Turismo cafone: ma i veri cafoni chi sono?

Anche quest’estate si è parlato molto di turismo cafone: in montagna, al mare come nelle città. E anche Mountain Wilderness è stata chiamata a dire la propria, dalle colonne del Fatto Quotidiano, in un dibattito che troppo spesso si concentra sui comportamenti più plateali del turista di massa: cambiarsi o farsi la doccia in un parcheggio, bivaccare sui gradini di un monumento, mettersi in coda per la fotografia più instagrammabile, affrontare la montagna con calzature del tutto inadatte.
Sono comportamenti certamente discutibili, e in alcuni casi anche pericolosi. Ma è fin troppo facile definire “cafone” chi compie queste azioni, soprattutto quando si tratta di persone che non possono permettersi migliaia di euro per una camera d’albergo di lusso, un volo turistico in elicottero o una settimana al mare su uno yacht.
Perché forse i veri cafoni sono altri. Sono quelli che inquinano, deturpano, privatizzano e consumano i beni comuni, convinti che il denaro dia loro il diritto di comprare tutto: paesaggi, montagne, spiagge, cieli. Comportamenti spesso molto più impattanti di una doccia fatta in un parcheggio, ma che trovano comprensione e complicità perché portano profitti ad albergatori, operatori turistici e amministratori.
È questa la riflessione proposta da Mountain Wilderness nell’articolo pubblicato dal Fatto Quotidiano, che riproponiamo qui. Una riflessione che affronta alcuni dei nodi centrali del turismo contemporaneo: l’overtourism e la trasformazione dei territori in prodotti turistici, la mercificazione della montagna, il consumo di suolo e di risorse, la privatizzazione dei beni comuni e il ruolo delle amministrazioni nel favorire modelli di sviluppo sempre più impattanti. Perché il problema non è soltanto l’educazione del singolo turista, ma il modello di turismo che scegliamo di promuovere e, soprattutto, chi ne paga davvero i costi.

Contro il turismo cafone in montagna basterebbe un minimo di civiltà

Dal Blog a cura di Mountain Wilderness su Il Fatto Quotidiano

Si tratta con tutta evidenza di un problema culturale che riguarda la società nel suo complesso Di overtourism avevamo già parlato un anno fa sulla newsletter Fatto For Future. Il problema puntualmente si ripropone e sarà così anche per il futuro, perché ben poco si è fatto e si sta facendo per cambiare.
Da un anno a questa parte intanto è cambiato il Ministro del Turismo, Daniela Santanchè ha rassegnato le proprie dimissioni nel marzo 2026 e al suo posto è subentrato Gianmarco Mazzi. Diciamolo, non era affatto facile sostituire un personaggio così mediaticamente esposto. Le prime dichiarazioni del neo ministro hanno da subito affrontato un tema importante come quello del sovraffollamento turistico: “Bisogna bandire il termine overtourism dal vocabolario del turismo italiano, danneggia il settore e rischia di scoraggiare i turisti internazionali”.

Qualcuno ha voluto leggere in queste parole il tentativo di nascondere il problema semplicemente non evocandolo; in realtà parrebbe solo una ricerca lessicale per dargli un altro nome, individuare una nuova terminologia utile a definire un fenomeno che comunque esiste, viene messo in grande evidenza dalla viralità dei social media e non appartiene solo al turismo italiano ma si riscontra in tante altre parti del mondo.
Come contrastare questa tendenza? Per chi come noi si interessa all’ambiente di montagna, appare chiaro che più che organizzarsi per gestire e “spalmare” i flussi turistici sul territorio si sta puntando a monetizzare la situazione contingente, fedeli al principio “odio il turista, ma lo voglio perché porta soldi”. La montagna non è come la città: l’arrivo di tanta gente vuol dire strade di valle intasate, baccano in aree votate al silenzio, infrastrutture e risorse che diventano insufficienti in alcuni mesi dell’anno e negli altri periodi restano inutilizzate.
Ma invece di mirare a soluzioni volte a porre dei limiti come la regolamentazione degli accessi, che pure sono state elaborate, si preferisce far pagare pedaggi e costruire nuovi parcheggi a pagamento, adottare tornelli e ticket di ingresso sui sentieri, convinti che l’aumento dei costi per i villeggianti scoraggi le grandi masse dal raggiungere le mete instagrammabili. Ma evidentemente non è così, visti i risultati.

Uno degli effetti collaterali di questa politica di sviluppo turistico è quello del cosiddetto “turismo cafone”, un concetto secondo il quale avendo pagato ci si può permettere qualunque libertà (lavoro-guadagno-pago-pretendo) anche a discapito di quella altrui.
Ovviamente la cafonaggine si riscontra ovunque, sulle spiagge come nelle città, ma anche in montagna le cronache di questa estate sono piene di esempi: dai servizi di elisoccorso sfruttati come taxi, ai bivacchi in quota utilizzati senza necessità e poi vandalizzati come fossero discariche, fino a casi “estremi” come prendere il sole sulla piazzola di atterraggio dell’elicottero o percorrere un sentiero affollato e non banale conducendo automobiline radiocomandate perché “la montagna è libera”, senza parlare ovviamente dei soliti rifiuti abbandonati.

Si tratta con tutta evidenza di un problema culturale che riguarda la società nel suo complesso ma che in un ambiente come quello della montagna, sconosciuto alla maggior parte dei suoi frequentatori improvvisati, amplifica i suoi effetti e a volte provoca situazioni che vanno dal ridicolo al pericoloso. Magari solo per qualche “like” in più.

Quad sulle Dolomiti

Basterebbe avere un minimo di civiltà, quell’antico buon senso che oggi pare merce rara e preziosa ma che non si può comprare né vendere. Compito di associazioni come la nostra è non solo di vigilare sul territorio come e quando si può, ma di promuovere cultura e conoscenza, stimolare discussioni e riflessioni, suggerire punti di vista diversi.

Chi dice che l’ambientalismo dice “no” a tutto dice una falsità, certo non manca la denuncia ma si cerca sempre il dialogo con le amministrazioni e si avanzano proposte, si appoggiano scelte reputate positive e si cercano alternative laddove non c’è condivisione anche se il più delle volte questo impegno non fa notizia, si resta inascoltati ed è davvero una magra consolazione constatare in seguito che “noi l’avevamo detto”.

Esempi come quello del rifugio Sesvenna possono indicare una strada e noi la sosteniamo, magari non tutti vorranno seguirla ed è anche giusto diversificare l’offerta, ma poi non bisogna piangere sul latte versato: causa ed effetto si rincorrono e a volte si confondono. Chi oggi si lamenta dei cafoni spesso non ha fatto nulla per scoraggiarli ieri, è il famoso monito della ninfea.