Alpi Ribelli, Capitolo 2: Betto Pinelli

Di Enrico Camanni

Carlo Alberto Pinelli e Lodovico Sella. Foto: Roberto Serafin / Mountcity

Tutti aspettano l’intervento del guru dell’ambientalismo alpino: Carlo Alberto Pinelli, detto Betto. Alpinista accademico, intellettuale e figlio di Tullio Pinelli, lo sceneggiatore di Fellini, Betto si presenta in giacca e cravatta, sguardo affilato e barba risorgimentale; si guadagna tre minuti di applausi con questo pensiero: «Se sono i particolari caratteri della montagna a dare un senso alla nostra esperienza, solo la strenua difesa di quei valori può identificarsi in un alpinismo maturo e consapevole… Conserviamo le potenzialità eversive della nostra attività e non portiamoci dietro i condizionamenti e i falsi valori della civiltà consumistica».
La critica al CAI è implicita, perché il CAI è un carrozzone. Dopo un secolo e un quarto di vita il Club Alpino Italiano è un gigantesco apparato burocratico che (non) riunisce 233.000 soci spinti da motivazioni diverse e discordi. Lo scalatore convive con il cacciatore, il poeta con il mangiatore di cime. Pinelli pensa che «ormai la tessera del CAI non possieda un valore molto diverso da una tessera del tram». La nobile invenzione di Quintino Sella è diventata il circolo del dopolavoro. Come gli eretici di ogni tempo, Pinelli predica l’abbandono degli orpelli per ritrovare «gli impulsi progettuali che avevano caratterizzato lo spirito dei padri fondatori».
Alcuni delegati si schierano con lui, altri gli danno contro, tutti in fondo fanno il suo gioco. Alla fine la diaspora c’è, anche se formalmente ogni cosa continua come prima. Decenni di pratica democristiana hanno segnato il Club Alpino e il dissenso viene metabolizzato con frasi di circostanza. Comunque la sfida ambientale è una bella grana per i dirigenti del Club, che sostengono di essere all’altezza pur sapendo che la parete è inscalabile. Credo che Pinelli se lo sognino di notte: come il fulmine e la valanga.


All’istituzione è venuto meno lo spirito originario, la passione è soffocata nella burocrazia. Si è persa quell’adesione ideale che ti fa alzare alle tre del mattino per salire una montagna o per difenderla. Così, un anno dopo Ivrea, i disubbidienti di Mountain Wilderness se ne vanno per la loro strada sottoscrivendo le tesi di Biella: la comunità degli alpinisti e le associazioni in cui essi si riconoscono, hanno storicamente precise responsabilità nella degradazione della wilderness montana… Indifferenza, ignoranza, insensibilità non sono mai giustificabili. Il desiderio di convertire il maggior numero possibile di persone alla pratica della montagna, facilitandone l’avvicinamento, ha innescato spesso processi di deleteria antropizzazione.

1987 Interno teatro di Biella

Per fronteggiare la crescente domanda che ne è derivata si è ricorso all’apertura di nuovi rifugi, all’ampliamento di quelli esistenti, alla messa in opera di vie ferrate e di altri incentivi al consumo. Ma questa politica contiene gravi errori di valutazione… E la wilderness è anche gravemente compromessa dalla penetrazione dei mezzi di trasporto meccanici.