una strategia “a spezzatino”: oggi un impianto, domani un hotel di lusso, poi ferrate, parchi tematici, piste ciclabili, eliturismo, musei diffusi, land art e grandi eventi culturali e musicali, fino ai concerti con artisti di richiamo come avvenuto a Madonna di Campiglio con Elisa.

Massa, marketing ed emozione diventano gli strumenti di una progressiva cancellazione del limite. Anche chi, come nel caso di Campiglio, proclama la lotta all’overtourism, si muove dentro questa stessa logica. Per rendere possibile tutto ciò si corteggia una politica fragile e priva di visione, attenta al solo sviluppo di breve periodo: prima si smonta l’impianto normativo, poi si invoca la semplificazione amministrativa, si delegittima la pianificazione considerandola un ostacolo burocratico e si riducono trasparenza, informazione e partecipazione. Le Olimpiadi diventano il modello: il commissariamento consente di superare ogni vincolo. In pochi anni si arriva così a indebolire le tutele ambientali, ridimensionare il ruolo delle Soprintendenze e allentare i vincoli europei, fino a mettere in discussione la pianificazione partecipata dei territori. Intanto si ammette implicitamente che lo sci, sempre più fragile per i cambiamenti climatici, i costi energetici e la carenza di risorse, diventerà economicamente marginale, ma continua a essere sostenuto con ingenti fondi pubblici. Parallelamente si prepara una montagna “adattata” al cambiamento climatico non attraverso la riduzione dell’impatto umano o politiche di sobrietà, ma rendendo le alte quote sempre più attrattive e consumabili: non servizi pubblici e vita di comunità, ma esperienze, spettacolarizzazione e mercato. Nei territori olimpici non si affrontano le criticità della sanità nelle valli, mentre avanzano privatizzazioni e riduzione dell’offerta pubblica, con servizi sempre meno accessibili. Anche l’accessibilità viene ridotta a infrastruttura stradale: arrivare in fretta, consumare e ripartire, lasciando selfie e consumo rapido del paesaggio. Si rafforza così il modello degli impianti di risalita come “trasporto pubblico” di fatto, mentre i profitti restano privati. Ovunque si aumentano le capacità di trasporto, si creano nuovi collegamenti, si investe in offerte di lusso che occupano anche aree pregiate e protette, trasformando la montagna in un sistema di servizi esclusivi.

A Grenoble non è emersa alcuna riflessione sulla tutela dei paesaggi, delle foreste, della fauna o sulla sicurezza degli ecosistemi, né sui percorsi culturali e identitari dei territori. Il risultato è una progressiva espropriazione di spazi e culture, legalizzata e silenziosa, che rischia di consegnare la montagna a pochi soggetti abbienti, mentre chi non può permettersela ne viene espulso. Già oggi si osservano dinamiche simili in luoghi come Saint Moritz, Cortina e varie valli del Trentino-Alto Adige, dove i giovani più preparati spesso se ne vanno e resta una popolazione sempre più fragile e marginale, destinata ai lavori meno qualificati al servizio di una montagna elitaria. E non è un caso che lo stesso modello si stia già preparando a essere esportato nelle città: la montagna come spazio ricreativo per élite e le aree urbane come nuova frontiera della stessa logica di privatizzazione e consumo.
Luigi Casanova