Più caccia, meno tutela: la fauna selvatica sotto attacco
Il disegno di legge 1552 arriva all’esame della Camera mentre si apre la stagione venatoria. Dopo un’estate segnata dal caldo estremo e dalla pressione sugli ecosistemi, il Parlamento si prepara a discutere una riforma che indebolisce le garanzie scientifiche e amplia gli spazi della caccia.
La coincidenza non potrebbe essere più significativa. Da una parte, l’avvio della stagione venatoria, con il suo carico di abbattimenti e disturbo per la fauna. Dall’altra, il percorso parlamentare di una riforma che, se approvata, modificherebbe profondamente l’impianto della legge 157/1992, la norma che da oltre trent’anni disciplina la protezione della fauna selvatica e l’attività venatoria in Italia.
Il Senato ha approvato il DDL 1552 il 23 giugno 2026. Il testo è stato trasmesso alla Camera come atto C. 2984 e il suo esame è iniziato in Commissione Agricoltura il 30 giugno. Alla data del 21 settembre, il provvedimento non è ancora legge: il percorso parlamentare è in corso.
Non è un dettaglio procedurale. È il contesto in cui si decide se rafforzare o indebolire la tutela di un patrimonio che appartiene a tutti: la fauna selvatica.

Una riforma che cambia il paradigma
La legge 157/1992 nasce con un principio preciso: la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato e la sua tutela è nell’interesse della collettività. Il DDL 1552 introduce invece un diverso approccio, nel quale la «gestione» della fauna assume un ruolo centrale e la caccia viene riconosciuta come tradizione nazionale ed espressione culturale Fondamentale per la tutela ambientale. È un passaggio che non possiamo considerare neutro: modifica il modo stesso in cui le istituzioni sono chiamate a guardare agli animali selvatici.
La fauna non è un patrimonio da amministrare in funzione degli interessi venatori. Insieme alla flora, è parte integrante degli ecosistemi, delle catene alimentari, degli equilibri naturali. La sua conservazione deve precedere qualsiasi altra considerazione.
Il DDL muove invece nella direzione opposta: più margini di intervento, più possibilità di prelievo, meno centralità delle valutazioni scientifiche. Un’impostazione che Mountain Wilderness respinge con decisione.
ISPRA depotenziata, la scienza arretra
Uno dei punti più critici riguarda il ruolo dell’ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. Il disegno di legge consente alle Regioni di discostarsi dai pareri dell’Istituto sui calendari venatori e sulle specie cacciabili, richiamando altre fonti scientifiche europee. Il parere dell’ISPRA perde inoltre la sua funzione nel determinare l’estensione della stagione oltre la tradizionale chiusura di fine febbraio.
La questione è decisiva. La gestione della fauna selvatica non può essere affidata a scelte politiche che utilizzino la scienza soltanto quando conferma gli interessi del momento. I pareri degli organismi tecnico-scientifici devono costituire una garanzia effettiva, non un ostacolo aggirabile. Alcune società scientifiche hanno sottoscritto una lettera alle più alte cariche dello Stato, denunciando la progressiva marginalizzazione del contributo scientifico nei processi decisionali sulla fauna. Non è dunque soltanto il mondo ambientalista a contestare l’impianto della riforma.
Più territorio a disposizione della caccia
Tra le modifiche più rilevanti vi è l’inclusione nel territorio destinato alla caccia di aree e territori del demanio forestale dello Stato, delle Regioni e degli enti pubblici. Si tratta di superfici che, secondo la disciplina vigente, sono escluse dall’attività venatoria: la riforma ne amplia quindi la possibile destinazione a scapito delle zone di protezione della fauna., peraltro in una situazione come quella italiana in cui i cacciatori sono pienamente autorizzati ad accedere per cacciare in fondi privati.
È una scelta che va nella direzione sbagliata. In un Paese dove gli spazi naturali sono già frammentati da infrastrutture, urbanizzazione e attività economiche, le aree sottratte alla pressione venatoria dovrebbero essere difese e, dove possibile, ampliate. La tutela non può essere trattata come una riserva di territorio da ridurre ogni volta che emergono nuove richieste del mondo venatorio.
Il problema è ancora più evidente in montagna, dove gli animali selvatici devono fare i conti con la presenza umana, la riduzione degli habitat, il cambiamento climatico e il disturbo legato alle attività ricreative e infrastrutturali.
Va segnalata anche la proposta di trasformare le aziende faunistico venatorie senza scopo di lucro in imprese individuali o collettive creando così una vera e propria filiera della caccia anche allo scopo di attirare il turismo della doppietta. La motivazione sarebbe che i proventi andrebbero a finanziare programmi di ripristino della natura, una teoria credibile?

Calendari più lunghi e specie più esposte
Il DDL interviene anche sui calendari venatori, sulle specie cacciabili e su diversi strumenti dell’attività venatoria. Il testo approvato dal Senato comprende l’inserimento dell’oca selvatica e del piccione selvatico nell’elenco delle specie cacciabili. Prevede inoltre modifiche ai richiami vivi, agli appostamenti fissi e alle modalità di gestione dell’attività venatoria. L’allungamento dei periodi di caccia e la maggiore flessibilità delle decisioni regionali possono interferire con fasi delicate del ciclo biologico: migrazione, riproduzione, cura della prole e svernamento. Gli effetti non si misurano soltanto nel numero degli animali abbattuti, ma anche nel disturbo cumulativo che si esercita su popolazioni già sottoposte a pressioni molteplici.
Per una specie migratrice, l’interferenza con i periodi di spostamento può avere conseguenze che superano i confini regionali e nazionali. Per le specie montane, il disturbo e il prelievo si sommano alla riduzione degli habitat idonei e alla trasformazione degli equilibri ecologici. Non è accettabile ampliare le possibilità di caccia senza mettere al primo posto la conservazione delle popolazioni e la qualità dei loro habitat.
Un’estate di caldo estremo: la fauna non ha bisogno di altra pressione
L’estate appena trascorsa ha riproposto con forza la vulnerabilità degli ecosistemi di fronte al riscaldamento climatico. Le ondate di calore, la scarsità d’acqua e l’alterazione dei ritmi stagionali sottopongono gli animali a stress fisiologico e ambientale, con effetti sulla disponibilità di cibo, sulla riproduzione e sulla capacità di trovare rifugio.
È necessario essere rigorosi: non ogni conseguenza specifica del caldo sulle singole specie può essere attribuita automaticamente all’estate 2026 senza dati di monitoraggio dedicati. Ma il quadro ecologico è chiaro: un ambiente più caldo e più povero di risorse riduce i margini di resilienza della fauna, rendendo ancora più importante evitare pressioni aggiuntive e non necessarie. Quando l’acqua scarseggia, le temperature aumentano e gli habitat diventano meno ospitali, gli animali hanno bisogno di spazi sicuri, continuità ecologica e possibilità di spostamento. La risposta non può essere una riforma che amplia le opportunità di prelievo e riduce le garanzie della valutazione scientifica. La crisi climatica non è un argomento per sospendere la tutela della fauna: è una ragione per rafforzarla.
PresaDiretta: un’inchiesta che ha rimesso al centro le criticità
La puntata di PresaDiretta del 20 settembre, dedicata alla riforma della caccia, ha contribuito a rendere visibili e comprensibili le criticità che il mondo ambientalista denuncia da tempo. L’inchiesta ha riportato l’attenzione sul rapporto tra attività venatoria, tutela della fauna, interessi economici e ruolo della scienza. È importante che il dibattito pubblico non si fermi alla contrapposizione tra cacciatori e ambientalisti. La questione riguarda la qualità delle politiche pubbliche, l’indipendenza delle valutazioni scientifiche e la responsabilità collettiva nella conservazione della biodiversità. Quando un’inchiesta giornalistica mette in fila le diverse conseguenze di una riforma, rende più difficile nascondere dietro la parola «gestione» le scelte concrete che possono produrre un aumento della pressione sugli animali selvatici.

La montagna non è un poligono
Mountain Wilderness difende una visione della montagna come ambiente da attraversare, conoscere e rispettare, non come spazio da occupare e utilizzare senza limiti. La fauna selvatica è parte di questa visione: la sua presenza non è un ostacolo alla fruizione del territorio, ma una delle condizioni che ne definiscono il valore naturale. Le specie montane, in particolare, sono esposte a trasformazioni profonde degli habitat, alla frammentazione ecologica e agli effetti del riscaldamento climatico. La loro tutela richiede politiche coerenti, monitoraggi affidabili e una riduzione delle pressioni dove queste risultano dannose. La gestione della fauna non può essere separata dalla gestione del territorio. Non possiamo chiedere più protezione per gli ecosistemi e contemporaneamente approvare norme che ampliano le possibilità di caccia, riducono le garanzie scientifiche e aumentano la pressione sulle aree naturali.
La fauna selvatica è un bene comune
Il DDL 1552 non rappresenta una semplice revisione tecnica della legge sulla caccia. È una scelta politica che ridefinisce il rapporto tra tutela della fauna e attività venatoria. Per Mountain Wilderness, il criterio fondamentale deve essere uno solo: la conservazione della biodiversità e degli equilibri ecologici, con valutazioni fatte da esperti. Non la soddisfazione di interessi settoriali, non l’ampliamento delle opportunità di prelievo, non la riduzione dei vincoli scientifici. Il fatto che la caccia di selezione possa avere un ruolo importante in questo ambito, non fa dei cacciatori i custodi della biodiversità.
Più caccia non significa più tutela. E la fauna selvatica non può essere il prezzo da pagare per una riforma che indebolisce le garanzie ambientali. Mentre la stagione venatoria prende il via e la crisi climatica rende sempre più fragili gli ecosistemi, chiediamo al Parlamento di fermarsi a valutare le conseguenze della riforma. La protezione della fauna selvatica non è un privilegio del mondo ambientalista: è un dovere pubblico, una responsabilità verso la natura e verso le generazioni future.