L’assalto eolico all’Appennino: una speculazione mascherata da transizione ecologica.
Mountain Wilderness, chiamata sempre più spesso a valutare i nuovi progetti di impianti eolici industriali in Appennino, ha ormai maturato una solida esperienza diretta nell’analisi tecnica e territoriale di queste proposte. Le numerose osservazioni presentate in questi mesi rivelano un quadro ricorrente e preoccupante, in cui la retorica della transizione energetica viene spesso usata per mascherare operazioni speculative che rischiano di compromettere paesaggi fragili e patrimoni naturali di valore inestimabile.

I progetti di impianti eolici in Italia
Mountain Wilderness sostiene con convinzione la transizione energetica e la decarbonizzazione. Tuttavia si osserva una crescente proposta di impianti eolici industriali in aree montane e collinari ad alto valore paesaggistico e naturalistico, spesso in territori dove la ventosità è insufficiente a garantire un rendimento energetico adeguato. Sotto la bandiera della transizione ecologica, decine di progetti per la realizzazione di giganteschi impianti eolici industriali vengono presentati lungo i crinali dell’Appennino e delle Prealpi, dalla Liguria al Friuli, dalla Toscana alle Marche. Questa tendenza solleva non solo gravi criticità ambientali, ma anche dubbi sull’effettiva utilità energetica degli impianti e sulla loro coerenza con i principi della sostenibilità.
Come associazione ambientalista, siamo invitati a produrre delle osservazioni sull’impatto che questi progetti hanno sui territori.
Ad oggi sono già oltre 20 le osservazioni presentate da MW solo nel 2025* su progetti in Appennino, altre ancora sono già in previsione nelle prossime settimane. Dopo aver analizzato nel dettaglio numerosi di questi progetti, non ci resta che constatare che il più delle volte non si tratta di un reale contributo alla decarbonizzazione, ma di una massiccia operazione speculativa che minaccia di infliggere ferite permanenti a ecosistemi fragili e a paesaggi di inestimabile valore. Le nostre osservazioni, inviate sistematicamente ai Ministeri competenti, evidenziano un modello che si ripete ovunque con inquietante regolarità.
I punti in comune che abbiamo riscontrato sono essenzialmente tre e dimostrano come questi progetti siano dannosi, inutili e mossi da interessi che hanno poco a che fare con l’ambiente.
1. Progetti speculativi, non industriali
La prima anomalia riguarda i proponenti. Spesso si tratta di società a responsabilità limitata (s.r.l.) create ad hoc, con zero dipendenti e con capitali sociali irrisori (dai 5.000 ai 10.000 euro) per impianti dal costo di 50 milioni di euro, controllate da grandi gruppi energetici, anche stranieri. Questa struttura, che ricorda quella delle “scatole cinesi”, suggerisce un approccio speculativo: l’obiettivo non è avviare un solido progetto industriale, ma ottenere le autorizzazioni per poi rivenderle, capitalizzando i generosi incentivi statali legati alle energie rinnovabili. La scarsa serietà di queste operazioni è confermata dalla documentazione presentata, spesso raffazzonata, piena di errori grossolani e palesi “copia-incolla” da altri progetti, come nel caso di Asciano (SI), dove la relazione menzionava la Sicilia come area di analisi. In un caso, in Liguria, i dati sulla ventosità sono stati addirittura secretati sostenendo il “segreto industriale”, in palese violazione del diritto alla trasparenza.

2. L’assenza di vento: pale eoliche dove non servono
Il paradosso più evidente è che questi mega-impianti vengono proposti in aree notoriamente povere di vento, dove l’abbandono per lo spopolamento e le poche risorse economiche consentono un facile approccio. Le stime di producibilità presentate dai proponenti sono quasi sempre basate non su misurazioni reali in sito (spesso assenti o inadeguate), ma su simulazioni software che restituiscono dati “ampiamente sovrastimati” e “ottimistici”.
Le ore di produzione annua dichiarate (spesso tra le 2.300 e le 2.800) si scontrano con la realtà dei dati ufficiali (l’IEA Wind TCP 2022 Annual Report stima per l’Italia una media di 1.850 ore/anno) e con il fatto che il 90% del potenziale eolico italiano si concentra nel Sud e nelle Isole. In alcuni casi, come ad Asciano, sono gli stessi proponenti ad ammettere una produttività talmente bassa (1.480 ore/anno) da rendere l’impianto assolutamente inadatto.
Come amiamo ricordare, i nostri antenati non avevano bisogno di atlanti eolici per sapere dove costruire i mulini a vento. Se in Italia non c’è mai stata una tradizione eolica, a differenza di altre parti d’Europa, una ragione c’è: il vento non ha la forza e la costanza necessarie. Installare oggi aerogeneratori alti 200 metri in queste zone, ignorando secoli di conoscenza del territorio e i dati scientifici sulla “siccità eolica” in aumento, è semplicemente un controsenso.
3. Un impatto ambientale e sociale devastante e irreversibile
Anche se questi impianti funzionassero a pieno regime, il prezzo da pagare sarebbe inaccettabile.
Paesaggio e biodiversità: i progetti insistono su crinali montani, spesso sopra i 1200 metri e quindi sottoposti a vincolo paesaggistico in Appennino (“Codice Urbani”), e a ridosso di aree della Rete Natura 2000 (ZPS e ZSC), parchi e riserve. L’impatto visivo di torri alte oltre 200 metri è devastante, ma ancora più grave è la minaccia alla fauna. Le pale, le cui estremità viaggiano a oltre 300 km/h, sono una trappola mortale per l’avifauna, in particolare per rapaci rari e protetti come l’Aquila reale, il Biancone e il Falco pecchiaiolo, la cui presenza è accertata in quasi tutte le aree di progetto. Le relazioni faunistiche dei proponenti sono quasi sempre carenti, basate su dati bibliografici e non su monitoraggi annuali come richiesto dalle linee guida.
Rischi idrogeologici e sismici: gli scavi per le fondazioni (migliaia di tonnellate di cemento per ogni pala, con pali di fondazione lunghi dai 15 ai 25 m), le piazzole e le nuove strade di cantiere andranno a destabilizzare versanti geologicamente fragili, con un elevato rischio di frane, a volte in territori già classificati ad alta pericolosità sismica o con la possibilità di intercettare falde acquifere.
Danno alle comunità locali: questi progetti seguono una logica puramente “estrattiva”. L’energia prodotta viene immessa nella rete nazionale, senza alcun beneficio tangibile per le comunità locali (come la riduzione delle bollette), che si ritrovano a subire solo i danni: distruzione dell’economia basata sul turismo “dolce” (escursionismo, cicloturismo, agriturismi), impatti su aree DOP e IGP, svalutazione degli immobili, esproprio dei terreni. Si prospettano ricadute positive in termini occupazionali e misure compensative, ma l’esperienza acquisita sui progetti già realizzati non è positiva.

Una vera transizione, non una speculazione
Mountain Wilderness non è contro le energie rinnovabili, ma contro la loro applicazione scriteriata e distruttiva. Produrre energia pulita distruggendo ecosistemi, paesaggi e biodiversità è un controsenso che non possiamo accettare. Il documento, elaborato dalla coalizione TESS (Transizione Energetica Senza Speculazione), contiene molti spunti interessanti: SCARICALO QUI
La vera transizione ecologica passa da altre strade: l’efficientamento energetico e la riduzione dei consumi, lo sviluppo del fotovoltaico sui tetti degli edifici esistenti (che da solo, secondo ISPRA, potrebbe coprire il fabbisogno previsto dal PNIEC al 2030), la creazione di Comunità Energetiche Rinnovabili che portino benefici diretti ai territori e l’installazione di impianti su aree già degradate o industriali.
Continueremo ad opporci con ogni strumento a questo assalto speculativo, difendendo le nostre montagne come un bene comune insostituibile, patrimonio di biodiversità, cultura e bellezza per le generazioni presenti e future.
*Tra gli altri: Monte Cavallo, Marche; Monti Moro e Guardiabella, Liguria; Monte Giarolo, Piemonte; Casteldelci, Emilia Romagna; eolico Pulfar, FVG; Asciano, Toscana; Valnerina, Umbria.