Alpi Ribelli, Capitolo 9: Alexander Langer e le Alpi come laboratorio di futuro

Di Enrico Camanni

Alexander Langer era nato a Vipiteno, il cuore profondo del Sud Tirolo. La casa dei suoi genitori era piena di libri, fuori c’erano le montagne. Le sue cime erano le Dolomiti della Val Badia e della Valle di Funes, la Valle Aurina e la Vetta d’Italia. Cresciuto in mezzo alle Alpi negli anni caldi del conflitto interetnico, era perfettamente bilingue. Aveva radici germaniche, italiane ed ebraiche. I genitori parlavano tedesco, ma lo avevano iscritto all’asilo italiano perché Alex si aprisse al mondo. Più tardi lui aveva scritto di sé:
è sempre complicato spiegare da dove vengo. Sono italiano o tedesco? Nessuna delle bandiere che svettano davanti a ostelli o campeggi è la mia. Non ne sento la mancanza. In compenso riesco, con il tedesco e l’italiano, a parlare e a capire nell’arco che va dalla Danimarca alla Sicilia.

Alexander Langer

Alex era diventato ragazzo in una terra e in un tempo di frontiera. Portava gli occhiali da miope, uno sguardo smarrito e un’intelligenza fuori dal comune. Le profonde lacerazioni del Sud Tirolo gli avevano insegnato molto presto che esistono ovunque un sud e un nord del mondo, in Scandinavia come in Africa. Il Trentino è un pezzo di meridione per un montanaro tirolese ed è profondissimo nord per un siciliano. Alex aveva capito che nessuno è padrone di un limite invalicabile, perché il limite non è fisso: si costruisce e si sposta insieme, parlandosi. Il problema non è armare la linea del confine ma individuare i passaggi nel muro. Trovare le parole del dialogo. In questo senso Langer era un montanaro del tutto speciale, e anche un ribelle anomalo. I suoi maestri erano stati due disubbidienti convinti: don Lorenzo Milani e padre Ernesto Balducci.
Invece di rinchiudersi nella «piccola patria» cercava di conoscere e capire quelle degli altri, perché tutti hanno una casa. Invece di arroccarsi nelle tradizioni alpine e montanare, interpretava le Alpi come una cerniera e un ponte: «Sul mio ponte si transita in entrambe le direzioni e sono contento di poter contribuire a far circolare idee e persone». Se le Alpi stavano in mezzo all’Europa avevano la vocazione di unirla, non quella di dividerla. Per ragioni storiche e ambientali le regioni dell’arco alpino erano i posti in cui l’utopia «verde» avrebbe dovuto mostrare le maggiori probabilità di riuscita.

Alexander Langer


L’habitat socio-ecologico della montagna è ancora oggi realtà viva, anche se non mi nascondo che ci troviamo in molte situazioni a un punto critico. Possiamo dire che le aree che si sono meglio difese da questo punto di vista sono quelle più povere, meno sviluppate economicamente.
Un obiettivo assai ambizioso, ma probabilmente l’unico che potrà forse impedire una prospettiva di desertificazione delle Alpi, è quello di salvaguardare la fruizione dell’ambiente montano in termini di uso civico e non di sfruttamento commerciale. O di rapina delle risorse.
Langer è stato tra i fondatori del movimento verde in Italia e poi ne è diventato l’esponente più autorevole. Pensava «grün» in tempi non sospetti, ben prima che il green, l’ecologico, il sostenibile diventassero una moda e una semplificazione.
Molti verdi vivono la loro scelta più come un’opzione politica che non come una conversione più globale e un progredire nella conoscenza, nella comunicazione, nella pratica di vita. Una cultura del parlare, decidere e rivendicare predomina ancora su una cultura del fare, dell’esempio, della non violenza, della disponibilità alla rinuncia per cambiare se stessi e gli altri.

Nato tra le montagne, sapeva perfettamente che le Alpi avrebbero potuto essere un magnifico laboratorio di sviluppo durevole e di innovazione conservativa. In teoria erano il luogo ideale per sperimentare quel «lentius, profundius, suavius» che lui praticava, predicava e amava. In pratica le Alpi erano l’esempio di come si possa stravolgere un mondo in pochi decenni, sostituendo le ragioni del profitto a quelle della convivenza. Gli faceva male che le Dolomiti soccombessero alle logiche banali del turismo di massa e che i ladini fossero diventati una minoranza silenziosa, o senza voce, eppure si batteva contro le minoranze ottuse, le parate arroganti, le segregazioni legalizzate.
Aveva un pensiero aperto sul ruolo delle Alpi, che vedeva come il luogo dell’incontro tra l’antico e il moderno, la periferia e il centro, la solitudine e il dialogo. Se la sua prospettiva avesse avuto degli emuli seri, oggi le Alpi sarebbero un modello di civiltà capace di futuro. Mezza Europa imiterebbe i montanari e la loro saggezza: bisogna evitare ogni idea di restaurazione nostalgica; bisogna pensare a un comune impegno a tutela e promozione delle Alpi, a un sistema integrato di ricerca e formazione, a una politica comune di trasporti, di salvaguardia della salute, di valorizzazione dell’agricoltura montana, che aiuterà assai meglio di una parata di Schützen o di pompieri…
Secondo Peter Kammerer, la più grande delusione di Alex Langer furono i censimenti del 1981 e del 1991 che sancivano «l’obbligatorietà della dichiarazione di appartenenza ad uno dei tre gruppi linguistici dell’Alto Adige». Li considerò un passo verso l’apartheid.
La vera sconfitta di Alex non fu la realizzazione di questa «gabbia» da parte di una maggioranza accecata di patria, ma il menefreghismo con cui tutti i partiti che si definiscono democratici accettarono questo passo. Ancora oggi non esiste nell’opinione pubblica sudtirolese alcuna sensibilità e consapevolezza delle possibili conseguenze di questo attentato alla democrazia e alla convivenza dei diversi gruppi etnici. Per Alex questo fu un problema fondamentale.
Alla fine rifiutò di assolvere alla dichiarazione etnica, cioè di schierarsi da una parte sola. Il rifiuto gli costò la cattedra al liceo classico di Bolzano, e in seguito la candidatura a sindaco. Altri rifiuti gli preclusero altre vie. Era troppo «politico», nel senso della polis, per fare politica in un paese come l’Italia, e anche in un’isola come l’Alto Adige.
Langer è stato un insegnante, un intellettuale, un ambientalista, un politico italiano e un parlamentare europeo, ma prima di tutto è rimasto un giornalista. Scriveva e viaggiava tantissimo; sedeva in un posto qualsiasi, preferibilmente in treno, appoggiava la macchina da scrivere sulle ginocchia ossute e picchiava sui tasti con le dita. La curiosità lo portava rispettosamente nelle vite degli altri. Amava gli altri, si abbeverava del loro spirito.

Langer e Messner


Il 24 febbraio 1982 ha scritto un articolo su Reinhold Messner, il più famoso alpinista del Sud Tirolo, l’uomo che aveva salito l’Everest da solo e senza ossigeno. Di recente Messner era anche stato ricoperto di ingiurie per aver riportato a galla una verità rimosssa, ricordando che nel 1939 i sudtirolesi optarono per la Germania disponendosi a lasciare la propria terra. Messner aveva adombrato la memoria di un tradimento e Langer, per approfondire la questione con se stesso e i lettori di «Tandem», era andato a trovarlo nella Valle di Funes e lo aveva pizzicato tra un ritorno dall’Inghilterra e una partenza per l’Australia:ora che un personaggio finora stimato per le sue imprese eccezionali pretende dai suoi concittadini di rendersi conto di un passato assai pesante che non può essere letto soltanto in chiave vittimistica (i sudtirolesi oppressi e venduti), la reazione di molti e soprattutto dell’apparato ufficiale è di dichiararlo nemico, metterlo al bando, sottoporlo quasi a perizia psichiatrica… Messner non è dispiaciuto di aver suscitato tanto pandemonio, di essere finito alla gogna del «Dolomiten». Ha ricevuto anche molte lettere e telefonate incoraggianti, e sa di non essere solo. Non intende tornare al ruolo dello scalatore «puro» che si disinteressa di tutto.

Mandatory Credit: Photo by Anonymous/AP/Shutterstock (7373304a) Famed mountain climber Reinhold Messner, left, and Alexander Langer, who both run for an alternative ticket opposite to the sued Tiroler Volkspartei, in the last regional election, seen during a press conference at the Foreign Press Club on in Rome. They discussed the theme “The South Tyrol after the Imsbruck march Reinhold Messner Alexander Langer, Rome, Italy

Langer è attratto da Messner perché parla chiaro e non guarda in faccia nessuno, sposando un po’ anarchicamente l’amore per la natura e il libero pensiero. «Reinhold è un po’ matto – scrive Alex nel 1980 sul giornale di Lotta continua –, ma forse lo sono tutti in famiglia: anche suo fratello dottore portava i capelli lunghi fino a quando non glieli han fatti tagliare sotto naja, dicono di lui in valle». Langer e Messner sono due uomini scomodi per la concezione monolitica della Volkspartei, che riconduce alla heimat ogni ipotesi di futuro. Condividono un’idea molto europea del Sud Tirolo, libera da ideologie e mistificazioni. Alex ama il foulard di Reinhold, quel fazzoletto che sventola sulle cime al posto di una bandiera. Reinhold ammira l’indipendenza politica di Alex, il suo coraggio intellettuale e la sua cultura. Condividono anche l’impegno per la protezione delle Alpi e degli spazi selvaggi. Qualche anno più tardi s’incontreranno idealmente sulle nevi della Vallée Blanche, anche se a distanza. L’alpinista Messner nel 1988 e l’escursionista Langer nel 1989.
Sono due montanari che guardano dentro la valle e fuori, contemporaneamente. Bolzano città d’Europa, il Monte Bianco parco d’Europa. Pensare globalmente e agire localmente, si diceva allora. Come sottolinea Kammerer, l’idea forte dell’Europa sostiene il pensiero e la fede di Langer fino agli ultimi giorni della sua vita, anche quando il fallimento della politica comunitaria appare più evidente: «La Comunità Europea come sogno, come prospettiva, impallidisce, ma resta comunque l’obiettivo più credibile». Alex sa che servirebbe una conversione, un ritorno all’ideale originario. E sa anche di non essere più in tempo.
Il respiro della «conversione» è presente in tutti gli scritti di Langer, che è un portatore di speranza, il mestiere più difficile. Alex è «capo» solo nel significato carismatico del termine, senza ombra di potere o prevaricazione. Non trattiene niente per sé. È al servizio dei deboli della Terra (le minoranze, i diversi, le vittime delle guerre, gli esclusi dalla globalizzazione), che sono gli unici per cui valga la pena di soffrire e lottare.
In questo senso è un ribelle, uno dei più coerenti del Novecento. In senso evangelico. Accetta molto seriamente ogni sfida, si carica senza risparmio di ogni responsabilità. Prova una pietas universale e non riesce mai a cedere la parte.

Quando la pacifista verde Petra Kelly si toglie la vita Alex ammette:
Forse è troppo arduo essere individualmente degli Hoffnungsträger, dei portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere.
In molti hanno letto le parole in memoria di Petra Kelly come il testamento spirituale di Langer, che la imita il 3 luglio 1995. Alex lo fa sui colli di Firenze, al Pian dei Giullari, dopo aver pregato nella bellezza di San Miniato. Lo fa lontano dalle montagne, a quarantanove anni, con una corda da montagna.
Lascia dei biglietti di addio, due in italiano e uno in tedesco. Bilingue, coerente fino alla fine. Il biglietto in tedesco finisce con un’esortazione rivolta agli amici più cari: «Non siate tristi, continuate a fare quello che era giusto». Quel verbo all’imperfetto è il lascito di Langer. Come osserva Kammerer, «noi continuiamo a vivere in un territorio che per lui era già diventato passato». Chi continua eredita quell’«era» e quel «giusto» rideclinandoli al futuro.