Next speculation eu – 4

Prosegue il viaggio di Fabio Valentini tra il mare di progetti redatti al fine di avere accesso al Recovery Fund europeo. Continuano le speculazioni indecorose e le proposte indecenti che poco hanno a che fare con le linee prefissate dal PNRR stesso. Questa volta la penna del nostro storico segretario è andata a scavare tra le pieghe della burocrazia piemontese.

La Regione Piemonte ha presentato lo scorso 5 novembre il proprio contributo al PNRR. Si tratta di un documento contenente 115 progetti per una richiesta totale di 13,14 miliardi di euro, circa il 6,2% dei 209 miliardi previsti per l’intero piano nazionale.
La maggior parte degli investimenti è prevista nel settore della rivoluzione verde e transizione ecologica con 45 progetti: quasi 8 miliardi, il 60% del totale, una distribuzione delle risorse molto diversa da quella vista finora nelle altre regioni esaminate. 1,3 miliardi dedicati alla “valorizzazione sostenibile del patrimonio culturale, paesaggistico e naturale”, 2,35 miliardi per “protezione ambiente e mitigazione rischi idrogeologici e sismici, rimboschimenti e ricostruzioni boschive”, più altri interventi in aree urbane e extraurbane sulla qualità dell’acqua e dell’aria, l’efficientamento energetico, la de-carbonizzazione dei trasporti e mobilità di nuova generazione. Se andiamo a leggere nel dettaglio scopriamo però che i progetti più onerosi in questi ambiti riguardano investimenti per le stazioni sciistiche (800 milioni), adeguamento di impianti sportivi (500 milioni) e piscine (200 milioni); oltre 1,8 miliardi sono previsti per depurazione e trattamento acque, fognature ed acquedotti, accumulo e gestione della risorsa idrica con particolare attenzione ai fiumi; 124 milioni di euro vanno alla gestione del ciclo dei rifiuti.

Purtroppo i progetti non sono dettagliati, pertanto non risulta possibile una valutazione più precisa: ad esempio si legge sui giornali che almeno 300 milioni di euro potrebbero essere destinati alla discussa diga sul Sessera nel biellese.
Da notare che 1,86 miliardi di euro sono indirizzati su progetti nominalmente aderenti all’obiettivo europeo del cosiddetto Green Deal comprendente la strategia “from farm to fork” (dal produttore al consumatore) che mira tra le altre cose a ridurre l’uso di pesticidi chimici, fertilizzanti, antimicrobici ed antibiotici entro il 2030, trasformando il 25% dei terreni agricoli in aree destinate all’agricoltura biologica e concorrendo alla tutela della biodiversità. Peccato che questi progetti inseriti nella lista della Regione Piemonte in realtà consistano in miglioramenti della qualità dell’aria e forestazione urbana, interventi sul trasporto pubblico e a favore dei combustibili alternativi, tutte proposte che con la biodiversità hanno poco a che fare. In aree collinari troviamo progetti per il Bioparco previsto nell’ex dinamitificio Nobel ad Avigliana in Valle di Susa, per la zona Langhe-Monferrato-Roero, per i Sacri Monti di Belmonte e di Ghiffa (patrimonio UNESCO); leggiamo di “valorizzazione” delle strade bianche in alta quota, di un generico “nuovo modello di sviluppo territoriale sostenibile”, di lotta al dissesto idrogeologico, di rafforzamento della Protezione Civile.

Auto e moto sul piano del Nivolet


Il documento prosegue con la richiesta di 1,72 miliardi di euro per la sanità (5 progetti), 1,34 miliardi per istruzione formazione ricerca e cultura (10 progetti), 1,33 miliardi per infrastrutture e mobilità (7 progetti), 736 milioni per digitalizzazione innovazione e competitività del sistema produttivo (41 progetti), 24 milioni per equità sociale di genere e territoriale.
Diversamente da altre regioni si è puntato maggiormente su progetti che vanno nella direzione della lotta ai cambiamenti climatici e del miglioramento della qualità della vita; ad esempio non ci sono richieste di finanziamento per la TAV, e i pochi progetti legati alla viabilità sono principalmente indirizzati al miglioramento dei collegamenti verso la Liguria a sud e al consolidamento e messa in sicurezza dei numerosi ponti. Ma la montagna e le aree protette, in una regione con solo il 26% di territorio pianeggiante e circondata su tre lati da catene montuose importanti, vengono ben poco considerate, o almeno non come ci si poteva aspettare. L’impostazione del documento è abbastanza coraggiosa, ma non riesce ad allontanarsi troppo da una visione “classica” legata al potenziamento dell’industria, insomma più ripresa che resilienza; sostegno al distretto orafo di Valenza, al tessile di Biella, al comprensorio artigianale di Ivrea, al progetto “Hydrogen Valley” e alla ricerca nel settore dell’intelligenza artificiale, tutte eccellenze degne di considerazione ma che non vanno a cogliere i forti segnali che ci ha inviato la pandemia, la domanda di deurbanizzazione e di un ritorno alla socialità nei piccoli centri, magari più a contatto con la natura e con un cambio di stile di vita che comporti una vera svolta ecologica individuale oltre che collettiva. In questo senso non è un bel segnale che la parte della cenerentola sia assegnata alla missione “equità sociale, di genere e di territorio”: 24 milioni scarsi, l’1,8% del totale, la maggior parte dedicati alle fasce vulnerabili come l’infanzia, gli anziani, i disabili e le persone non autosufficienti.
Dalla regione che ha visto nascere il movimento Slow Food e che ha sviluppato esperienze territoriali di grande interesse come Balme e la Val Maira, onestamente ci aspettavamo di più: una visione più legata alla Next Generation, pur nel rispetto delle tradizioni e della cultura che sono state culla dell’alpinismo e che quindi ci sono particolarmente care. Il futuro sta ancora cercando casa.

Fabio Valentini