Ferrata Walserfall (VB): cronaca di una Cassandra ignorata.
C’è qualcosa di profondamente ironico e, a ben guardare, perfino prevedibile, nella vicenda della ferrata Walserfall. Non tanto per la chiusura in sé, quanto per il fatto che tutto questo era già stato detto. Anzi: messo nero su bianco QUI e, come spesso accade, ignorato.
Mountain Wilderness, con il suo blitz, aveva semplicemente fatto ciò che oggi appare quasi rivoluzionario: porre delle domande prima, invece che rincorrere le conseguenze dopo.
Il punto però non è solo ciò che è successo, che in montagna cadano i sassi non è certo una novità, il punto è ciò che continuiamo a fare ogni volta che decidiamo di “valorizzare” un luogo attraverso nuova ferraglia.

Perché una ferrata non è mai neutra. Non è solo un cavo, qualche staffa e una linea tracciata sulla roccia. È un dispositivo che cambia radicalmente il modo in cui quel luogo viene percepito e frequentato. Dove prima c’era una scelta , andare o non andare, saper leggere un ambiente oppure rinunciare, dopo c’è un invito. Più o meno esplicito, ma potentissimo.
E quell’invito porta con sé delle conseguenze: aumenta la frequentazione, spesso in modo esponenziale. Porta persone dove prima arrivavano in pochi. Sposta l’equilibrio, non solo fisico ma anche culturale, tra chi si muove in montagna e l’ambiente che attraversa.
Ma c’è un aspetto ancora più scivoloso, ed è quello della responsabilità.
Infrastrutturare un’area significa molto più che attrezzarla: significa assumersi, almeno implicitamente, una responsabilità su ciò che accade lì. Dice che qualcuno ha valutato, quel luogo “frequentabile”. E allora è inevitabile che nasca un’aspettativa: ma chi garantisce che non cadano sassi? Chi mantiene queste strutture nel tempo? Chi stabilisce quando non sono più sicure? Chi decide se chiudere, limitare, smantellare? E soprattutto: chi risponde quando qualcosa va storto? Perché quella promessa implicita che si porta con sé una ferrata “qui puoi andare, qualcuno ha controllato” è, nel migliore dei casi, fragile. Nel peggiore, fuorviante.

E poi c’è la questione, tutt’altro che secondaria, dei soldi. La ferrata Walserfall è costata 65.994 euro di fondi pubblici. Di questi, 28.546 euro arrivano dall’Unione Europea, attraverso il Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale. Vale la pena fermarsi un attimo su questo passaggio: sviluppo rurale.
È difficile non percepire una certa distanza tra il nome del fondo e l’oggetto finanziato. Tra l’idea di sostenere territori, comunità, pratiche legate alla terra, e quella di inserire una nuova infrastruttura metallica in un ambiente fragile. Il resto arriva dalla Regione Piemonte. Tutto legittimo, tutto formalmente corretto. Ma la domanda resta: è questo il modo migliore di utilizzare risorse pubbliche? E soprattutto: quale modello stiamo alimentando?
Ci auguriamo che episodi come questo possano finalmente aprire una riflessione meno superficiale, a partire dal nostro modo di stare in montagna, prima ancora che dalle modalità con cui continuiamo ad attrezzarla.
Alcuni luoghi, semplicemente, non richiedono nuove infrastrutture.
Richiedono piuttosto un approccio più consapevole, meno fondato su certezze artificiali e più orientato alla responsabilità individuale e collettiva.
Nicola Pech