Montagna madre. Trilogia del Novecento.

In relazione al progetto del Museo etnografico trentino San Michele «Interni di montagna-Ritratti di famiglie trentine» che prevede la raccolta di fotografie e storie di famiglia provenienti dall’intera provincia lungo l’arco temporale che va dagli inizi del Novecento fino agli anni successivi al boom economico, mi permetto di segnalare la meritoria opera letteraria di Antonio G. Bortoluzzi, Montagna madre. Trilogia del Novecento, Edizioni biblioteca dell’immagine, Pordenone, 2022. La trilogia è costituita da racconti e storie ambientati nelle Prealpi venete, nella conca dell’Alpago (Belluno), più precisamente in Valturcana.

Le storie che costituiscono la prima parte della trilogia, «Cronache dalla valle» sono ambientate tra gli Anni 1935-50, quindi in piena epoca fascista e durante la seconda guerra mondiale, di cui i racconti restituiscono indirettamente echi e tragici risvolti, vissuti però non direttamente per effetto della marginalità e dell’isolamento dei borghi sparsi in cui sono ambientate le storie. La vita contadina nei borghi sperduti tra la foresta del Cansiglio e le pianure del trevigiano e del pordenonese era scandita dai cicli della natura e costituita da pratiche ancestrali; lavoro duro ma profondo senso di appartenenza e solidi legami sociali univano le famiglie patriarcali dove i vecchi non avevano soltanto la compito di mantenere viva la memoria e le tradizioni, ma esercitavano una funzione attiva spesso in assenza degli uomini più giovani.

La seconda parte della trilogia, «Paesi alti», è ambientata negli Anni Cinquanta del secolo scorso e racconta la storia di Tonìn, di sua madre e di suo nonno, quando l’Italia si avviava verso il boom economico. In questa storia emerge potentemente la figura della madre di Tonìn, donna fragile e malata nel corpo ma forte nel carattere, «anima femminile della montagna», che in assenza del marito, emigrato stagionale in Svizzera come muratore, si assume la responsabilità di governare la casa, di partecipare ai lavori agricoli sopportando la fatica causata dalla sua salute precaria, di educare secondo una rigorosa moralità il figlio talora refrattario e ribelle e di sorvegliare con discrezione il nonno contenendo i suoi vizi (alcol e tabacco). In tutta la trilogia le donne sono protagoniste: impegnate sul fronte del lavoro, nell’educazione dei figli, nella cura della famiglia e dei vecchi. «Le donne erano le grandi tessitrici della comunità»; impegnate a sedare i contrasti e le liti, a risparmiare, a governare la casa, i campi, gli uomini e gli animali sono l’anima di una comunità operosa e solidale.

Bertoluzzi

La terza parte, «Vita e morte della montagna», è ambientata tra il 1965 e il 2010 e segna quella che l’autore definisce «cesura epocale». È la storia dell’abbandono della montagna per spostarsi nella Bassa, nel fondovalle, per lavorare nelle fabbriche, dove nei paesi c’erano i supermercati, le occasioni di svago e divertimento, nelle case la televisione e i giradischi, quando si stavano imponendo le nuove mode giovanili, ma anche l’impegno politico e la contestazione al sistema, le lotte operaie. Il miracolo economico e le prospettive occupazionali  attiravano verso la pianura giovani e famiglie, attratti dalla prospettiva di una vita migliore, meno dura, dalla modernità con le sue comodità. Si stava profilando quella che Pasolini in quegli anni chiamava «società dei consumi», che se aveva effettivamente portato benessere diffuso, aveva repentinamente e irreversibilmente cancellato l’antica civiltà contadina, l’aveva perfino ripudiata in nome di un progresso che secondo Zanzotto «è un tremendo nodo scorsoio: ritornare indietro non si può, andare avanti è pericolosissimo». La trasformazione delle coscienze operata dalla fagocitante cultura di massa e dal consumismo ha generato omologazione e alienazione, in definitiva estraneazione e espropriazione di una storia e tradizione antichissime.

Pasolini

La generazione dell’autore, la mia generazione, cioè di coloro che hanno vissuto l’infanzia nei paesi di montagna durante gli Anni Sessanta e che grosso modo fino alla metà degli Anni Settanta hanno avuto modo di conoscere e spesso da ragazzi di sostenere la famiglia nel lavoro dei campi praticando un’agricoltura e allevamento ancora in buona parte di sussistenza con tecniche e pratiche ataviche, scandite dai cicli stagionali che si perpetuavano da secoli, nel contempo è stata spettatrice di quel grande cambiamento negli stili di vita, nei valori, nell’immaginario collettivo, nel lavoro, determinato prima dall’industrializzazione e poi dalla terziarizzazione, che ha portato alla progressiva e in alcuni casi repentina perdita di quel patrimonio di pratiche e di valori tradizionali. L’esito è stato un impoverimento spirituale a fronte del conseguimento di un maggiore benessere materiale, un senso di disorientamento e sradicamento, una sorta di tradimento della propria storia e di rimozione della memoria, ovvero del proprio passato. Come scrive Bortoluzzi, «quando scompare un mondo come quello contadino, che era il legame dell’uomo con la terra e gli animali, e aveva radici tanto profonde, è una cultura che svanisce». Scomparendo quel mondo contadino, costituito dal legame dell’uomo col suo ambiente, con la sua storia, si perde il senso di appartenenza, si sgretola il legame con la comunità e l’effetto che ne deriva è l’isolamento e la solitudine; in definitiva si è più incerti e insicuri davanti al futuro essendo senza radici, più esposti a quel sentimento di estraneazione che caratterizza la condizione esistenziale del senza-casa. Non a caso ogni capitolo del racconto «Vita e morte della montagna» è anticipato da un prologo dal titolo «La casa», che compare come epilogo alla fine del racconto. La casa come simbolo di radicamento e di stanzialità, come luogo che dà protezione, come dimora del senso di un’intera esistenza, fondamento, sostanza dell’essere al mondo. La casa è custode di memorie, affetti, presenze radicate nel tempo. La casa è l’anima di una famiglia, così come lo è il borgo per la comunità.

Quella di Bortoluzzi possiamo definirla una poetica dei caparbi. Così anche lo stile narrativo è misurato e asciutto e senza intenti celebrativi o indulgere alla retorica degli ultimi restituisce efficacemente le atmosfere, i sentimenti, la visione del mondo di quei montanari poveri e umili ma sorretti da una grande dignità e da un saldo senso di appartenenza alla propria terra, terra che l’autore sa descrivere nella sua severa e suggestiva bellezza, vista però con gli occhi non del romantico viandante o del turista attratto dal fascino dell’esotico, ma dalla stessa gente locale, che sa cosa vuol dire faticare quotidianamente per strappare alla terra l’essenziale per vivere. Non c’è nulla di idilliaco in quella diuturna e rassegnata operosità, niente di bucolico in quella natura agreste che richiede lavoro e cura costante. Forse il messaggio più profondo che l’autore sa trasfondere nel lettore restituendo la memoria di un tempo che fu è proprio il valore dell’essenzialità, della frugalità, del risparmio, che traspare non soltanto quale cifra esistenziale della vita delle comunità montane ma anche nelle scelte narrative, per cui l’autore pur inserendo nella prosa termini del dialetto bellunese dell’Alpago (di cui in appendice fornisce un utile glossario con la traduzione in italiano), preferisce mantenere registri linguistici sobri e misurati che ricordano certe pagine di Rigoni Stern, in particolare Storia di Tönle o L’anno della vittoria. Soprattutto non indulge in stilemi e argomentazioni che enfatizzano un presunta purezza identitaria o un localismo autocelebrativo, così come non è mai incline al sentimentalismo, descrivendo quel particolare contegno e quella specie di fatalismo caratteristico della gente di montagna davanti agli eventi ineluttabili della natura e della vita, che contrasta con la pervicace, ostinata e disciplinata forza di volontà espressa attraverso la fatica quotidiana per strappare alla terra il necessario per vivere.

Giovanni Widmann insegnante di filosofia e storia al liceo Russell di Cles