Alpinismo, ossigeno e doping. Alcune riflessioni (4)

Parere di Alberto Rampini, presidente del CAAI: non doping ma truffa.

Contrariamente a quanto da molti sostenuto, ritengo che l’utilizzo dell’ossigeno nella pratica dell’alpinismo non possa definirsi “doping” per due ordini di motivi.
Primo, perché doping nel linguaggio comune fa riferimento ad una attività sportiva agonistica o comunque strettamente prestazionale che è (o dovrebbe essere) del tutto estranea al mondo dell’alpinismo. E se non lo fosse, a mio avviso saremmo in presenza di un’attività sportiva che comunque con l’alpinismo ha ben poco a che vedere.
Secondo, perché il doping agisce rafforzando e amplificando artificialmente le facoltà mentali e/o fisiche dell’atleta, in modo tale da consentirgli di esprimere risultati altrimenti impossibili, mentre l’utilizzo dell’ossigeno, al di là di perseguire lo stesso risultato finale, non opera un innalzamento artificioso delle facoltà dell’individuo ma opera uno scardinamento di alcune delle fondamentali regole naturali che governano il pianeta, abbassando artificiosamente la quota delle montagne.
Considerando che il fattore quota è sempre uno degli elementi che contribuiscono a definire i parametri di difficoltà ed impegno di una salita, e quindi dell’intima soddisfazione ed appagamento che ne derivano, è evidente che riducendo questa componente viene ad essere stravolto il senso complessivo ed unico dell’esperienza che si va a vivere.
Non si può parlare quindi di doping. Ma di truffa, sì.
Truffa nei confronti della storia dell’alpinismo, che si cerca di forzare nelle sue tappe evolutive naturali, e truffa anche nei confronti di sé stessi, originando un insanabile dissidio tra l’essere e il voler essere.
E ci limitiamo a quanto sopra, dando per scontato che tutti onestamente dichiarino le caratteristiche ed il perimetro sull’impresa effettuata, perché diversamente entreremmo nel campo del dolo.
E’ pur vero, si potrà obiettare, che l’utilizzo dell’ossigeno affonda le sue radici già nei primordi dell’esperienza alpinistica alle quote superiori. Nelle prime spedizioni strutturate e significative all’Everest, quasi un secolo fa, la pratica era accettata, ma, si badi bene, come una presunta necessità, ritenendosi, per mancanza di sperimentazione, che alle quote massime la sopravvivenza dell’uomo non fosse altrimenti possibile.
Già allora, tuttavia, nonostante questa convinzione, i protagonisti più sensibili intuivano che l’uomo poteva e doveva fare di più per rapportarsi anche all’alpinismo di quota “by fair means”, così come si era fatto, tranne qualche eccezione, nella conquista delle vette alpine.

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Noel Odell, riferendosi al tentativo Mallory, che seguì dall’ultimo campo, a proposito dell’uso dell’ossigeno scriveva:” Credo che la sua importanza sia stata esagerata e un alpinista, purché sappia acclimatarsi…può benissimo farne a meno.. anzi l’uso abbondante dell’ossigeno è fonte di pericolo, perché impedisce l’acclimatamento….ho la ferma convinzione che sia possibile scalare l’Everest e arrivare in vetta senza l’ausilio dell’ossigeno”. E siamo nel 1924.
Riconosciuta la storicità dell’utilizzo dell’ossigeno, potrebbe apparire contradditorio auspicarne finalmente l’abbandono totale e senza compromessi.
Ma così non è.
La storia dell’alpinismo, nelle sue varie epoche e nelle sue varie espressioni, ci insegna che gli elementi che più allontanano la pratica alpinistica da un rapporto diretto e naturale dell’uomo con la montagna sono destinati ad essere riassorbiti, anche se purtroppo l’andamento ciclico di queste situazioni crea inevitabili tensioni e contraddizioni.
La crescente sensibilizzazione sul fenomeno genera perlomeno interrogativi di massa e di conseguenza un minor apprezzamento generalizzato per il fenomeno, il che porterà con ogni probabilità ad un calo progressivo della domanda e quindi dell’offerta, soprattutto da parte degli organizzatori delle spedizioni commerciali.
Ad oggi comunque, al di là delle considerazioni già accennate in merito al rispetto per la naturale evoluzione della storia e per il significato etico del rapporto del singolo con la montagna, occorre anche prendere atto dell’aspetto legato all’inquinamento che la pratica produce, sia quanto a garbage sia quanto semplicemente a sovraccarico ambientale.
L’alpinismo “di massa”, al pari dell’arrampicata “di massa”, produce impatti significativi, spesso inopportuni e irreversibili, sull’ambiente naturale ed è evidente che in questo senso l’utilizzo dell’ossigeno incrementa una frequentazione abnorme, rispetto alle caratteristiche ambientali specifiche, e di conseguenza non di rado poco consapevole.
Ne derivano insistenza di sovraccarico in aree limitate e ben definite, con conseguente inquinamento ambientale in senso stretto.

Ma preoccupa anche il correlato inquinamento culturale, in grado di danneggiare l’immagine dell’alpinismo come vorremmo che fosse.
E questo vale non solo per l’ossigeno ma anche per i portatori. E i due discorsi si intrecciano.
Per me sono problemi innanzitutto di carattere etico e storico, per altri magari di valore prestazionale.
Detto questo, a condizione che venga rispettato l’ambiente e gli altri, ognuno è libero di concepire e praticare un alpinismo diverso.
Ma con onestà e consapevolezza del valore del proprio agire.