«Io in pensione, ma non mollo: resterò sentinella delle Alpi»

Il condottiero ambientalista. Operaio alla Marangoni, sindacalista
e guardia forestale a Moena, da sempre in prima linea con una visione
“francescana” della natura: «Ma ora al primo posto c’è mia moglie».
Copyright: Il Trentino. Intervista di Valentina Leone

Negli anni qualcuno lo ha soprannominato “il frate”, per la sua tendenza a fare prediche.
Lui nega questa predilezione per i sermoni, ma ci tiene a specificare che uno dei suoi riferimenti è l’enciclica di Papa Bergoglio “Laudato Si’”, e comunque il paragone non è del tutto improvvido: parlando con Gigi Casanova si percepisce una visione francescana, nel senso più puro del termine, dell’ambiente e del modo di intenderne la salvaguardia. Operaio,
sindacalista alla Marangoni, poi, dal 1982, guardia forestale a Moena, per lui ieri è stato l’ultimo giorno di lavoro tra i suoi boschi.
Quelli che lo hanno accolto ormai quasi 40 anni fa e per i quali ha sempre fatto in qualche modo da portavoce, diventando il motore dell’associazione
Mountain Wilderness. Chi negli anni lo ha sempre temuto per le sue battaglie può comunque stare sereno: il suo impegno non si fermerà nemmeno con la pensione.

Casanova, cosa farà da domani?

Ho tre obiettivi: il primo è dedicarmi a mia moglie, che per troppi anni mi ha dovuto “condividere” con le mie battaglie.
Il mio impegno è stato totalizzante, non è stato facile starmi accanto. Il secondo è terminare la ristrutturazione di una casa di famiglia a Moena, e il terzo è continuare a fare l’ambientalista, ma senza assumere cariche nazionali e affini: largo ai giovani. Per il resto, rimarrò una sentinella e un presidio tra queste Alpi.

Arriverà qualcuno al suo posto?

In teoria un sostituto ci dovrebbe essere, ma è ancora tutto fermo. Purtroppo da domani il Comune di Moena si troverà con un solo custode, il mio collega, per una zona vastissima e in totale emergenza.

A cosa si riferisce?

In questo Comune sulla raccolta degli schianti di Vaia siamo in grave ritardo. Si è fatto poco o nulla e ora il legname è a terra
e deperisce. Tutto questo in una situazione di mercato in cui il prezzo è praticamente a zero in tutta Europa.


Poi, neanche a farlo apposta, mercoledì è stato anche catturato nuovamente M49 – Papillon.

Non me ne parli. Una gestione scellerata dall’inizio alla fine.
Da anni dico che ci vorrebbe una rivoluzione nella gestione della fauna selvatica, dei grandi carnivori, invece dall’era Dellai in poi la Provincia ha delegato tutto ai cacciatori. Questi animali sono un bene pubblico, non possiamo demandare vigilanza e scelte ad altre categorie con chiari interessi.

Lei ha fatto tremare politici e imprenditori, da sindacalista prima e da ambientalista poi. Quale è stato il filo conduttore delle sue battaglie?

La politica, intesa come lo schierarsi da sempre dalla parte di chi ha bisogno, di chi deve lottare per difendere i suoi diritti.
L’ho fatto in fabbrica da ragazzo e poi ancora col sindacato quando sono venuto in valle a lavorare nel bosco. Poi, in questi 30-40 anni di sviluppo
incontrollato, l’ambiente e il paesaggio sono diventati le vittime: beni comuni sacrificati in nome di interessi economici.

Qualcuno le ha mai suggerito di stare zitto e lasciar perdere qualche battaglia?

Sono arrivati tanti “avvertimenti”, sotto tante forme, ma non ho mai smesso di parlare chiaro. Ho anche sofferto molto per i tanti attacchi da parte delle persone comuni che, senza guardare ai contenuti, mi hanno additato come un “radical chic”, un iper-garantito che dice sempre di no per partito preso.

Ritiene che da Vaia, e anche da questa pandemia, potremmo aver imparato qualcosa?

Sono poco speranzoso. Vedo le reazioni, l’interesse a ripartire tale e quale a prima senza rimettere in discussione nulla, e penso che non cambierà niente. Dovremmo invece aver imparato che il territorio va curato, i pascoli vanno gestiti, giorno per giorno e non con i trattori e le bonifiche, ma con piccone e rastrello, riportando le persone a lavorare nei boschi.
Gli albergatori dovrebbero tornare a investire e lasciare che l’ente pubblico possa spendere in questa gestione quotidiana, nella cura di sentieri, nella costruzione di percorsi tematici tra le montagne. Temo però che il modello resterà sempre lo stesso: turismo di massa, impianti strapieni, grandi eventi.

C’è qualche battaglia che avrebbe voluto affrontare diversamente, o per la quale ha qualche rimpianto?

Se in qualche caso ci siamo dovuti fermare o non abbiamo potuto fare di più è stato perché le nostre energie e risorse erano limitate. O perché con la
controparte non c’erano possibilità di ottenere aperture anche minime. Ecco, mi dispiace che con il mondo dell’imprenditoria molte volte non ci sia stata possibilità di confronto e che, anzi, siano piovuti contro di noi attacchi irrispettosi e gratuiti.

Lo scempio dei quad sulle Dolomiti

Se domani arrivasse una nuova leva a sostituirla come guardia forestale, che consiglio le darebbe?

Dialogare tanto, con ogni persona che si incontra: dal turista, all’albergatore, fino al contadino. Spiegare sempre tutto, spiegare perché si agisce in un certo modo, perché c’è una legge severa. Mi auguro che chi vestirà la mia divisa sia prima di tutto una persona aperta al confronto con tutti.

In tanti fanno fatica a immaginarsela a casa, in seconda linea.

Per tranquillizzare tutti, dico che sto proprio terminando un libro che uscirà a ottobre e che sarà una risposta a questo mondo dell’imprenditoria e della politica che si dice per la sostenibilità solo a parole. Si intitolerà “L’ambientalismo del Sì”.